Costa, nuove accuse a Schettino: rallentò per la cena, poi accelerò e nascose l´urto

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ROMA – Il comandante Francesco Schettino è accusato dagli inquirenti di aver fatto rallentare la nave Costa Concordia, affondata il 13 gennaio scorso con oltre 4mila persone abordo dopo aver urtato uno scoglio vicino all’Isola del Giglio, per terminare con calma la propria cena, poi di averla nuovamente fatta accelerare verso il Giglio, per non accumulare ritardo, a una velocità di circa 16 nodi nonostante la vicinanza di ostacoli e bassi fondali. Così, sostiene la procura di Grosseto, non si poteva agire in modo efficiente per bloccare la nave entro una distanza adatta a evitare gli scogli. Le ricerche. Intanto, dopo il ritrovamento e il recupero di 8 cadaveri sul Ponte 4 della Costa tra mercoledì e ieri, oggi le ricerche proseguono anche sul Ponte 3 della nave, altro luogo oggetto di segnalazioni per la possibile presenza di alcuni corpi. Sono 7 le persone che mancano ancora all’appello. Ieri sono andate avanti le attività dei Vigili del Fuoco e della Marina Militare per l’installazione del cantiere per l’esplorazione del Ponte 3. Tutte le salme sono state trasferite a Grosseto, all’Ospedale della Misericordia, per l’identificazione: oggi dovrebbero iniziare le autopsie. Il pompaggio dai serbatoi. Sono riprese intanto stamani presto anche le operazioni di flangiatura e pompaggio sui rimanenti nove serbatoi della Costa. Alle sei di questa mattina il pontone Meloria del consorzio di imprese Neri e Smit si è riposizionato nella parte di poppa della nave ed ha cominciato a flangiare i tre serbatoi che contengono diesel. Si tratta in totale di pompare circa 160 metri cubi di carburante che, condizioni meteo marine permettendo, potrà essere aspirato entro la giornata di domenica. A oggi è stato pompato circa il 67% del carburante presente nei primi sei serbatoi della parte di prua della Concordia per un totale di 1308,6 metri cubi. Ancora accuse a Schettino. Ora la procura di Grosseto gli imputa anche di non aver fatto immediatamente rapporto alla direzione marittima di Livorno: aveva il dovere di dire subito che c’era stato un grave incidente davanti all’isola del Giglio. Un fatto già emerso dalle testimonianze, ma ora qualificato da un’ipotesi di reato nuova che si aggiunge alle accuse di omicidio plurimo colposo, naufragio, abbandono di persone incapaci e abbandono di nave. Non aver fatto subito quel rapporto, spiegano i pm, ritardò le procedure di emergenza e soccorso da terra verso la Concordia. Le indagini. Oggi gli inquirenti tracciano numerose ipotesi di colpa per Schettino, oltre alla rotta sbagliata, al ritardo nel dare l’allarme – tra cui l’emissione dei segnali “pan pan”, prima, e di “distress” poi – e nel far evacuare la nave. Negli atti scrivono che Schettino usava, e faceva usare al cartografo Simone Canessa, carte nautiche inadeguate, su grande scala, tali da non evidenziare nel dettaglio gli scogli. Per legge se ne sarebbe dovute procurare di adatte, sarebbe stato suo compito, e non della compagnia come, invece, sostiene il suo difensore Bruno Leporatti. La rotta. I pm scrivono anche che tenne la rotta a 16 nodi, quindi alta, per recuperare la media di crociera dopo aver fatto rallentare la velocità per cenare con calma. E ancora, tra le colpe di Schettino, quella di aver permesso che ci fossero estranei in plancia di comando – il maitre Antonello Tievoli, il commissario Manrico Giampredoni, Ciro Onorato e la moldava Domnica Cermotan – circostanza tale da farlo distrarre e creare confusione durante la navigazione. Anche l’aver partecipato alla telefonata con l’ex comandante di Costa, Mario Palombo, per sapere quale distanza tenere dal Giglio, non deporrebbe a suo favore: un’altra distrazione secondo i pm. L’impatto. Accuse dettagliate, tra cui l’aver comunicato a passeggeri ed equipaggio che c’era un black out quando invece già 15 minuti dopo l’impatto la catena di comando sapeva che la nave non poteva più galleggiare e imbarcava acqua. Il naufragio e l’omicidio colposo sono contestati anche agli ufficiali in plancia Salvatore Ursino, Silvia Coronica e Ciro Ambrosio, tutti indagati. Assecondarono Schettino, anzichè contrastarlo. Ne furono “imbambolati”, si commenta tra gli investigatori, e non seppero dirgli che la rotta troppo ravvicinata e la velocità di 16 nodi erano un pericolo. Anche il comandante in seconda, Roberto Bosio, è finito nel mirino. E’ indagato per omicidio plurimo colposo, e non per naufragio visto che era in cabina quando la nave ha urtato gli scogli. Ma in due-tre minuti andò in plancia e seguì tutte le fasi successive. Bosio sapeva, dicono i pm, ma subì l’inerzia di Schettino e non agì per superarla. Avrebbe potuto farlo secondo i protocolli marittimi, e non sarebbe stato ammutinamento. Anche se ha collaborato con i pm – è stato sentito tre volte – ora è indagato: la scatola nera dirà come agì effettivamente. Emergono altre responsabilità. Non solo degli ufficiali in plancia ma anche del personale di Costa spa – per l’unità di crisi che sovrintende alle operazioni della flotta – come ha fatto implicitamente rilevare il difensore di Schettino Bruno Leporatti: «Valuteremo se farlo risentire dalla procura – ha detto – la quale ha espresso apertamente nuovi profili di responsabilità». Il riferimento è ai neo-indagati Manfred Ursprunger, Roberto Ferrarini e Paolo Parodi, responsabili di terra che, secondo i pm, limitarono l’unità di crisi a meri compiti logistici senza attivarsi per sapere cosa succedeva davvero e senza avvisare le autorità.

IL MATTINO.IT