Colazione da Tiffany, desiderio e amarezza

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Domenica 19 febbraio 2012 -Davvero curioso, il gioco del desiderio. Non si fa che inseguire ciò che sfugge, sperando che i fantasmi diventino realtà, per poi accorgersi che ciò che resta è cenere. È una storia ironica e amara quella narrata dalla regia di Piero Maccarinelli in “Colazione da Tiffany”, lo spettacolo in programma fino a oggi alle 18.30 al Teatro Verdi di Salerno che si avvale della prestigiosa compagnia Gli ipocriti e vede Lorenzo Lavia e Francesca Inaudi nei panni dei due “non amanti” resi celebri dal film di Blake Edwards. Intelligentemente lontano dalla visione consolatoria della pellicola, in cui l’amore sana tutte le nevrosi e incomprensioni, l’allestimento si confronta con le inquietudini del romanzo di Truman Capote costruite su due figure che vedono l’una nell’altra il proprio scomodo riflesso. Holly e William sembrano separati fino alla fine da un vetro invisibile. Sono vicinissimi e inconciliabili, tutto li divide e tutto li unisce, si smascherano a vicenda, come nelle scene in cui lui la trova placidamente nuda, distesa nel suo appartamento, o quando lei lo aiuta a lavarsi nella doccia. Le nudità non sono gratuite: raccontano un bisogno di rivelare il proprio vero volto, di vivere il rapporto con l’altro senza filtri. Ciò accade soltanto se si rinuncia a una parte di sé: un prezzo che alla fine né la dolce donna dai costumi disinvolti, né lo scrittore alla ricerca del proprio talento sono disposti a pagare. La scenografia di Gianni Carluccio, che pone l’appartamento di William al di sopra di quello di Holly, collegandoli attraverso una scala, non si limita ad agevolare una narrazione in cui gli avvenimenti devono rapidamente susseguirsi, ma esprime una vicinanza che è in realtà distanza, un procedere in modo parallelo alla ricerca della felicità. Il bar che inoltre compare su di una pedana semovente sotto la stanza dello scrittore (in qualche modo preannunciato dalla bottiglia che il giovane nasconde tra le lenzuola) allude allo spazio del rimosso (è lì che l’amore per la stravagante vicina di casa viene faticosamente alla luce), al luogo in cui si gioca finalmente a carte scoperte. La Inaudi costruisce il suo personaggio con una leggerezza sospesa tra l’ansia quasi infantile di vivere tutto senza troppi pensieri e un romanticismo ostinato, mentre Lavia insiste soprattutto sulla fragilità nevrotica del personaggio, innamorato di una creatura perennemente in transito, come è scritto sulla targhetta del suo portone. La rappresentazione si apre con un lungo flashback, in cui lo scrittore, ormai affermato, immagina di rivedere la donna che lo ha condotto a una vera ispirazione, ma ha anche aspramente respinto la sua idea di possesso. Non sappiamo che ne sarà di lei, ma la vita ormai perfettamente inquadrata del protagonista ha il sapore delle cose irrimediabilmente perdute.

Gemma Criscuoli