Tra i luoghi di Pascoli: Matera e Messina nella geografia della Magna Grecia di Pierfranco Bruni

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo un’interessante riflessione su Pascoli tra Matera e Messina nella geografia della Magna Grecia di Pierfranco Bruni, Consulente Culturale della Presidenza della Camera dei Deputati, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Coordinatore Progetto Minoranze Linguistiche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. 

 

Tra i luoghi di Pascoli: Matera e Messina

nella geografia della Magna Grecia

di Pierfranco Bruni 

 

Il Mediterraneo di Giovanni Pascoli nella sua grecità tra i simboli e le geografie e tra le parole e le metafore si incastra nei luoghi abitati dal poeta. Nella sua formazione classica e nel suo amore vissuto in un intreccio nei profili della grecità e latinità i paesaggi e il paesaggio in sé costituiscono non solo l’elemento portante di una metafisica dell’archetipo ma sono lo scavo del cuore in una traccia linguistica e la chiave che permette di leggere le pareti ombrate del labirinto.

Pascoli assorbe il mito del labirinto attraversando quei luoghi che sono luoghi della grecità profonda in un camminamento tra cultura popolare, complicità di vivere la complessità di una precisa koinè e incontro di destini in un Mediterraneo che ha il vissuto dei meticciati. Il suo primo insegnamento, come docente di Lettere greche e latine, lo porta a Matera.

Nella Lucania contadina ma anche nella Lucania dei vissuti marini. Avrebbe potuto usare la stessa frase che usò Cesare Pavese arrivando a Brancaleone in Calabria a metà degli anni 1930: …qui tutto è greco. Ebbene, Matera non è Barga, non è Bologna, non è Castelvecchio e a Matera non incontra la città delle luci nel vento degli adriatici. Ma Matera è “scirocco” tra i sassi che riportano ad un mondo in cui la città appare “abbastanza bella” ma anche “un poco lercia”.

È la Lucania che incontrerà Carlo Levi decenni dopo con uno “scatto” di immagini che focalizza una terra dagli sguardi profondi abitata da “contadini” che “vanno vestiti nel loro simpatico ed antiquato costume”. Così si leggerà nelle annotazioni sulle sue lettere indirizzate alle sorelle Ida e Maria e poi a Carducci.

Pascoli giunge a Matera il 7 ottobre del 1882. Vi resterà sino al 1884 come docente al Liceo Emanuele Duni di Matera. Tra l’altro accettò di fare il commissario di Stato a Viaggiano, che raggiungeva, in modo abbastanza disagevole, con la tratta ferroviaria che va da Potenza a Taranto.

Ma cosa è stata Matera, e quel luogo, la Matera della Magna Grecia e del mondo arabo, per Pascoli? Sembra, il suo scrivere su Matera, un incisione di quei viaggiatori stranieri che hanno stabilito con il territorio una giornalistica descrizione in una realtà rappresentata dalla costante precarietà.

Su Matera, in Pascoli, giocano queste immagini anche se il suo contatto con il Sud (e dopo con Messina e resterà fondamentale il suo soggiorno nelle acque azzurre che colorano d’azzurro persino le dita) diventerà un coinvolgimento non solo geografico ma letterario e la sua permanenza dentro la cultura contadina e popolare della Lucania lo condurrà chiaramente a quel suo “borgo” con una esperienza che gli farà toccare il mito.

Infatti, si verifica la stessa “metamorfosi che si è registrata in Pavese, Pascoli percorre, con la vettura che “trabalza” (“trabalzar di vettura”) le “vie selvagge”. Il concetto di selvaggio ha una marcata visione antropologica che richiama ancestrali segni di un mito in cui l’archetipo primordiale ha assonanze non solo letterarie ma pre-storiche. E tutto ciò è dentro la classicità del poeta. L’immagine dei contadini che vivono la domenica “girelloni per la piazza” con il vestito che dovrebbe essere quello non dei campi è una tipica immagine recuperata, in termini reali, da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli”.

Ma nel mondo arabo si aspetta appunto la domenica per incontrarsi nella piazza e la Lucania , quella di Pierro, di Scotellaro, di Sinisgalli, è una terra araba e greca. Anche gli uomini hanno richiami di una cultura popolare mediterranea: “Hanno corti brachieri e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino di cotone bianco e sopravi un cappello tondo”.

Una descrizione dei luoghi e dei personaggi che ha dimensioni antropologiche in questa terra che sarà la terra del rimorso e dell’uva puttanella. Ma Pascoli resta intellettuale fino in fondo anche con qualche risentimento nei confronti degli stessi materani suoi colleghi docenti.

Scriverà a Carducci il 5 ottobre del 1883: “Non c’è un libro qua, da vent’anni che c’e’ un Liceo a Matera, nessuno v’è uscito con tanta cultura da sentire il bisogno d’un qualche libro; i professori pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa; e perciò di libri non s’è n’è comprati”.

Una attenzione che ha un suo senso e che tocca elementi chiaramente sociologici e per questa carenza di libri si rivolgerà a Carducci chiedendogli di porre rimedi e di aiutarlo. Pascoli porrà altrettanta attenzione alla sistemazione della biblioteca ma il suo interesse maggiori è rivolto a comprendere l’umanitàs di quella terra tanto che scriverà a Carducci di procurargli i Canti popolari greci – moderni raccolti da Fauriel e quelli di Passow nelle edizione del Bergek.

È un riferimento preciso, ovvero è una richiesta di un testo che pone come centralità interpretativa la cultura classica e quella popolare. Pascoli, un uomo di cultura che leggeva nella cultura il superamento dell’arretratezza di quel territorio negli anni in cui dopo Napoli tutto veniva considerato “Africa”.

Pascoli era ben consapevole di ciò. E il suo Mediterraneo greco e arabo diventerà negli anni, non solo sul piano della metodologia della ricerca e della poetica, una visione in cui il velo della malinconia campeggerà. Al Preside del Liceo di Matera, Vincenzo di Paolo, nel 1902 indirizzerà una lettera nella quale si legge: “… delle città in cui sono stato, Matera è quella che mi sorride di più, quella che vedo meglio ancora, attraverso un velo di poesia e di malinconia”.

Una traccia che in Pascoli rimarrà indelebile e nonostante la logistica del territorio già dalla prima settimana non ha difficoltà, con tutti i vari disagi, a scrivere che “… in generale sto bene a Matera…”, così in una lettera del 19 ottobre 1882. La grecità di Pascoli è nella sua formazione ma anche nella sua esperienza di viaggiatore tra le terre e le geografie di una “grecìa araba” e quei segni antropologici, vitali nella sua poesia, sono lo snodo di una poetica che riscopre una profonda eredità mediterranea che proietterà in tutto il Novecento letterario italiano.

Elementi precisi e marcati che si riscontrano anche nella sua permanenza a Messina tra il 1897 e il 1903 come docente di Letteratura Latina all’Università. Messina città che si mostra “come l’orma nel cielo” e “come l’eco nel mare”. Ha una tale potenza mediterranea tanto che, scrive il Pascoli, “dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia”.

Il luogo e l’immaginario sono per Pascoli una poesia dentro l’anima e le immagini che raccoglie hanno una soffusa grecità. Si immerge in una “bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo”. E questa cartolina lo proietta e lo fa vivere tra il “bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte”. Sono i colori del mare, delle acque marine che riportano simboli d echi in un azzurro che strappa nostalgie antiche.

Pascoli ha il mare, il mare che diventerà quello di Ulisse e Calipso, nello sguardo e nell’anima, quel mare che basta che “ci tuffi una mano” e la mano “gocciola azzurro”. Questa è Messina, ma questa è la grecità di un Mediterraneo immenso nello scrivere e nel vivere di Pascoli. Il mare e l’Aspromonte sono un destino. Di fronte ha l’Africa, quell’Africa che aveva vissuto a Matera, alle spalle ha la Calabria con i suoi monti che sembrano chiudere una geografia ma si aprono sempre ai mari.

Pascoli in un suo discorso letto a Messina nel 1900 pronuncerà, in uno straordinario immaginario reale simbolico, queste parole: “Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte./Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo”.

Il mito, dunque nella sacralità. Ben lo specifica Pascoli: “Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia”.

A Messina Pascoli pronuncerà altri discorsi con una passione fortemente radicata in una eredità che ha i connotati del mito, del sublime, del senso italico in una articolata interpretazione in cui poesia e antropos si intrecciano in una classicità che conosce la cultura popolare tra i segni e gli antichi radicamenti..

Il Pascoli omerico e virgiliano si incontrano e si incontrano non solo in una classicità dentro le culture ma anche in una geografia che resta come esperienza di una esistenza. Messina, come Matera, sono dentro il mosaico della sua formazione. Luoghi senza i quali non ci sarebbe stata quella condivisione o quella inclusione di civiltà, popoli e territori che hanno fatto del poeta un attraversatore di un Mediterraneo oltre le frontiere e i confini.

La grecità di Pascoli è nella sua formazione ma anche nella sua esperienza di viaggiatore tra le terre e le geografie di una “grecìa araba” e quei segni antropologici, vitali nella sua poesia, sono lo snodo di una poetica che riscopre una profonda eredità mediterranea che si proietterà in tutto il Novecento letterario italiano come abbiamo cercato di testimoniare, insieme a Marilena Cavallo, nel saggio dedicato a Pascoli dal titolo “Il mare di Calipso”.