L´angolo della satira di Positanonews.it Tragedia greca

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L’Angolo della satira di Positanonews.it   ” Tragedia greca” 

L’esplosione della bolla finanziaria originatasi nel mercato immobiliare statunitense, della cartolarizzazione dei mutui subprime e del conseguente fallimento della banca Lehman Brothers, è senza dubbio la più lunga e complessa crisi finanziaria che il sistema capitalistico abbia mai conosciuto, superiore persino a quella del 1929. Tale crisi si presenta per il suo carattere globale anche se investe in maniera differenziata le realtà territoriali, accentuando meccanismi estremi di globalizzazione della produzione, della commercializzazione, dell’approvvigionamento delle materie prime, ma soprattutto della delocalizzazione delle risorse con conseguente diseguaglianze distributive delle ricchezze. Questa Crisi ha visto l’irrompere del Debito come ragione e scusante allo stesso modo della crisi. Il punto di massima criticità è stato possibile a causa di scelte di breve respiro ispirate alla massimizzazione dei profitti. Insita nel Liberismo ove i profitti si ricercavano ovunque, forzosamente, anche e soprattutto sul debito. Il capitalismo finanziario, nei maggiori paesi, spingeva agli estremi i suoi tentativi di massimizzazione scommettendo sull’ottimismo e sul consumismo indotto. Cittadini dal reddito marginale, precario, e la classe del ceto medio, venivano catechizzati alla necessità di dare soddisfazione a qualunque bisogno individuale e familiare ovviamente indebitandosi. Tra questi quale miglior bisogno per l’individuo se non l’abitazione. L’immobile come bene rifugio, ma anche come necessità e fisiologica aspettativa dell’individuo. Il sostegno ideologico al consumo estremo, all’indebitamento per tenere alta domanda, crescita e speculazione finanziaria. Una moltitudine di uomini compravano, compravano anche debito, creando debito su debito. La domanda di credito veniva soddisfatta con il debito in primis. Debito proposto come investimento redditizio e sicuro. La ragione quindi era ed è il profitto, più calavano e più veniva ricercato ed indotto con operazione sempre più innovative, spericolate. Un mercato globale in cui la finanza creativa dettava e detta legge, dove tutti i maggiori operatori sono inestricabilmente legati da rapporti di credito-debito. I soldi non hanno ne puzza ne colore, questo le Banche lo sanno, altro se lo sanno, tanto che per le multinazionali del credito, per le borse e le società finanziarie, il latte va comunque munto fino a quando la vacca non crepa. Nell’ideologia liberista imperante, è una virtù del mercato sacrificare le vacche per tenere in piedi la stalla. La necessità dell’acquisto di beni nonostante segnali di contrazione economica venivano indotti al punto da piazzare qualunque prodotto, i cosiddetti “titoli tossici”, che costruiti sul debito nè avevano moltiplicato esponenzialmente la portata. Poi lo tzunami della speculazione ha investito il debito pubblico degli stati tanto che i maggiori governi delle più forti economie mondiali (Stati Uniti ed Europa) sono stati costretti a riversare ingenti quantità di denaro pubblico, si badi denaro pubblico, per il salvataggio delle banche e società finanziarie private. L’obiettivo assoluto era ed è evitare il default con un probabile effetto domino degli stati. Per la stessa ragione venivano emessi nuove quantità di titoli statali che sono stati collocati nei circuiti della finanza speculativa per ristrutturare e rifinanziare il debito. Insomma le politiche di deficit spending sono state dunque indirizzate non all’attuazione di misure (keynesiane) di rilancio della crescita attraverso l’irrobustimento degli investimenti ed il sostegno dei redditi al consumo, né allo stimolo di nuovi settori di sviluppo produttivo (green economy –ricerca -sviluppo nuove tecnologie), ma a sostenere una volta di più i processi di finanziarizzazione dell’economia. Insomma accelerando lungo la via della contrazione dei consumi ed investimenti anzichè cercare di invertire la rotta con l’innesco di processi espansivi di produzione materiale e immateriale (economia reale). La risposta a questa crisi si è ciecamente ricercata nel cuneo di politiche di contenimento del deficit statale attraverso draconiani tagli alla spesa pubblica, che penalizzano in primo luogo le aree di Welfare, per chi c’è l’ha, per esempio programmi di assistenza sociale, ricerca, cultura e università; ma anche con politiche di liberalizzazioni, privatizzazione, di svendita di patrimoni, taglio della spesa pensionistica, contrazioni dei diritti dei lavoratori (in italia con l’attacco all’art.18), controllo dei new media, riduzione della rappresentanza politica e sindacale. Gli effetti di macelleria sociale attuati per esempio in Grecia sono inequivocabili. Tali scelte hanno comportato delle conseguenze ovviamente sulla qualità della democrazia. Nell’ultimo decennio i popoli si sono assuefatti al progressivo dipanarsi della crisi della rappresentanza politica intesa secondo i canoni tradizionali. L’inadeguatezza della classe dirigente incapace nel saper interpretare per tempo gli effetti delle trasformazioni del nuovo modello produttivo dominate schiantatosi con l’avvento della globalizzazione, la sua rapidità, la sua spietatezza, ha fatto il resto. In altri termini il direttorio dei mercati finanziari che si sono sostituiti alla politica. Ecco quindi la tragedia della crisi mondiale, ed all’interno di essa, della crisi finanziaria greca. Governi democraticamente eletti costretti ad applicare le politiche di austerity decise altrove. Decise da chi non intendono rinunciare ai benefici accumulati prima e durante la crisi. Volute per esempio dalla Troika, costituita da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea. Siamo insomma al tramonto della sovranità politica nazionale. Siamo alla abdicazione del popolo sovrano in quanto tale, nel momento in cui a decidere in merito alla vita economica e sociale di un Paese non sono più il Parlamento ed il Governo democraticamente eletti, ma poteri ad esso esterni, nel migliore dei casi oligarchie tecnocratiche, ovvero degli anonimi “mercati finanziari” o delle società di raiting, dalla combinazione di queste forze o in contraddizione tra loro. Rispetto alle cicliche crisi finanziarie ed economiche finora storicamente conosciute e studiate, quest’ultima si caratterizza dall’assenza di un disegno di pianificazione d’uscita (exit strategy). Si ha il fondato timore di trovarsi di fronte ad una fase di disorganizzazione del sistema (capitalistico), dominato dalla tensione dei mercati, dalla logica della speculazione, della salvaguardia della rendita ad essa collegata, ovvero del realizzo di ricavi nel brevissimo termine per contenere il proprio disavanzo, in una esasperata morte tua vita mea, senza alcuna prospettiva di rilancio globale di uscita. Insomma nella pretesa di misure di attacco e riduzione della febbre senza preoccuparsi di una contemporanea cura della malattia. Il taglio del debito senza rilancio della crescita è una scelta sbagliata incuneata all’interno di una ideologia sbagliata che porterà al collasso economico e nelle migliori ipotesi ad un lungo e pesante periodo di recessione economica. In tale lasso temporale chi ci lascerà le penne saranno milioni di poveri e con loro le democrazie occidentali. Se quella dei mercati finanziari è un direttorio senza pianificazione, il risultato è l’ulteriore progressiva divaricazione tra questo capitalismo e la democrazia a cui dovrebbe accompagnarsi. Questo è un dato politico ed economico ormai da molti condiviso. In altri termini il Novecento così come lo avevamo conosciuto quando il capitalistico era riuscito a competere ed a prevalere sul socialismo reale con l’affermazione della democrazia liberale, crescita e redistribuzione della ricchezza, se pur diseguale, e lo stato sociale e diritti.  Abbiamo assistito quindi in questi ultimi tempi al tentativo di limitare l’attacco della speculazione al debito sovrano, per esempio della Grecia, con risultati modesti in rapporto agli abnormi costi sociali, licenziamenti nel pubblico impiego, taglio dei salari, taglio delle pensioni, scioperi, insomma un paese nel caos. Il declassamento da parte delle agenzie di rating della valutazione delle finanze statali, l’esplosione dello spread, mostrano come la crisi non sia facilmente circoscrivibile, ma investa nel suo complesso l’Eurozona, lo spazio definito dalla moneta unica. La stessa Germania non può chiamarsi fuori, ma di certo è l’economia che dalla crisi ha comunque introitato i maggiori vantaggi. In questa cornice l’Italia (dopo la Grecia) può fungere da “anello debole” ed in questa ottica che i governi europei pretendono politiche di sperimentazione di nuovo mix di riforme di rigore e senza modificare il modello di liberismo finanziario con effetti pesantissimi in materia di recessione economica e disagio sociale. E’ per questo motivo che hanno inviato dall’Eurozona, e benedetto, l’arrivo del tecnico Mario Monti. L’esaurimento della parabola politica dei governi precedenti sono infatti il risultato della manifesta inadeguatezza di quella classe dirigente, questo vale per il centro destra come per il centro sinistra, e vedi anche per altri Paesi. Gli interessi e i poteri dominanti che, più o meno entusiasticamente, avevano sostenuto il modello del liberismo come modello salvifico, espansivo delle ricchezza sempre e comunque, oggi fanno finta di non vedere, glissano come vittime di una crisi prodotta altrove, celano il fallimento di quelle scelte. Il rischio quindi è che “passata a nuttata”, ne arriveranno altre. Insomma l’incapacità di vedere ed ammettere che questa crisi non è un jattura inspiegabile ed imprevedibile ma soltanto una variante fisiologica di un modello di capitalismo, ossessionato dalla ricerca del profitto rapido e cospicuo, spinto al limite, disinvogliante di investimenti reali produttivi, a vantaggio di acrobazie finanziarie. Insomma una classe politica legata a filo doppio con questa economia che non sa ne vuole leggere l’ “anomalia” del carattere sistemico della crisi e delle sue persistenti conseguenze sull’economia reale. In parole semplici in questo modello di sviluppo globalizzato la crisi essa stessa sistema, poichè nella crisi ci sono quelli che perdono ma anche quelli che si arricchiscono più di prima. In esso non c’è sistema senza crisi e non c’è crisi senza sistema. All’epilogo quindi di questa fase politica, col serio rischio del default greco, ma poi anche di quello italiano e così via, fino al collasso dell’euro, il governo Monti arriva, nasce, e trova sostegno condiviso. La pressione da parte del direttorio internazionale dei mercati, produce nei fatti, anche una mutazione genetica  del nostro modello costituzionale ed istituzionale, in chiave semi-presidenzialista. In altre parole rappresenta il tentativo, anche necessario se vogliamo, di proporre una strutturata governance della finanza come tentativo di uscita dalla crisi senza però mettere mano alla ridistribuzione della ricchezza come volano della ripresa dei consumi, degli investimenti e della ripresa economica. Di misurare cioè unicamente l’obiettivo di stabilizzare la situazione del debito, rinviare ad una fase successiva il rilancio economico e contemporaneamente di sterilizzare il più possibile il dissenso sociale.   

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