L’imbroglio del plebiscito del 1860 nelle Provincie Napolitane.

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Già prima che in altre parti, in Sicilia il 12 ottobre 1860 si svolge il plebiscito per l’annessione al Piemonte con la partecipazione al voto anche dei garibaldesi e dei soldati piemontesi. I voti sono 432.053 per il Sì e 667 per il No. A Palermo, che ha circa 220.000 abitanti, si hanno 36.252 voti favorevoli all’annessione, contro appena 20 contrari. Numerosi tumulti di protesta sono soffocati. Lo stesso ministro Elliot, ambasciatore inglese a Napoli, nel rapporto al suo Governo scrive testualmente:  «moltissimi vogliono l’autonomia, nessuno l’annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa». A Londra il ministro degli esteri inglese,  Lord John Russel, comunica al Governo della Regina che: «I voti del suffragio in questo regno non hanno il minimo valore».

 

Qualche giorno dopo viene emanato un decreto che abolisce le frontiere con il resto d’Italia, perché le Due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia. L’ambasciatore inglese Elliot è allibito da questa decisione presa ancor prima del plebiscito e la comunica a Lord Russell.

 

Il 21, a Napoli e in quasi tutte le province continentali del Regno, viene tenuto il plebiscito. La votazione dà 1.032.064 Sí e 10.313 No. In sostanza è interessato al voto poco più del 12% di circa sette milioni di abitanti. La formula sulla quale gli elettori sono chiamati ad esprimersi è : Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e i suoi legittimi successori?”

 

Nel frattempo Napoli viene occupata da 50.000 garibaldesi e piemontesi, che presidiano i punti strategici della città, in ciò coadiuvati dalla camorra. Davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, di fronte al Palazzo Reale (Largo di Palazzo), sono poste, su di un palco alla vista di tutti, tre urne: una, con le schede del sì, un’altra con quelle del no, una terza al centro, dove sono depositate le schede prelevate dalle prime due. Si vota davanti ad una minacciosa schiera di filibustieri garibaldesi, guardie nazionali, soldati e camorristi. (Il votante, quindi, compiva il suo dovere senza alcuna garanzia di libertà di espressione). Il giorno prima sono stati affissi sui muri cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria chi si astenesse o votasse per il no”.

 

Votano per primi i camorristi, poi i garibaldesi, in maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Chi tenta di votare per il no è bastonato, qualche altro, come nel quartiere Montecalvario, è assassinato. Poiché  i votanti non sono registrati, la maggior parte dei camorristi e dei piemontesi va a votare in tutti e dodici i seggi elettorali costituiti a Napoli. Alla fine della giornata, piemontesi e camorristi, impazienti, riempiono l’urna del sì a piene mani.

 

Il costo del plebiscito che grava sull’erario della città è enorme: circa 300 milioni di franchi.

 

Allo stesso modo si procede in tutto il Regno.  Si vota solo nei centri presidiati dai militari piemontesi e non mancano le solite violenze.

 

Il Duca di Gramont, ambasciatore francese a Roma, così scrive al Ministro degli esteri francese Thouvenel: «Tutte le notizie che giungono da Napoli concordano nel rappresentare il paese come decisamente ribelle all’annessione piemontese, e assai poco curante dell’unità italiana. Cacciano le autorità nuove, rialzano le armi di Francesco II. I Piemontesi, avvertiti dalle autorità cacciate via, mandano colonne abbastanza forti, che, dopo un po’ di fucilate, disperdono gli abitanti, e portano prigionieri, per giudicarli e fucilarli, i così detti capi del movimento che vengono loro denunziati. Appena partiti i Piemontesi gli abitanti rivengono; prendono quelli che hanno chiamato gl’invasori e li mettono a morte. Ma quel che è più curioso si è, che tuttociò accade in località che si suppone aver votato unanimemente per Vittorio Emmanuele”!».

 

Nell’Aquilano, per la fortissima reazione dei popolani, al plebiscito non partecipa quasi nessuno. Il governatore di Teramo, de Virgilii, emana un proclama con il quale minaccia: I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario. Colpite i reazionari senza pietà”.

 

A Caramanico, un paese di seimila abitanti nel Chietino, un popolano chiede che sia sistemata anche una urna per Francesco II, ma è schiaffeggiato da un liberale, tale de Dominicis. A questo gesto la popolazione corre immediatamente ad armarsi con scuri e pietre e assale il drappello di piemontesi che protegge le urne. Accorrono anche gli abitanti del vicino paese di S. Eufemia. Nello scontro il de Dominicis rimane ucciso, i piemontesi sono messi in fuga e le urne distrutte. Il giorno dopo piombano sui paesi truppe piemontesi, i filibustieri garibaldesi e guardie nazionali che uccidono chiunque venga loro incontro. Le case degli abitanti di Caramanico e S. Eufemia sono saccheggiate e il bottino è portato a Chieti.

 

Insorgono anche gli abitanti di Salle e Musellaro. Anche qui sono di nuovo innalzate le insegne napolitane. La repressione da parte delle guardie nazionali e dei piemontesi vince però l’accanita resistenza degli insorgenti, i quali, guidati da un muratore, Angelo Camillo Colafella, sono costretti a rifugiarsi sui vicini monti.

 

Ad Isernia un forte gruppo di contadini e popolani tenta di assalire i garibaldesi e i loro fiancheggiatori, ma non avendo armi sono costretti a desistere.

 

A Cansano e ad Elice gli insorti sono soffocati nel sangue dalle collaborazioniste guardie nazionali che arrestano e fucilano i capi.

 

Vi sono altre insurrezioni a Controguerra, Bellante, Corropoli, Torano e Cermigliano.

 

In Arzano di Napoli un popolano che grida “viva ‘o rre” è arrestato dai criminali garibaldesi e in seguito, per ammonimento, con le forbici gli vien tagliato il labbro inferiore.

 

Alle prime luci dell’alba del 21, anche a Carbonara, nell’alta Irpinia, si verifica una rivolta. Già la sera precedente i messi comunali, che stanno distribuendo le tessere per il plebiscito, sono presi a sassate e le tessere strappate. Fino a notte fonda, gruppi di giovani corrono per le strade del paese gridando il nome del Re Francesco. I contadini innalzano la bandiera delle Due Sicilie e strappano gli stemmi savojardi, portando in processione per le vie del paese i ritratti del loro Sovrano e della Regina Maria Sofia. La massa dei popolani si reca in chiesa, dove è tenuta una funzione solenne col canto del Te Deum. I galantuomini sono assaliti, nove rimangono uccisi. Tra i morti vi sono il capitano della locale Guardia Nazionale, Gaetano Maglione, la guardia Angelo D’Annunzio, i ricchi liberali Nicola Tartaglia, Gabriele Stentalis, suo nipote Isidoro Stentalis col figlioletto Michelino, un bambino di appena nove anni, Michele Cappa, il cancelliere comunale Francesco Areneo Rossi, il decurione Donato Tartaglia. Un altro, Giovambattista Coscia, è gravemente ferito. Alcuni, tra cui il sindaco Giacomo Giurazzi, si salvano con una rocambolesca fuga per le campagne circostanti. I cadaveri di alcuni uccisi sono mutilati, oltraggiati e precipitati per la ripa sottostante al paese. Altri rimangono insepolti per le strade deserte tutto il giorno e la notte successiva. Poi, per tutta la giornata, la folla degli insorti legittimisti saccheggia le case di alcuni uccisi, distrugge i documenti della cancelleria comunale e gli atti notarili.

 

Nello stesso giorno del 21, nel Gargano, l’insurrezione inizia a S. Giovanni Rotondo e si estende a S. Marco in Lamis e a Cagnano, dove le votazioni sono impedite. A Lesina e a Poggio Imperiale, sono invece fatte ugualmente le votazioni, ma con una totale maggioranza contraria all’annessione. A S. Giovanni Rotondo ventidue tra guardie nazionali e galantuomini sono massacrati nelle carceri da parte degli insorti napolitani. Il governatore di Foggia, Del Giudice, accorre con numerosi filibustieri garibaldeschi, ma, benché respinto all’inizio da una furiosa reazione popolare, nei giorni successivi con migliaia di uomini riesce a sedare le insorgenze. Decine di popolani, anche se solo sospetti, sono fucilati dopo la cattura. I paesi di Roseto Valforte, Accadia, Ascoli e Bovino sono circondati.

 

In provincia di Catanzaro, a Cinquefronde, Coridà, Giffone, Dosà, Acquaro, Dinami e Maropati, le popolazioni insorgono contemporanea­mente. Nella zona si concentrano circa 700 armati, tra i quali numerosi soldati sbandati e la stessa guardia nazionale che fa causa comune con gli insorti. Violente sommosse si hanno anche a Cosenza. Vi è anche un tentativo di sbarco presso Reggio da parte di truppe napolitane provenienti da Messina. Le sommosse sono soffocate con particolare violenza dall’intervento della banda garibaldesca Cacciatori d’Aspromonte, che solo a Cinquefronde uccide 16 persone.

 

In Basilicata le sommosse contadine impediscono del tutto le votazioni. Governi napolitani sono proclamati ad Acerenza, Carbone, Castelsaraceno, Calvera, Cancellara, Episcopia, Latronico, Laurenzana, Favale, Tursi, Castronuovo, Sanseverino e Castelluccio. La repressione, però, ha ancora il sopravvento e centinaia di contadini disarmati sono arrestati dalle guardie nazionali accorse dai paesi limitrofi e trascinati incatenati a Potenza, mentre i loro miseri averi sono confiscati e le case distrutte.

 

Altre violente insurrezioni si hanno ad Avigliano, Muro Lucano, Picerno e Pietrapertosa. A Cancellara i seggi elettorali sono assaliti dalla popolazione che costringe le autorità e le guardie nazionali a rinchiudersi nel castello e nel convento dei Padri Riformati. A Marano, Casaprobe, Campotosto ed in altri vicini paesi i cittadini si avventano contro gli annessionisti, li mettono in fuga e si pongono sul cappello una scritta con un No molto evidente.

 

In tutte le Provincie Napolitane numerosi e spontanei sono gli episodi di resistenza, non solo contro le violenze delle bande garibaldesche, ma anche contro i piemontesi, considerati invasori stranieri. Le varie autorità locali tuttavia nascondono la gravità degli avvenimenti per ingraziarsi gli occupanti.

 

Alle notizie dell’avanzata piemontese su Isernia e Venafro, il Generale Ritucci, per non subire un attacco alle spalle e trovarsi a combattere tra due fronti, dà ordine di riunire tutti i reparti e di concentrarli a Teano. (Questo fa capire come il plebiscito è stata una farsa, in quanto molti territori, ancora sotto il controllo dell’esercito napolitano, non erano in grado di esprimersi e se l’avessero fatto sarebbe stato certamente un NO!)

 

(Finita la farsa, non vi fu alcun modo per confrontare gli iscritti nelle liste elettorali e i votanti, senza contare che lo scrutinio, dovunque fu reso possibile, fu sfacciatamente falsato.)

 

 

 

Il 23 ottobre, il generale Fanti emette il primo atto ufficiale contro la resistenza napolitana i cui guerriglieri sono definiti “briganti”. Proclama leggi di guerra, corti marziali e pena di morte per chi resista con le armi.

 

Davanti alla Reggia di Napoli, il 3 novembre è proclamato il risultato del falso plebiscito. Sono schierate 24 compagnie di guardie nazionali e la suprema corte di giustizia. Salve di cannoni sono sparate dalle fortezze e dalle navi.

 

Il giorno dopo, il generale Pinelli dichiara lo stato d’assedio in tutto l’Abruzzo con un proclama mostruoso:

 

1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie, sarà fucilato immediatamente.

 

2. Uguale pena a chiunque spingesse anche con parole i villani a sollevarsi.

 

3. Uguale pena a chi insultasse il ritratto del re o lo stemma di Savoja o la bandiera nazionale.

 

Intanto l’economia delle Due Sicilie ha un tracollo vertiginoso. I movimenti  nei porti e gli scambi commerciali con l’estero sono letteralmente azzerati. Si ha una fuga di capitali dal commercio verso le rendite, che tuttavia incominciano a perdere il loro valore. Tutte le attività produttive si arrestano, la disoccupazione cresce in ogni settore. I generi di prima necessità incominciano a scarseggiare e  il carovita aumenta.

 

 

 

(Con il plebiscito, dunque, ci fu una legittimazione formale per i Savoia ad occupare Napoli e la Sicilia; ma fu eseguita in modo criminale e antidemocratico. In poche parole fu un volgare imbroglio. La maggior parte del popolo napolitano, che non votava perché non aveva niente, abituato a rompersi la schiena per zappare la terra, quegli stranieri piemontesi non li volevano per niente. Per questo molti si rifugiarono in montagna, armandosi e diventando briganti. E dopo che i Savoia che con i loro bersaglieri e carabinieri spezzarono l’orgoglio e la dignità di una nazione senza futuro, i napolitani, soli contro tutti, posero le armi per imbracciare una valigia di cartone, preferendo diventare emigranti piuttosto che diventare sudditi di un re straniero che parlava francese.)

 

Avvenimenti tratti da: NAPOLITANIA – Storia affascinante, ricca e crudele del Sud, di Antonio Pagano, pag. 377-381

Inserito da Giovanni Cervero