Un Cyrano senza naso

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Snaturato il testo di Edmond Rostand da un Alessandro Preziosi che omette la cartilagine co-protagonista dell’opera, “innovando” la sua interpretazione del capolavoro francese con imitazioni di Carlo Verdone e Beppe Grillo

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

“Un guascone molto strano era certo quel Cyrano che, chissà, per quale caso, era nato con un naso tanto lungo, visto ad occhio che, incontratolo Pinocchio, te lo avrebbe denunciato tosto al proprio sindacato…..” Evocazioni d’infanzia in questa filastrocca simbolo della caratteristica principale di Cyrano De Bergerac, protagonista dell’ opera di Edmond Rostand, della quale giovedì sera è stata vissuta al teatro Verdi la “prima”, interpretata dall’amatissimo volto televisivo Alessandro Preziosi, in veste di primo attore, nonché di regista. Alessandro Preziosi è comparso in scena senza naso, per questa rivisitazione neoromantica,  datata 1897, dell’antica fiaba della “Bella e la bestia”, reincarnatasi, tra eroismo individuale e vocazione al sacrificio, nelle imprese di un idealista scorticato dalla vita, con un naso brutto e grosso come quello di Cyrano de Bergerac. Attraverso Cyrano, Rostand parlava ad una generazione senza più fede. Misteriosamente, egli sentiva che quella era una generazione che doveva morire. I giovani che ascoltavano i colpi inferti all’animo di Cyrano, e che si consolavano con il suo pennacchio, erano già i condannati del 1914, mentre la borghesia pascevasi e danzava su pavimenti lucidi, ormai irrimediabilmente marci. Ha perso un’occasione Alessandro Preziosi, del quale pur apprezziamo l’impegno, essendo in scena per oltre due ore, di andare oltre la superficie più rilucente e burlesca del testo, per di più inficiata da una scelta infelice di musiche (la tirata del naso inizia con una citazione di “’O sole mio”, forse in omaggio all’attore “cane” Montfleury che impersona Fetonte, o ancora un reggae e uno swingante blues per la celeberrima scena del balcone), sino a culminare con le imitazioni  di Carlo Verdone e Beppe Grillo, nella scena del matrimonio segreto di Cristiano e Rossana, allo scopo di intrattenere De Guiche. L’opera è stata presentata nella traduzione di Mario Giobbe, datata 1945, con diversi tagli e adattamenti, in cui è andata diluita la lussureggiante intenzione di Rostand, che ha da suonare come un armonioso arpeggio romantico, costruita su un equilibrio calibrato di scelte stilistiche, con il susseguirsi concitato delle battute e delle repliche nei dialoghi, l’uso abnorme delle metafore e di immagini che esaltano l’isterica variazione dei toni, perché, ed è lo stesso Cyrano ad avvertirci, “variando il tono si possono dire molte cose”, variazioni per le quali Alessandro Preziosi si è affidato anche all’amplificazione, a volte non perfetta. Alessandro Preziosi, come è d’ordine in diverse compagnie, si è circondato di attori non alla sua altezza, a cominciare dal suo contraltare, Cristiano, Barone de Neuvillette, un Benjamin Stender, dall’accento tedesco alla Benedetto XVI, e De Guiche (Massimo Zordan). Credibile Valentina Cenni  nel ruolo di Rossana, mentre il migliore in scena è risultato Emiliano Masala nei panni di Le Bret, unitamente al pasticciere Ragueneau Valvert, affidato a Marco Canuto. Minimali le scene di Andrea Taddei, evocanti uno chapiteau, mentre sufficienti sono risultati i movimenti coreutici di Nicolaj Karpov. Ben sottolineato il “preziosismo” di Rosana abbandonata al culto sterile della superficie che la paralizza nelle maglie dell’artificio estetico – il bel linguaggio delle lettere a lei indirizzate, il volto sublime di Cristiano –  la rilettura del Cyrano è venuta meno proprio per la mancanza del naso, che dilegua la condanna del protagonista per la propria bruttezza, e anche un po’ per se stesso, a restare nell’ombra, come usignolo notturno che canta, senza viverlo, il sublime degli altri, venendo così a mancare anche la tragica condivisione con Don Chisciotte, nume tutelare del nostro eroe, vocato al fallimento. Alessandro Preziosi, vogliasi trasformare in Cristoforo Colombo, o in Amleto, o in un Cyrano senza naso , resterà per il pubblico che, giovedì sera lo ha a lungo applaudito, il Conte Fabrizio Ristori, paladino moderno di quella massa grigia in cui Rostand vedeva tutti i suoi nemici, menzogna, compromessi, pregiudizi, viltà e per finire stupidità.

 

Olga Chieffi