L´EX MINISTRO SCOTTI: "NEL ´92 DENUNCIAI PERICOLO STRAGI. ANDREOTTI MI ATTACCÒ"

0

ROMA – Nel marzo del ’92, subito dopo l’omicidio dell’europarlamentare Salvo Lima, ucciso a Palermo da Cosa nostra, l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti denunciò più volte un allarme attentati ad esponenti delle istituzioni parlando di un rischio di «destabilizzazioni delle istituzioni», ma l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti lo giudicò un «venditore di patacche». A denunciarlo oggi in aula, a distanza di vent’anni, è lo stesso ex ministro Scotti, ascoltato, come testimone, al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauto Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. «Fui giudicato come avventato e impulsivo – racconta in aula il 79enne Scotti – insomma, un venditore di patacche, se vogliamo dirlo in termini effettivi». Vincenzo Scotti, nel marzo 1992 parlò dell’allarme attentati a rappresentanti istituzionali davanti alla Commissione Affari costituzionali e Interni di Camera e Senato. In particolare riferì di minacce di morte a Carlo Vizzini e Calogero Mannino, entrambi all’epoca ministri. «Subito dopo l’omicidio di Salvo Lima – spiega in aula Scotti interrogato dal pm Antonino Di Matteo – l’allora capo della Polizia e direttore del Dipartimento di Pubblica sicurezza Vincenzo Parisi (oggi morto ndr) iniziò a richiamare la mia attenzione su una serie di informative che provenivano dai servizi di sicurezza. Le conclusioni di quelle informative erano estremamente preoccupanti. All’epoca abbiamo lette quelle note insieme con Parisi, che era una persona molta attenta. Quelle informative facevano ritenere la necessità di dichiarare lo stato di allerta delle forze dell’ordine e dei prefetti perchè le conclusioni a cui arrivavano erano davvero preoccupanti». Dopo qualche giorno la «notizia esplose sui quotidiani – racconta ancora l’ex ministro Scotti in aula – e si accese una polemica politica molto forte». In particolare era stato l’ex premier Giulio Andreotti ad accusare Scotti di eccessivo allarmismo. Anche perchè era stato un noto depistatore, Elio Ciolini a parlare a un magistrato di Bologna di un allarme attentati a esponenti delle istituzioni. «Alla vigilia delle mie informativa in Parlamento venne fuori il nome di Ciolini. Ma io quelle informative – dice Scotti – le ebbi dalle note del capo della Polizia» e non da Ciolini. Dopo l’omicidio di Salvo Lima, Vincenzo Scotti disse al Parlamento, come racconta oggi lo stesso ex ministro dell’Interno: «ci sono due strade da seguire, o rafforziamo l’azione repressiva nei confronti della mafia o vogliamo accettare una condizione di allentamento della situazione. È una scelta sui cui si deve esprimere il Parlamento». Nel corso della deposizione di oggi, l’ex ministro dell’Interno ha poi parlato di due intrusioni nella sua abitazione proprio nel periodo oggi preso in esame, cioè dall’inizio del’92 al marzo del ’92. «Avevo trovato disordine a casa tra i miei documenti ma non mancava nulla – racconta Scotti – non avevano sottratto atti, non era un furto era evidente. Accadde per due volte a casa e una volta in ufficio, ma parlandone con l’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, mi consigliò di non sporgere denuncia senza spiegarmi il motivo». Le intrusioni misteriose nell’abitazione di Scotti accaddero prima dell’omicidio di Salvo Lima. «Non feci denuncia perchè mi fidavo delle indicazioni che mi dava il Capo della Polizia!», ha risposto Scotti al pm Di Matteo che gli chiede come mai non abbia sporto denuncia nonostante ricoprisse quell’incarico. Nella lunga deposizione dell’ex ministro dell’Interno ha ricordato che il 29 giugno del 1992 venne sostituito nel suo ruolo di ministro dell’Interno nell’allora Governo Andreotti, dopo un rimpasto, e diventò ministro degli Esteri: «Ma mi dimisi ai primi di luglio perchè Andreotti ci teneva che seguissi tre importanti incontri internazionali, il G7 a Monaco, un altro vertice a Helsinki e a Vienna». Scotti ha anche ricordato le difficoltà incontrate nel ’92 per la realizzazione della Direzione investigativa antimafia, nata proprio in quel periodo così come per la Direzione nazionale antimafia. «I contrasti furono molto accesi sulle due innovazioni e si dovette procedere in modo separato», sottolinea. I Carabinieri, in particolare, non accettavano il decreto legge sulla Dia. «Ma spiegai al generale dell’Arma che ormai il decreto era legge e quindi doveva accettarlo e così fu», dice Scotti.

“SUL 41 BIS FUI ISOLATO” Poche settimane dopo la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone, nel giugno del 1992 l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, con l’allora ministro della Giustizia iniziò a lavorare sul decreto legge che prevedeva il carcere duro per i mafiosi, il cosiddetto ’41 bis’, ma «quando accelerai per l’approvazione del decreto fui isolato politicamente». La denuncia è dello stesso ex ministro Scotti nella deposizione al processo che vede imputati il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati davanti al Tribunale di Palermo di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. «Percepii un clima di isolamento politico, se dicessi un’altra cosa dire il falso. Anche i giornali lo scrissero all’epoca», spiega Scotti al Procuratore aggiunto Antonio Ingroia e al pm Antonino Di Matteo nel corso della deposizione. Alcuni deputati, non della corrente di Scotti, fecero anche una lettera di solidarietà a favore di Scotti. È lo stesso ex ministro a ribadire in aula che «tutti conoscevano il mio orientamento nella lotta alla mafia, dissi soprattutto dopo gli omicidi Salvo Lima e di Giovanni Falcone che bisognava incalzare, accelerare nella lotta a Cosa nostra e non abbassare la guardia. Era una condotta nota a tutti». «Dopo l’uccisione di Giovanni Falcone – dice Scotti – ci interrogammo su cosa fare. Eravamo in un governo dimissionario, in ordinaria amministrazione. Avevamo già iniziato a lavorare su una serie di provvedimenti che dessero una stretta forte sulle carceri, ma senza avviare una discussione specifica sul 41 bis. Nel frattempo venne eletto Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro e dissi al Presidente del Consiglio se si sentiva di adottare un decreto legge, un atto discutibile però da un punto di vista costituzionale. Di fronte al delitto Falcone lo Stato non si poteva trincerare, dovevamo avere una reazione forte che colpisse Cosa nostra. E nel contempo si decise anche una direttiva sulla cattura dei latitanti». È sempre Scotti a spiegare che «Il 41 bis nacque dalla collaborazione tra due uffici e il testo fu realizzato congiuntamente e collegialmente. Ma subito dopo incontrammo delle difficoltà per il consenso del decreto legge sul 41 bis, anche se nessuno uscì allo scoperto. Io poi lasciai il ministero il 29 giugno del 1992, erano gli ultimi giorni di vigenza del decreto legge. Poi ci fu un’accelerazione nel Parlamento e dopo via D’Amelio cambiò lo scenario». Il decreto sul 41 bis venne approvato definitivamente nell’agosto 1992. E proprio sulla misteriosa sostituzione da ministro dell’Interno il 29 giugno del 1992 con Nicola Mancino e il suo trasferimento al Ministero degli Esteri il Procuratore aggiunto Antonio Ingroia chiede di fare chiarezza. «Nessuno mi aveva detto nulla prima – spiega oggi – era chiaro che dopo l’omicidio di Giovanni Falcone ci fossero dei cambiamento al Ministero, ma non mi occupai del problema. Anche se non ho mai escluso la mia riconferma al Ministero dell’Interno». Invece, a fine giugno Scotti fu sostituito da Mancino. «Ma non so perchè avvenne questo cambio», ammette Scotti che poi andò alla Farnesina ma rimase solo pochi giorni. Inoltre, Vincenzo Scotti non venne mai informato, come ammette lo stesso al processo, di un incontro avvenuto tra l’ex direttore generale del Ministero della Giustizia Liliana Ferraro e l’allora capitano Giuseppe De Donno, che sarebbe avvenuto nel periodo compreso tra la strage di Capaci e di via D’Amelio. Secondo gli inquirenti il Ros stava già avviando la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra per fare terminare la strategia stragista. «Nessuno mi ha mai informato – dice oggi – nè il Capo della Polizia nè i servizi segreti. Non ne ho mai saputo, totalmente, niente. Lo chiesi dopo a Claudio Martelli (ex ministro giustizia ndr) perchè non mi disse nulla e lui mi rispose che non aveva ritenuto di farlo».

“ROS-CIANCIMINO? NON SAPEVO NULLA” «Nessuno mi informò mai dei contatti tra il Ros dei Carabinieri e Vito Ciancimino. Non mi fu detto nemmeno del contatto tra il capitano Giuseppe De Donno e Liliana Ferraro. Nè il Capo della Polizia nè i servizi segreti mi diedero mai notizia, io non ne sapevo totalmente niente Nemmeno Martelli mi disse niente e non me lo spiegò mai. Dovreste chiederlo a lui». Lo ha ribadito l’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti nel corso del controesame del processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra.

fonte:leggo