Meta si schiera con Schettino: «Un eroe, ha salvato 4mila persone»

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META – Dal comandante Francesco Schettino, a Meta, nessuno se lo aspettava. Oggi in tanti non fanno che ripetere la stessa cosa: «È una brava persona, un marinaio esperto, un bravo comandante». Lui stesso, la scorsa notte, con i suoi amici, la sua famiglia, si è nuovamente difeso: «Ho fatto il mio dovere, non sono scappato, ho aiutato gli altri». Uno striscione con una scritta in blu: «Comandante non mollare», è stato affisso proprio davanti casa del comandante Schettino. Autori un gruppo di ragazzi, tutti diciannovenni. E spiegano anche perché: «Francesco Schettino non lo conosciamo personalmente – dice Antonio – abbiamo messo questo lenzuolo per dare un messaggio al comandante, per dirgli che gli stiamo vicini. Se ha sbagliato sarà la magistratura a stabilirlo. Ma lui deve sapere che la sua gente starà con lui». «Non mettiamo in dubbio che lui ha sbagliato – aggiungono Marco e Lorenzo – noi vogliamo difendere la persona umana dai continui attacchi e dalla gogna mediatica di cui è ormai vittima». L’assessore al bilancio del Comune di Meta, Giuseppe Tito, lo definisce «un eroe che ha salvato oltre quattromila persone». «È una persona degnissima – ha detto l’assessore, nonchè vicino di casa del comandante – purtroppo già tutti lo hanno condannato, ma nessuno dice che ha salvato oltre 4 mila persone» A chi, poi, gli chiede di commentare la telefonata intercorsa tra Schettino e De Falco,risponde: «Lo dico da uomo, è un eroe». Il parroco: «Umanamente lo hanno ucciso». Don Gennaro Starita, da venticinque anni parroco a Meta, esprime rabbia soprattutto per «la gogna mediatica di cui è stata vittima il comandante Franco Schettino». «È una vergogna», dice senza mezzi termini. Poi aggiunge: «Già ci sono stati tutti questi morti, cosa facciamo vogliamo che ci sia un altro morto?». Don Gennaro parla anche della telefonata, che ha fatto il giro del mondo, tra Schettino e De Falco: «È sembrato un coniglio, ma noi non eravamo lì e poi lui era sotto choc per quanto era successo». I suoi fedeli ne parlano eccome di quanto è accaduto: «Tutti si sentono Dio e vogliono giudicare». Nei prossimi giorni Don Gennaro andrà dal comandante Schettino «per esprimergli solidarietà». Intanto condanna la gogna mediatica: «Fa male vedere come lo stanno uccidendo». Il paese lo difende. E sono anche gli altri a difenderlo, i suoi concittadini. In quello che è un paese di marinai non fanno che ripetere questo detto: «Chi va per mare naviga, chi sta a terra giudica». Come a dire: «Si stanno dicendo un sacco di infamie, ma Franco chiarirà tutto». C’è chi, quanto accaduto, lo definisce una «tragedia», chi «un incidente che poteva capitare a tutti». Zia Laura, risponde al telefono con un filo di voce. «È successa una diavoleria, noi siamo una famiglia di naviganti, abbiamo fatto sempre il nostro dovere – dice – la mamma di Franco è distrutta, si stanno dicendo su suo figlio troppe infamie. Ma chi sbaglia deve pagare, e pagherà». Davanti casa del comandante Schettino c’è anche Francesco Amato, per oltre dieci anni comandante. Hanno lavorato insieme, lui e Schettino, sulla Tirrenia. Ed oggi, di lui, racconta questo: «Siamo cresciuti insieme e tutti quanti, in paese, ci siamo subito accorti di quanto lui fosse bravo. Lui era il top tra tutti noi. Ed è per questo che anni fa gli dicemmo che se voleva fare carriera dove cambiare compagnia, doveva puntare sulla Costa. Così ha fatto una splendida carriera». Se gli si chiede del contenuto della telefonata tra Schettino e il capitano De Falco, l’ex comandante resta per un attimo in silenzio: «Certo mi ha deluso, ma sono convinto che la sua è stata una reazione dettata dallo choc». Sulla stessa Costa, la Concordia, fino al luglio scorso ha lavorato anche Gaetano Perrusio, cuoco. «Lo sapete chi mi ha aiutato ad avere questo posto di lavoro? Proprio Franco Schettino – racconta – Lo conosciamo tutti qui in paese, lui aiuta chi ne ha bisogno, è sempre disponibile. Da lui non ci saremo mai aspettati una cosa del genere». Ieri in udienza Schettino ha risposto alle domande del giudice Montesarchio e dei pm, ben quattro, presenti in aula: il procuratore Francesco Verusio, i sostituti Pizza, Leopizzi e Navarro. «Ero io al comando» della nave quando ha impattato gli scogli, e «sempre io ho manovrato in emergenza salvando centinaia, migliaia di persone», ha detto difendendosi dalle accuse, mentre nel corridoio fuori dall’aula dei gip la moglie Fabiola, il fratello Salvatore e un cugino aspettavano la fine dell’udienza. «Non ho abbandonato la nave». Schettino ha detto ai magistrati di «non aver abbandonato la nave», precisando di esser stato impossibilitato a risalire a bordo a causa della forte inclinazione. «La nave dopo l’urto con lo scoglio ha avuto uno sbandamento di 90 gradi. Non potevo risalire sopra». Ha anche dato spiegazioni sulla scelta della rotta, che ha fatto impattare al Concordia lo scoglio de Le Scole, davanti al Giglio: «L’abbiamo trovato davanti sul percorso di navigazione». Avrebbe chiarito perché dalla nave l’allarme è stato dato circa un’ora dopo l’allarme “di falla”, quando la Costa Concordia ha cominciato ad imbarcare acqua e ad inclinarsi. Ad ogni accusa evidenziata dai pm – i reati contestati sono omicidio plurimo colposo, naufragio e abbandono della nave – Schettino ha risposto e si è difeso. «Un bravo comandante». Ricordando la manovra di emergenza dopo l’impatto con gli scogli dell’Isola del Giglio, Schettino ha affermato davanti al gip e ai pm di Grosseto di essere stato «un bravo comandante».

IL MATTINO DI NAPOLI

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