MANOVRA OK ALLA CAMERA, 130 ASSENTI. MONTI: "AVANTI CON LE LIBERALIZZAZIONI"

0

ROMA – Sessantuno voti in meno. È il prezzo che Mario Monti paga per ottenere la fiducia sulla manovra. La luna di miele col Parlamento si affievolisce: i sì al Governo alla Camera scendono da 556 a 495 . Con una ulteriore riduzione per il voto finale sul provvedimento che si ferma a quota 402. Una maggioranza di certo ancora amplissima. Nella quale si avvertono però scricchiolii sempre più forti, se è vero che non più solo il Pdl, ma anche il Pd, pur confermando pieno sostegno al governo tecnico, evoca lo spettro delle elezioni. Ma il presidente Monti richiama subito la politica alle sue responsabilità. E dal centro dell’Aula ricorda che un unico destino accomuna i partiti al suo governo, perchè se «tutti non facciamo il nostro dovere», si mette a rischio l’Italia. Non accetta ricatti dalla politica, il professore. Lo dice chiaro e tondo in tarda serata, quando accoglie una richiesta della Lega e, già incassata la fiducia, prima del voto finale alla manovra riferisce in Aula. Guardando in faccia quei deputati e quei leader politici che nelle ultime ore hanno dato segni di insofferenza, il premier ricorda: «Siamo accomunati dalla stessa intrapresa». «Se tutti facciamo il nostro dovere con senso di responsabilità – sottolinea – non ho dubbi che l’Italia si salvera». Perchè questo è in gioco: è «a rischio il benessere» degli italiani. Anche se personalmente, assicura Monti, lui non è affatto «disperato», come invece lo aveva descritto Silvio Berlusconi. Intanto nel pomeriggio, con un tempismo che in Parlamento non è passato inosservato, anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano richiama tutti alla necessità di scelte «severe e coraggiose», di fronte al pericolo di un «drammatico disastro finanziario». Ma i partiti, stretti dalle pressioni dei rispettivi elettorati, nel garantire la fiducia al governo e nel dare il primo via libera alla manovra, iniziano a prendere le distanze. Lo fa platealmente il Pdl, con le assenze e le astensioni in Aula. Due deputati del partito di Silvio Berlusconi votano ‘nò alla fiducia, 4 si astengono e 23 risultano assenti (mancano poi in 70 al voto finale, che viene disertato da ben 130 deputati). Il Cavaliere, da parte sua, pur non condividendo «diverse cose» della manovra e pur ammettendo di aver dato il suo ok a quei parlamentari del Pdl che gli chiedevano di votare ‘nò, assicura «sostegno leale» all’esecutivo. Ma non garantisce, questo proprio no, che Monti arriverà a fine legislatura. «Questa fase non è il nostro orizzonte, che è invece un appuntamento elettorale», dice per la prima volta anche Pier Luigi Bersani, pur assicurando il sostegno del suo partito al governo fino a fine legislatura. Il segretario del Pd, che in Aula riesce a serrare i ranghi (nessuna astensione o voto contrario), non può infatti non tenere conto del malcontento dei suoi su pensioni e mancate liberalizzazioni. Ed esprime quelle istanze chiedendo a Monti che i «sacrifici» siano accompagnati da «equità e cambiamento». Chi si erge a paladino del governo è ancora una volta il Terzo polo. E Pier Ferdinando Casini, pur criticando nel merito alcune scelte, assicura di essere «pronto a condividerne la sorte dell’esecutivo senza alcun distinguo di responsabilità». Mentre bacchetta chi nella larga maggioranza «dissemina la strada di Monti di scetticismo e trabocchetti». Nel voto di fiducia sulla manovra, intanto, il governo perde il sostegno di Noi Sud e minoranze linguistiche. Ma soprattutto passa all’opposizione l’Idv. Con Antonio Di Pietro che si dice «costretto» a votare no, per l’iniquità della manovra. Sulle barricate resta infine la Lega, che contro il governo dei «poteri forti» fa parlare in Aula la deputata Emanuela Munerato con la propria vecchia divisa da operaia. La manovra è una «operazione di killeraggio», secondo Marco Reguzzoni. Mentre Umberto Bossi a chi gli domanda se il governo arriverà al 2013 risponde eloquente: «Ma siete matti!». LE PAROLE DI MONTI Il professore non fa sconti a nessuno. È il momento di incassare in Aula la fiducia sulla manovra «che salverà l’Italia». E replica con determinazione a Silvio Berlusconi che ieri lo aveva definito ‘disperato: «Non lo sono affatto», dice vestendo i panni del combattente ed affrontando l’arena di Montecitorio. Il premier metten in chiaro non solo i punti del provvedimento ma anche un ‘metodò di governo: nessun ricatto dalla politica, pur con «profondo rispetto per il Parlamento» anche perchè «siamo accomunati dalla stessa intrapresa». Ma il lavoro deve essere condiviso. «Ho letto stamattina: ‘Monti è disperatò », afferma con un tono che però trasmette calma. L’Aula intende subito che il riferimento è al Cavaliere e attende in silenzio che il capo del governo prosegua. «Ho fatto un rapido esame di coscienza dopo aver letto quel titolo – continua lentamente – e per un attimo mi sono sentito colpevole perchè non mi sento affatto disperato». La stoccata raggiunge Berlusconi che sorride. Ma Monti non intende fare polemiche. Così riprende con maggiore velocità: «Non c’è motivo di disperazione per quel che mi riguarda – dice – e soprattutto per le nostre istituzioni politiche e civili e per quanto riguarda il nostro Paese». Tutte le attenzioni sono rivolte sempre alla nazione: «Sento che tutti abbiamo a cuore lo stesso obiettivo: operare per il bene dell’Italia», rimarca. Si rivolge poi direttamente agli italiani: «Se faremo il nostro dovere e continueremo con senso di responsabilità io non ho dubbio che l’Italia si salvera», rassicura ma servono «conti in ordine» e la «difesa con perseveranza dell’euro». È un appello all’unità per avere «credibilità di fronte ai mercati grazie alle riforme strutturali». E nel pacchetto- sottolinea – «c’è molto di strutturale». Le riforme, promette, «possono riflettersi in una riduzione immediata dei tassi di interesse con un effetto sulla crescita». «A rischio c’è il benessere così come la tutela della previdenza e la salute pubblica», avvisa per sottolineare che «il rischio è ancora massimo perchè non tutto dipende da noi». Un riferimento all’Europa che «è carente per quanto riguarda la politica comunitaria di crescita e sviluppo». Lo sguardo del premier deve necessariamente rivolgersi al futuro. Monti si definisce «pieno di speranza e di fiducia» che invita a «condividere». La fiducia, oltre alla pazienza, saranno necessarie agli italiani che probabilmente dovranno condividere le difficoltà di una nuova manovra: «Sarà questa l’ultima manovra di sacrifici? Lo spero», ammette il capo del Governo. Ma nelle prossime settimane «ci saranno interventi più meditati», questi di ora sono provvedimenti necessari «per rendere l’economia meno ingessata». Le liberalizzazioni sono state «iniziate»: «Le proseguiremo e le faremo insieme, governo e Parlamento. Non saranno contro qualcuno ma a favore dei cittadini». In primis si punterà a ridurre la «fiscalità occulta e gli extraprofitti che gravano sui cittadini». Il governo respinge le critiche e sottolinea che nella manovra ci sono «misure per la crescita» come gli sgravi per lavoro e le assunzioni e «il credito alle piccole imprese». «Dobbiamo fare di più. Certo lo faremo – conclude – Il ministro per lo Sviluppo economico sta preparando una azione vasta e continua per rilanciare gli investimenti. L’azione di sostegno alla crescità è già iniziata». 130 DEPUTATI ASSENTI, 70 DEL PDL La manovra fa perdere al governo Monti ben 61 voti rispetto alla prima fiducia programmatica del 18 novembre. L’esecutivo dei ‘professorì ottiene oggi la fiducia di ‘solò 495 deputati contro i 556 del mese scorso (record assoluto di consenso nella storia della Repubblica). Voti che, poche ore dopo, scendono a 402 al momento del via libera al decreto ‘Salva-Italià. Sulla manovra, oltre a quelli della Lega, a ‘SuperMariò sono mancati i voti dell’Italia dei Valori (tranne quello di Renato Cambursano, dato in uscita dal partito di Di Pietro) e quelli delle minoranze linguistiche: i rappresentanti dell’Union Valdotaine normalmente votano con il governo, ma stavolta hanno deciso di esprimersi contro la fiducia in segno di protesta per i tagli fatti in maniera unilaterale dall’Esecutivo, e non secondo il principio dell’intesa, a Valle d’Aosta e alla provincia autonoma di Bolzano. Ma hanno pesato tanto le assenze, il cui numero è stato particolarmente rilevante al momento del voto notturno finale. Nell’ultima votazione della giornata, mancavano all’appello 130 deputati: 124 assenti e 6 in missione. 70 dalle file del Pdl, malgrado l’sms con cui il segretario Angelino Alfano aveva raccomandato «la massima presenza per ragioni politiche ed estetiche». Non c’erano, poi, 6 deputati del Pd, 10 di Fli, 8 della Lega. Gli astenuti, sempre al voto finale, sono stati 22 di cui 12 del Pdl (da segnalare, fra gli altri, Antonio Martino che a Monti «piuttosto che manovre» ha chiesto «riforme») e 9 di Popolo e Territorio. Al momento della fiducia, nel pomeriggio, gli assenti erano stati 23 nel Pdl, 3 di Fli e 2 del Pd, più 5 del Misto e due di Popolo e Territorio. Quattro gli astenuti, tutti del Pdl. Vuoti i banchi degli ex ministri Giulio Tremonti e Paolo Romani. Insomma, la «medicina amara» delle misure per il contrasto alla crisi ha determinato una certa erosione del consenso parlamentare del governo Monti rispetto all’exploit di novembre. Una spia si è vista quando l’Aula ha mandato «sotto» praticamente all’unanimità il governo su un ordine del giorno della Lega volto ad esimere dal pagamento dell’Ici le case dove vivono handicappati. Su questo incidente ha forse pesato anche l’interlocuzione non certo forte del ministro Piero Giarda, in più riprese richiamato dal presidente Gianfranco Fini a una maggiore prontezza nell’espressione dei pareri ed a essere «più rispettoso» dei parlamentari. PRIMA FIDUCIA Oggi Monti ha incassato, sulla manovra economica, la prima fiducia dopo quelle ottenute un mese fa, il 17 novembre al Senato e il giorno successivo alla Camera, all’atto di nascita del nuovo Esecutivo. Rispetto a quella del 18 novembre oggi il Governo ha perso (….) voti. In quell’occasione, peraltro, Monti aveva incassato solo il ‘nò della Lega Nord e di due ‘dissidentì di centrodestra (Alessandra Mussolini e Domenico Scilipoti), mentre oggi ai contrari si sono aggiunti l’Idv e altri deputati. Ecco il quadro dei voti di fiducia, compresi i due iniziali, e i relativi risultati. Senato 17/11/2011 governo 281 sì, 25 no, 1 astenuto. Camera 18/11/2011 governo 556 sì, 61 no, 0 astenuti. Camera 16/12/2011 manovra 495 sì, 88 no, 4 astenuti. IL PD: ORIZZONTE E’ IL VOTO Ieri aveva avvertito che un voto contro il governo Monti sarebbe stato come un voto contro di lui. Oggi Pier Luigi Bersani, dopo aver tenuto anche i deputati più riottosi compatti sul fronte del sì, mette limiti programmatici e temporali all’esecutivo dei professori: «Saremo fermi e generosi ma il nostro orizzonte sono le elezioni per una vera ricostruzione». Parole che agitano il partito, in particolare l’ala montiana dei lettiani e dei veltroniani, e che spingono il segretario, in dichiarazione di voto, a chiarire che il sostegno a Monti dura fino al 2013. Nel giorno della fiducia, il Pd porta in dote al governo il suo pacchetto di voti, assicurato vincendo resistenze e tabù soprattutto sulla riforma delle pensioni. «Daremo una mano a salvare l’Italia dal precipizio e lo faremo con la generosità di chi è il primo partito del paese», garantisce Bersani. Un appoggio «coerente e fermo» che, però, non può prescindere dalle risposte agli elettori ai quali Bersani darà conto «per far comprendere ciò che otterremo e ciò che non otteremo avendo come obiettivo prima di tutto l’Italia». Ed è con questo faro che il segretario del Pd non ha alcuna intenzione di mollare la presa su alcuni capitoli per lui assenti in questa manovra: misure per la crescita e per il lavoro, una migliore redistribuzione dei pesi e un pacchetto di liberalizzazioni perchè «se ricorriamo a manovra su manovra si va contro un muro». Una «fase 2» necessaria, in Italia e anche in Europa, per Bersani che oggi, incontrando il candidato all’Eliseo Francois Hollande, ha azzoppato come «poco chiaro e barocco» l’esito del vertice di Bruxelles, nel quale il premier si è speso come mediatore. Monti prende nota delle osservazioni e nel suo intervento a Montecitorio ribatterà sui due punti: nessuna fase 2 perchè «il sostegno alla crescita c’è già» mentre è vero che «l’Europa è carente per crescita è sviluppo». Nello schema di Bersani, il Pd punta ad avere un ruolo di pungolo del governo a patto che il Professore capisca che si rema tutti dalla stessa parte e apra ad una maggiore collaborazione ai partiti. «Accetti un consiglio – è l’invito arrivato in Aula da Dario Franceschini – non dica più ‘noi e voì perchè tutti abbiamo la stessa missione: salvare l’Italia». Bersani non fa mistero, però, che la sua ricetta per risollevare il paese è diversa da quella dei professori e che «la ricostruzione democratica e sociale potrà arrivare solo con le elezioni». L’evocazione del voto agita chi nel Pd, come l’ala moderata e riformista, vorrebbe un sostegno ‘senza se e senza mà a Monti soprattutto perchè arriva nel giorno del voto di fiducia e il giorno dopo che ad ipotizzare il voto è stato l’ex premier Silvio Berlusconi. Bersani non teme accostamenti con il Cavaliere, «ognuno si assume le sue responsabilità e noi siamo lineari» ma, in Aula, chiarisce: «noi appoggeremo il governo oggi e domani senza alcun limite temporale che non sia la fine della legislatura». IMU ALLA CHIESA, SI PRENDE TEMPO Sulla questione Imu-Chiesa si prende tempo. Dopo che da giorni il nodo è al centro del dibattito politico, dei talk-show, dei botta e risposta tra gli organi di stampa della Chiesa e quanti sostengono che la Chiesa non paga il dovuto, oggi l’aula della Camera ha bocciato due ordini del giorno dell’Idv e della Lega, che impegnavano il governo a imporre l’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa, e ne ha accolto uno bipartisan Pd-Pdl che chiede di «definire» la questione degli edifici utilizzati parzialmente per fini commerciali, tenendo conto «del valore sociale delle attività» che alla Chiesa fanno capo. In altre parola, nessun intervento immediato, ma l’impegno a provvedimenti più ragionati, anche se dilazionati nel tempo. L’idea di fondo, che già aveva preso corpo tra i soggetti investiti della questione, è quella di studiare in maniera puntuale la materia, tutt’altro che uniforme, per arrivare a una definizione del testo di legge che non si presti a interpretazioni ambigue. Nella formulazione attuale, infatti, il permanere della locuzione «non esclusivamente commerciale» per indicare la tipologia di edifici esentata dal pagamento dell’Ici (che confluirà nell’Imu) si presta, secondo molti, a situazioni poco chiare. La platea dei soggetti esentati è variegata e non comprende solo realtà della Chiesa, ma anche il no profit ‘laicò piuttosto che i circoli culturali. Il punto è che molte di queste attività hanno anche una faccia commerciale, che spesso, al di là della apparenze, è preminente rispetto a quella sociale. E questo vale anche per strutture che, benchè gestite da congregazioni religiose e enti ecclesiastici, sono, per esempio, a tutti gli effetti alberghi. In questo caso l’esenzione non dovrebbe valere. E proprio le inchieste su esercizi di questo tipo hanno suscitato molto clamore. Certo, solo controlli capillari possono dire dove l’Ici viene regolarmente pagata e dove no. Proprio oggi Avvenire, giornale della Cei, ha pubblicato un ampio reportage che fotografa le situazioni regolari, dove, da Padova, a Rimini, a Firenze l’imposta dovuta è versata all’Erario. «Firenze, dalla Chiesa mezzo milione all’Ici» dice il titolo del servizio. E da Milano un vescovo ‘di pesò, come il card. Scola, ha risposto che «la Chiesa sta dando e lo fa da sempre» a chi lo ha interpellato sulla volontà della Chiesa di partecipare ai sacrifici chiesti al Paese dalla manovra. Recentemente anche alcuni sacerdoti sono usciti allo scoperto affermando di pagare l’Ici per gli edifici di pertinenza della loro parrocchia. E c’è stato nei giorni scorsi anche l’intervento del numero uno dei vescovi italiani, card.Angelo Bagnasco. Il porporato nella sua dichiarazione di una settimana fa ha detto che la Chiesa, «se ci sono punti da rivedere o da discutere, non ha pregiudiziali»; e che se qualcuno commette abusi, va punito, ma lo spirito della legge «è giusto». Parole che sono sì un’apertura, ma – è il sottinteso – non a modifiche affrettate o improvvisate. L’odg passato alla Camera chiede di «valutare l’opportunità di affrontare e definire, considerato il valore sociale delle attività svolte da una pluralità di enti ‘no profit’ e, tra questi, gli enti ecclesiastici, la questione relativa al pagamento dell’Imu sugli immobili parzialmente utilizzati a fini commerciali». Un orientamento che sembra in linea con le parole del card.Bagnasco. I PILASTRI DEL RIGORE Pensioni e fisco sono i due pilastri su cui si regge l’architettura della manovra del governo, e che grazie ai risparmi e alle nuove entrate, anche a carico degli Enti Locali, garantiranno il pareggio di bilancio nel 2013 ed anche delle risorse per il terzo pilastro, vale a dire alcune misure per la crescita che dovrebbero contrastare il calo del Pil. Una manovra complessiva, dopo gli emendamenti del governo, di circa 32 miliardi, ci cui 20 di correzione dei conti. Intanto tra gli interventi del Governo non è arrivata, neanche negli ultimi emendamenti, la gara sulle frequenze Tv. Ma l’esecutivo si è impegnato a procedere: ha accolto alcuni ordini del giorno analoghi, di Pd, Idv e Lega, che lo impegnano ad annullare l’assegnazione gratuita delle frequenze Tv, e a indire una successiva asta «a titolo oneroso». Ok anche ad un ordine del giorno che impegna il governo ad occuparsi degli obbligazionisti e azionisti della ‘vecchià Alitalia; un odg che impegna il Governo a rivedere la materia dell’Ici per gli immobili della Chiesa e uno che ripropone i temi dell’ammorbidimento delle penalizzazioni per chi anticipa la pensione e dei lavoratori precoci. – PENSIONI: È la grande voce di risparmio, 20 miliardi a regime nel 2018, con l’introduzione del metodo contributivo per tutti. In più viene accelerata l’equiparazione dell’eta della pensione delle donne a quella degli uomini: dal 2018 sarà di 66 anni. Stretta sulle pensioni di anzianità: ci vogliono almeno 42 anni di contributi, e a regime chi lascerà prima perderà il 2% del trattamento ogni anno. Cresceranno i contributi per gli autonomi, che arriveranno al 25% nel 2018, per garantire loro un assegno più pesante. Per le pensioni d’oro maxi-prelievo del 15% oltre i 200.000 euro. Per far cassa nei prossimi due anni viene bloccata l’indicizzazione delle pensioni oltre la soglia dei 1.400 euro, cioè tre volte la minima. – FISCO: in questo grande capitolo, la voce di maggior impatto è l’anticipo di due anni, cioè dal 2012, dell’IMU, la vecchia Ici anche sulla prima casa. In più ci sarà una rivalutazione monetaria delle rendite catastale che renderà più pesante questo tributo per tutti gli immobili. Ci sarà una esenzione di 200 euro per tutti, che aumenta di 50 euro per ogni figlio, fino a un massimo di 400. Vengono anche tassate le auto di grossa cilindrata, le barche e gli aerei privati, con una imposta che calerà nel tempo e sarà compensata dall’incremento delle accise sulle sigarette fai da te. Per quanto riguarda i CAPITALI SCUDATI (182 miliardi) sono soggetti ad un’imposta di bollo speciale del 10 per mille negli anni 2012 e 13,5 per mille nel 2013, l’aliquota ordinaria è al 4 per mille. Il Fisco avrà un anno in più, fino al 31 dicembre 2013, per le attività di accertamento legate al recupero delle somme non riscosse con i condoni e le sanatorie previsti dalla legge finanziaria 2003. Una piccola patrimoniale sarà l’ IMPOSTA DI BOLLO su tutti i depositi titoli (es. Fondi di investimento o polizze vita) e non più solo sui conti correnti. I depositi bancari con meno di 5.000 euro non pagheranno più il bollo annuale di 34 euro; quelli delle società saliranno a 100 euro. – EQUITALIA: I beni espropriati da Equitalia ai debitori verso il Fisco, non saranno più messi all’asta dall’Agenzia ma saranno venduti dal contribuente. Il debitore venderà il bene pignorato o ipotecato e consegnerà l’intera somma ad Equitalia, che restituirà al contribuente la somma che eccede il debito. Inoltre le aziende in difficoltà a causa della crisi che sono in ritardo nel pagamento delle cartelle ad potranno ottenere una ulteriore proroga di 72 mesi. Infine slitta di un anno (a fine 2012) l’uscita di Equitalia dalla riscossione dei Comuni. – TAGLI A POLITICA E P.A.: Le Camere, con proprie delibere passeranno al metodo contributivo per le pensioni e taglieranno gli stipendi dei parlamentari. Le PROVINCE diverranno enti di secondo livello, ma solo alla loro scadenza naturale. Anche gli stipendi dei consiglieri circoscrizionali saranno sì aboliti ma solo dalla prossima consiliatura. Arriva un tetto agli stipendi dei manager delle società pubbliche non quotate e per quelli della pubblica amministrazione. Per questi ultimi però è possibile una deroga con un Dpcm. Nuovi tagli a comuni e Regioni: queste potranno aumentare l’addizionale Irpef dallo 0,9 all’1,23% – SVILUPPO: Le imprese potranno scaricare dall’Ires l’Irap sul costo del lavoro. In più c’è uno sconto Irap per le assunzioni a tempo indeterminato di donne e giovani under 30. Per favorire la ricapitalizzazione arriva l’Ace, cioè un regime fiscale favorevole ai capitali reinvestiti in azienda. – LIBERALIZZAZIONI: alla Camera sono saltate quelle sui farmaci di fascia C e quella dei taxi. Arriva una Authority per i trasporti dai quali però sono rimaste escluse le autostrade e le strade. – LOTTA A EVASIONE: Scende da 2.500 a 1.000 la soglia dei pagamenti in contante. Anche la P.A. pagherà cash solo le somme sotto questa soglia, comprese le pensioni. La commissione massima dovuta dai negozi alle banche per i pagamenti con carte di credito non potrà essere superiore all’1,5%. Mentire al fisco diventa un reato, tranne che per chi ‘sbaglià (errori in dichiarazione). Le banche dovranno comunicare all’anagrafe tributaria periodicamente i movimenti dei conti correnti. Le aziende che avranno rapporti on line con l’Agenzia delle entrate riceveranno un occhio di riguardo. LEGA SCATENATA IN AULA Il governo Monti a fine legislatura non ci arriverà. «Ma siete matti!?» si accalora il leader della Lega, Umberto Bossi, con chi gli chiede una previsione sulla durata del governo del Professore. Per dare il via alla demolizione dell’esecutivo di emergenza, la Lega Nord anche oggi ha fatto il suo dovere: ha votato No alla fiducia posta dal governo sulla manovra, confermando la strategia delle mani libere e della ferma opposizione a quell’esecutivo che, nota Bossi, «non ha creato neppure un posto di lavoro». Una strategia che il Carroccio conferma anche oggi in Aula scatenandosi contro le misure del governo e riuscendo ad incuneare un ordine del giorno, battendo il governo, nelle votazioni serali sul decreto. Il Carroccio manifesta in tutti i modi il suo dissenso. Anche con manuela Munerato che si si presenta in emiciclo, e interviene, in tuta da operaia. Ma il Senatur, come leader del partito unico all’opposizione, da oggi se la deve vedere con il nuovo fronte degli scontenti: non solo quello dell’Idv che ha negato la fiducia al governo, ma quello che si è aperto nel Pdl. E le ‘scaramuccè tra i due leader, Berlusconi da una parte e il senatur dall’altra, sono il segnale che difficilmente il Cavaliere si lascerà sfilare l’Opa sugli elettori arrabbiati con il governo dei tecnici. «La lega fa il suo gioco e vuole in questa occasione aumentare il proprio bottino elettorale», ammette Berlusconi dopo aver spiegato che le defezioni sulla fiducia in casa Pdl – ben 23 assenti – sono state da lui ‘autorizzatè, «visto che non c’era nessun pericolo per la maggioranza». L’ex premier deve insomma fare buon viso e accettare per ora il ruolo di ‘corteggiatorè a cui lo sta costringendo in questi giorni Bossi. Il quale, oggi, se pure è tornato a definire Berlusconi un «comunista», perchè appoggia il governo Monti, ha anche indicato allo stesso tempo la strada per un possibile riavvicinamento. «Bastava che non votasse la fiducia» chiarisce il Senatur che non vuole rinunciare alla possibilità di ricucire con il Pdl. Il leader della Lega, infatti, è sicuro che «al momento opportuno il Pdl farà la sua parte». E la strategia delle due staffe è quella che la Lega sembra imporsi anche in vista delle amministrative. Se i rapporti con il Pdl resteranno quelli attuali – assicura Roberto Maroni – alle amministrative della primavera 2012 il Carroccio correrà da solo e «vincerà», perchè il fatto di essere l’unico partito di opposizione gli farà «guadagnare tantissimi consensi». «Vediamo», sostiene invece Bossi che temporeggia: «decideremo al momento. Deciderà il territorio. Chiederemo alle sedi locali. Da noi si fa così». Nonostante la tensione tra il Cerchio Magico e Maroniani, quella di Bossi, si dice, non sarebbe infatti una risposta rivolta all’ex ministro dell’Interno. Ma pura e semplice strategia: la primavera è lontana e come arrivare all’appuntamento elettorale è ancora da vedere. Tra le ipotesi, tuttavia, c’è allo studio anche la predisposizione di liste civetta. Liste civiche collegate al candidato del Carroccio su cui far confluire i voti degli elettori delusi del Pdl. Agli elettori della Lega, invece, ci penserà Bossi: se ci sarà da ricucire con il Cavaliere si farà, perchè «la base si fida di quello che dico io». Per ora la strategia è quella della massima visibiltà come antagonisti di un governo che impone a lavoratori e pensionati una cura lacrime e sangue. Il voto alla manovra è quindi il palcoscenico più adatto per mandare in onda la protesta. La Lega sceglie di affidare la propria dichiarazione di voto proprio all’ex operaia Emanuela Munerato, deputata lumbard che si presenta in aula con i suoi vecchi indumenti da lavoro: grembiule color arancio e cuffia per coprire i capelli. Ma il Pd non ci casca: «pare che siete scesi dalla luna» gli urla Dario Franceschini. Che si ‘beccà insulti di ritorno. Si rischia di nuovo la bagarre, se non fosse che anche questa sembra ormai la ripetizione di un rituale stanco. LIBERALIZZAZIONI Il governo andrà avanti senza indugio sulle liberalizzazioni. Ad assicurarlo sono sia il presidente del Consiglio, Mario Monti, che il sottosegretario Antonio Catricalà, che incassano l’appoggio convinto delle imprese e promettono battaglia alle lobby. «Le liberalizzazioni le abbiamo iniziate le proseguiremo e le faremo insieme, governo e Parlamento. Non saranno contro qualcuno ma con convinzione a favore dei cittadini», dice Monti parlando alla Camera, rilevando che bloccarle è stata «una responsabilità grave». «La forza delle lobby in Parlamento è ancora potente» ma sulle liberalizzazioni «andremo avanti», gli fa eco Catricalà, che promette: a gennaio «ripresenteremo tutto». In un’intervista a Repubblica l’ex numero uno dell’Antitrust non usa mezze misure: «Batteremo le lobby, non intendiamo più fare brutte figure». Per lo stop sui farmaci si dice «amareggiato» e racconta come «anche il presidente del Consiglio, che solitamente non mostra i suoi sentimenti, mi è sembrato piuttosto seccato». D’altronde, lo ricorda in prima persona, solo un mese fa era alla guida dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e che lo stesso premier Monti è stato commissario europeo alla concorrenza. È una squadra di governo che considera la concorrenza e le aperture dei mercati un «segno distintivo» della sua attività. Per questo, spiega, «a gennaio, nella legge per la concorrenza, faremo tutto quello che ci sarà consentito. Interverremo sulle farmacie e sul commercio. I taxi verranno liberalizzati dall’Authority per i trasporti che, sempre a gennaio, attende solo il varo di un regolamento per ufficializzare la nascita». Però «alcune cose le abbiamo fatte: i servizi pubblici locali, ad esempio. Abbiamo proceduto per i porti, gli aeroporti e le autostrade» e per gli ordini professionali «abbiamo facilitato l’accesso». Sul fronte liberalizzazioni, del resto, il pressing delle imprese è forte: il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, da sempre chiede a gran voce di intervenire sul capitolo liberalizzazioni anche per dare fiato alla crescita del Paese. Ultima, solo ieri, la sua accusa alla «politica che si è inginocchiata» davanti a chi «alza le barricate» e al «governo che ha ceduto alle pressioni». Chiedendo, per questo, all’esecutivo guidato da Mario Monti di «ripristinare le liberalizzazioni ipotizzate nel primo disegno su farmacie e tassisti». Sulla stessa linea i Giovani imprenditori di Confindustria: «Sono intollerabili i veti», dice il presidente Jacopo Morelli: «È necessario che il Governo approvi al più presto le misure per la concorrenza e per tagliare i costi della politica». Mentre la polemica politica non si arresta affatto, ma arriva il richiamo dell’Ue: «Incoraggiamo il governo a fare proposte in modo robusto e determinato, cosicchè gli interessi non possano dettare la sua agenda», dice il commissario agli Affari economici, Olli Rehn. Ma sul fronte politico le divergenze restano ampie. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, le boccia: «Non facciamo mistificazioni, perchè non possono essere le liberalizzazioni di taxi, farmacie e ordini professionali il motore per la crescita». Il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, dice che la frenata in Parlamento non è colpa loro: «Riconoscete che il Pd era contrario» al passo indietro fatto su questo fronte. Netto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini: «Senza esitazioni» si vada «avanti sulle liberalizzazioni. I consumatori prima di tutto!!», scrive su Twitter. LE LOBBY AL LAVORO Chi sono, quante sono e a cosa si oppongono le lobby tanto potenti da mettere in scacco le misure di liberalizzazione studiate dal governo Monti. Ecco i ‘signori delle lobby’, quasi sempre presenti tra gli scranni del Parlamento, il cui intenso lavoro spesso sottotraccia, è in grado di resistere al vento del libero mercato. FARMACISTI – Quelli della grande distribuzione li definiscono «una delle lobby più potenti d’Italia». Sono i 18mila titolari di farmacie private che hanno opposto un netto ‘nò all’apertura della vendita dei farmaci di fascia C – quelli a pagamento con obbligo di ricetta, che da soli producono un giro d’affari di 3 miliardi di euro l’anno – a favore dei ‘canali non convenzionali, i corner dei supermercati e delle parafarmacie, seppure sotto la supervisione di un farmacista. Sotto la minaccia di una ‘serrata, un emendamento notturno ha di fatto stretto di più le maglie delle attuali regole: usciranno dalla farmacie tradizionali solo i farmaci di fascia C per i quali non è più necessaria la prescrizione medica. COMMERCIANTI – Alzata di scudi dei negozianti contro le ‘aperture selvaggè 24 ore su 24, domeniche e festivi compresi, previste dalla manovra che estende gli orari liberi dei negozi ed esercizi commerciali a tutti i Comuni d’Italia, non solo quelli a vocazione turistica come previsto dalla manovra d’agosto. In Italia i piccoli negozi sono circa 800mila, in totale le attività commerciali sono 1,7 milioni. «L’aumento di disponibilità commerciale e dell’orario giornaliero non salva l’Italia, aumenta i costi di gestione, trasferisce quote di mercato dai piccoli ai grandi, in quanto acquisti si concentreranno nei grandi centri commerciali» dicono i negozianti prevedendo brutti effetti: la chiusura nei prossimi anni di 80mila esercizi, e la perdita di 200mila posti. EDICOLANTI – Fine anno senza giornali: la serrata minacciata da un’altra lobby storica, quella degli edicolanti, rischia di far rimanere gli italiani a secco di carta stampata per 5 giorni, considerando quelli di festa. Una manovra che impatta su 50mila famiglie, dicono gli edicolanti opponendosi all’ampliamento ulteriore delle maglie per la vendita di quotidiani e periodici ai supermercati e altri canali, già consentita da qualche anno. Con misure, dicono, che avvantaggia solo la grande editoria rispetto a quella piccolà, si mettono a rischio 30mila punti vendita. – TASSISTI – sono circa 45.000 in Italia, l’hanno quasi sempre spuntata. Questa volta contro la manovra Monti al fianco dei tassisti è sceso il primo cittadino della Capitale per fare muro contro una liberalizzazione che «avrebbe aumentato fenomeni di abusivismo e di concorrenza sleale che già segnano questo settore» ha detto Gianni Alemanno. Colpo di spugna e soddisfazione della categoria, no quindi all’aumento del numero delle licenze sul criterio del numero degli abitanti e della territorialità. Restano 45mila microimprese. Per la Ciisa-Taxi, «si è scongiurata la nascita di fenomeni di abusivismo a 360 gradi e il definitivo fallimento di un settore già ridotto ai minimi termini a causa dei continui aumenti dei costi di gestione». Peccato che recenti studi assegnino la maglia nera d’Europa proprio al servizio offerto in Italia dalle macchine private. Infuriati i titolati del Ncc per la ‘vittorià dei concorrenti. PROFESSIONI – 23 ordini professionali e una riforma di cui si parla da tempo ma sempre arenata sugli scogli delle difficoltà normativa e soprattutto delle resistenze delle categorie professionali, dagli avvocati agli ingegneri, dai notai ai commercialisti. Nessuno ha mai pesato di abolire gli ordini professionali ma dalle ‘lenzuolatè di Bersani in poi, fino al governo Berlusconi e quindi l’esecutivo Monti, le novità sulla carta appaiono incisive. Resta da vedere se seguiranno i fatti. Preme intanto l’esercito dei professionisti non regolamentati, le ‘partite Ivà fuori dagli ordini professionali, stimate dal Cnel in circa 3 milioni di soggetti.

FONTE LEGGO.IT