20 anni dalla legge quadro sulle aree protette: quale futuro per i parchi?

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Vent’anni fa, il 6 dicembre del 91, venne approvata la legge 394. Finalmente uno strumento normativo per la gestione e la tutela delle aree protette. Un mondo che era già presente nel sistema italiano e che con la nuova legge diveniva sempre più importante: il mondo dei parchi e delle aree marine protette. Un sistema che da allora è diventato uno dei più estesi d’Europa con il 10% circa del territorio italiano tutelato e protetto. Vent’anni dopo, però, questo sistema è in crisi. Troppi tagli, troppa poca attenzione della politica ad un elemento fondamentale, come quello della tutela e valorizzazione del territorio, per la crescita di un paese come  l’Italia in cui la bellezza del paesaggio è un elemento primario. Ed è proprio in questo momento di crisi e nel ventennale della legge 394, che il mondo dei parchi  ha deciso di aprire una riflessione sul futuro dei parchi e delle aree marine protette. Pubblichiamo di seguito lo spunto e le proposte dell’associazione 394

 

I vent’anni della legge quadro sono lo spunto per un rinnovato dibattito sulle aree protette italiane.  Vent’anni dall’istituzione di molte aree protette italiane e che fanno seguito ai decenni di vita dei parchi nazionali storici (Gran Paradiso e Abruzzo sono alle soglie del novantennio) e di molte realtà regionali.
Ma oggi si apre una nuova fase e, malgrado  il delicato momento storico,  dobbiamo proiettarci al domani in positivo e lanciare sfide nuove sulle quali impegnarci giorno dopo giorno. Per citare un’affermazione di un grande architetto, Gio Ponti:  mi interessa lo splendore del passato ma mi interessa molto di più lo splendore del futuro.
Il rilancio delle aree protette  deve necessariamente partire da una più decisa azione sinergica  per la piena attuazione della legge quadro (ed è possibile farlo nella sua attuale versione), con particolare attenzione agli strumenti di tutela e gestionali (regolamento e Piano per il Parco), alle aree contigue, alla sorveglianza e agli incentivi per il territorio previsti dall’art. 7.
Lanciamo quindi qualche proposta  per i  parchi di domani, partendo dal  fondamentale lavoro fatto e  cercando di perseguire appieno gli obiettivi di tutela ambientale e di cultura del territorio delle aree protette.
Uscire dal circolo vizioso dell’inquadramento dei parchi nazionali fra gli enti pubblici non economici. Che hanno a che fare le aree naturali protette con le casse previdenziali notarili, l’ACI o l’INPS? L’inserimento è datato al 1975, quando in Italia operavano i soli parchi storici. Il momento è più che maturo per una classificazione specifica, che sia misurata sulle attività proprie delle aree protette: tutte, comprese le aree marine e i parchi regionali.
Rendere operativo un vero sistema delle aree protette attraverso  un processo partecipato “interno”. Per ciò è necessario un rafforzamento del ruolo di coordinamento attivo  e supporto tecnico – giuridico del Ministero dell’Ambiente e  l’istituzione di tavoli tecnici permanenti con la partecipazione dei parchi stessi . Solo così possiamo superare l’isolamento e la dispersione di energie degli enti gestori delle aree protette,  che complicano l’operatività e la diffusione dei risultati,  ottimizzando  l’utilizzo delle professionalità e delle risorse  finanziarie.  Un altro nodo cruciale  è quello del coordinamento delle politiche nazionali con le convenzioni internazionali. Queste non sono funzioni delegabili ad altri soggetti non istituzionali ed è una carenza sofferta da tutte le aree protette.
Territori speciali per amministratori speciali. Le aree protette non sono come il resto del territorio: sono state istituite, sempre, per una o più specialità che ne giustificano l’esistenza e l’operato. Bisogna che siano amministrate da organi composti da persone speciali, con competenze tecnico-scientifiche provate e adatte al ruolo da ricoprire. Purtroppo oggi non è così e, pur con eccezioni significative, spesso gli amministratori sono di generica formazione. Oggi tale carica è diventata onorifica (e non viene neanche più riconosciuta  la modica indennità che solo per i Presidenti era appena di 1.600,00  euro, netti,  c.a.)  e ciò deve essere superato.
Finanziamenti di base certi e organici adeguati, sono essenziali per la crescita del sistema delle aree protette.  L’autofinanziamento è un’illusione (ne abbiamo esempi eccellenti che attestano l’ impossibilità di autofinanziarsi, come il sito archeologico di Pompei o musei internazionali visitati da milioni di persone ogni anno).  L’azione di tutela non può che essere finanziata dai fondi pubblici (spetta costituzionalmente allo Stato la tutela degli ecosistemi) e l’ingresso di fondi privati nell’esercizio delle funzioni pubbliche è un’esperienza risultata già fallimentare a livello nazionale, a partire dall’esempio della gestione dei rifiuti. D’altro canto una efficace azione di tutela e valorizzazione delle eccellenze ambientali e culturali del nostro Paese costituisce un investimento con sicure ricadute positive, anche economiche.
Integrazione delle azioni dei parchi con gli obiettivi di tutela ambientale comunitari (Siti Natura 2000) e  regionali.  Occorre favorire la leale collaborazione tra gli enti con competenze concorrenti in materia ambientale e gli enti gestori delle aree protette.
Ma tutto ciò deve essere affiancato da una  vera politica di sistema, ridando dignità alle aree protette. Se vogliamo che documenti come la strategia nazionale per la biodiversità non rimangano in un cassetto, allora bisogna dargli cibo per crescere e gambe per camminare. Il ruolo delle aree protette è stabilito, ma non attivato e coordinato. Basta elemosinare spiccioli normativi per la sopravvivenza, rincorrere affannosamente fondi per garantire minime azioni basilari, tirare per la giacca un’insensibile classe politica sul valore nazionale di tutti i parchi (nazionali, regionali, aree marine, riserve). Serve un’attenzione rinnovata per la tutela dei beni comuni di alta valenza naturalistica e paesaggistica. Vi è una distanza abissale fra i frequentatori delle aree protette (che riconoscono e apprezzano l’opera dei parchi), e la classe politica, che non si rende conto del lavoro che deve essere svolto per tutelare i parchi.
Il ruolo delle associazioni ambientaliste, la cui importanza è riconosciuta anche dalla legge quadro, è fondamentale non solo nelle sedi istituzionali, ma anche nel tessuto sociale e a loro, come prima dell’istituzione dei parchi, è richiesto un rinnovato impegno, perché gli obiettivi oggi sono ancora più ambiziosi ed osteggiati. Si moltiplicano i comitati spontanei di cittadini sulle questioni più variegate di difesa del territorio e queste sensibilità vanno colte e valorizzate, superando le differenze.
Ci sarebbe ancora molto da dire e lo faremo, certamente, almeno fino ai prossimi venti anni!

Associazione 394

 

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