Fotografie come Arte

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Ultimi giorni per vedere l’American Florario di Mike Neville ospite delle scuderie di Palazzo Genovese, in una mostra curata da Lorenzo Gigliotti

 

Di Olga Chieffi

Non è esagerato affermare che l’arte dell’ultimo cinquantennio può trovare nella fotografia una sorta di felice sintesi teorica dei propri  andamenti. Del resto le crescenti e, ormai consolidate fortune di questo mezzo non possono certo essere considerate un fenomeno casuale ed estemporaneo, trovando ragioni e motivi proprio nella particolare sintonia che la fotografia ha saputo dimostrare nei confronti delle poetiche emerse a partire dagli anni sessanta. Testimonianza di questa vena d’oro dell’arte contemporanea sono certamente le venticinque opere del maestro satunitense Mike Neville, esposte a Palazzo Genovese in questo fine settimana, in una mostra curata da Lorenzo Gigliotti, patrocinata dal Comune e dalla Provincia di Salerno, il suo personale “American Florario”,  appartenente a una originale ricerca estetica che vede insieme fotografia, photoshop e infine un intervento con  pittura e acrilici che “strambano” verso l’espressionismo astratto. Il contributo della fotografia, non è dunque, come mero supporto strumentale alle varie operazioni poste in atto in un secondo momento da Neville, bensì quale preziosa componente costitutiva delle stesse. Per comprendere a fondo questo ruolo, occorre radicalmente uscire dall’idea di fotografia come semplice oggetto di rappresentazione, in questo caso si ricadrebbe nell’ipotesi di servilismo strumentale appena negata, per entrare in quella dimensione di concettualità che il mezzo esprime in se stesso o come integrazione della creazione dell’artista. Che la funzione di documentare sia assolta, nessuno può certo negarlo: le immagini fotografiche documentano i fiori della costa tropicale americana, ma è altrettanto vero che dopo la manipolazione di realistico non c’è più nulla, quindi il verbo documentare verrà sostituito con quello di mantenere, restituendo, così un senso diverso alla presenza della fotografia e al ruolo da esso giocato nell’intera operazione. Il mantenimento, categoria chiave della concettualità fotografica, permette una sopravvivenza virtuale dell’oggetto fotografato, conferendo sostanza e durata a ciò che altrimenti risulterebbe effimero, ri-presentando l’oggetto stesso come specchio deformante, in questo caso e rivelante. Neville, infatti, dopo aver fotografato i soggetti, avvia un processo di elaborazione al computer, per poi stampare su di un supporto che tollera l’azione degli acrilici e di altri tipi di colori. Viene determinato, così,  una particolare articolazione nel tempo della ricerca di un particolare linguaggio di Mike Neville che parte dalla fotografia per raggiungere raggrumate informalità dialoganti con un segno d’origine espressionista che passa, poi, verso livelli di forma coloristicamente felice, per poi richiamare una figuralità più fonda, in una permanente alternanza che delimita il suo spazio sia linguistico sia ideo-emozionale.

Olga Chieffi