Il pianismo di Marina Pellegrino

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Ottimo concorso di pubblico per il quinto appuntamento della rassegna dell’associazione Euterpe che ha ospitato la giovane musicista vietrese vincitrice della borsa di studio intitolata alla memoria di Bruno Mazzotta

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

Il quinto appuntamento del cartellone allestito dall’Associazione musicale internazionale Euterpe, diretta da Maria Teresa Della Valle, giunto alla sua quindicesima edizione, ha salutato l’assegnazione della decima borsa di studio intitolata al maestro Bruno Mazzotta. Nella prestigiosa cornice dell’auditorium del Conservatorio Statale di Musica “Domenico Cimarosa” di Avellino si è esibita venerdì sera la pianista salernitana Marina Pellegrino, diplomatasi con il massimo dei voti e la lode, assegnataria di questo riconoscimento quale miglior talento dell’istituzione avellinese, nel corso dello scorso anno scolastico. La pupilla del docente Francesco Nicolosi ha principiato il proprio programma omaggiando proprio il dedicatario del premio, Bruno Mazzotta, con tre dei suoi sette dialoghi per pianoforte, in cui si riconosce chiara la solidità di quei primi, fondamentali insegnamenti da cui nasce la  attuale consapevolezza della scrittura musicale e la  fantasia nel modo di affrontare la musica dei suoi numerosi allievi. La Pellegrino ha, poi, eseguito il primo dei due Arabesques di Claude Debussy, quello in Mi Maggiore, sottolineando, della celebre pagina, la leggerezza timbrica delle parti, segno di quel pudore antidivistico e antiborghese che faceva spesso ripiegare la musica del genio francese o in una sorta di ironico essoterismo, o, addirittura, in una pacata conversazione tra compositore ed esecutore. E siamo ad un altro Arabeske, questa volta di Robert Schumann, che attraverso la sua ispirazione firmata, dal suo alter ego Eusebio, compone questa miniatura, in cui però, l’elemento apollineo manca del suo fascinoso contraddittorio, impoverendone la dialettica interna, a cui la pianista ha giustamente accoppiato la prima delle otto Novellette op.21, pagina eccelsa con il suo tema principale solenne, ma anche ironico, cui si oppone la stupenda melodia secondaria, voce solitaria e sconsolata. Marina Pellegrino ha chiuso il suo rècital con un omaggio a Franz Liszt, autore che l’ha vista protagonista nel mese di gennaio nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica, in una delle maratone promosse dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, nell’anno celebrativo del bicentenario della nascita.  La pianista  ha reso onore non al retorico virtuosismo, ma alla vena più lirica, mistica e interiore di Liszt, con i Funerailles dalle «Harmonies poétiques et religieuses», per procedere con una pagina  d’album composta nel 1877, intitolata Sancta Dorothea, istantanea perfetta del “tardo stile” lisztiano poichè, pur non presentando le asperità armoniche di altre più celebri opere dell’ultima produzione dell’ungherese, conserva un tratto di gioiosa purezza, di diafana dolcezza che proprio nell’estrema povertà dei mezzi trova l’ideale veicolo d’espressione. Finale affidato alla Fantasie und Fughe uber das Thema B-A-C-H, simbolo dell’interesse che Liszt aveva sempre mostrato per la ricerca armonica, e, quindi, per il cromatismo, che qui si risveglia al contatto con un basso cromatico che suggerisce al compositore una coincidenza tra passato e presente, in cui il passggio ideologico liszitiano tipico – lamento-trionfo – non appare qui imposto dall’esterno, ma è la risultante di un sofferto processo psicologico che, sul piano del linguaggio, viene illustrato nel parallelo lamento-cromatismo, trionfo-diatonismo. La Pellegrino è riuscita ad attribuire plastica evidenza e suggestione immaginifica alla scrittura, riproiettandola in una dimensione di teatro dell’immaginazione e della memoria, non meno che nello sfumare sapientemente i toni, strappando, così, l’applauso entusiastico della esigente platea.

 

By olga.chieffi@virgilio.it