LE MOSSE DEL GOVERNO MONTI

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ROMA – Rigore, crescita ed equità: questi i tre cardini del programma di governo illustrato ieri da Mario Monti al Senato. Il Professore ha indicato alcune priorità, tra cui l’Ici, il mercato del lavoro e la previdenza. Monti ha spiegato che il «rigore di bilancio» non basta a rendere «credibile» l’Italia se manca la crescita. In serata la lettera della cancelliera Merkel: «Lei assume l’incarico in un tempo difficile. Compete a lei realizzare le misure di riforma decisive e necessarie».

ICI. L’abolizione dell’Ici sulla prima casa era stato uno dei jolly elettorali di Berlusconi. Con conseguenti due miliardi di euro da far rientrare, in qualche modo, nelle casse dei Comuni. Ora, il governo Monti vuole riportare tutti con i piedi per terra. «Intendiamo riesaminare – ha annunciato il premier – il prelievo sulla ricchezza immobiliare» che rispetto agli altri paesi europei «è particolarmente bassa». Poi, il riferimento diretto all’imposta più controversa: «L’esenzione dall’Ici delle abitazioni principali – ha aggiunto – costituisce una peculiarità se non una anomalia del nostro ordinamento». Quindi, con ogni probabilità, sarà reintrodotta.

PENSIONI. Alle pensioni Monti ha dedicato un capitolo a sé del suo intervento, sottolineando come negli scorsi anni la normativa previdenziale sia stata «oggetto di ripetuti interventi, che hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa». Poi però ha precisato che «il nostro sistema pensionistico rimane caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché‚ da aree ingiustificate di privilegio». Le misure allo studio sono un intervento per l’estensione del metodo contributivo pro rata – propugnato dal neoministro del Welfare, Elsa Fornero – ma anche sulle aliquote, avvicinando quella dei lavoratori autonomi a quella dei dipendenti.

LAVORO. Monti punta anche a intervenire sul lavoro, per superare «l’impostazione attuale di un mercato duale dove alcuni hanno ampie tutele e altri sono privi di ogni assicurazione di base». Il tutto accompagnato da una riforma degli ammortizzatori sociali. E con un’attenzione particolare all’«inserimento e permanenza al lavoro delle donne», attraverso misure per «conciliare le esigenze del lavoro e della famiglia oltre che di sostegno alla natalità». Sì, dunque, a asili nido aziendali, part time reversibili, orari flessibili e telelavoro e anche a una «tassazione preferenziale» a favore delle donne. Si studiano anche misure di sostegno per i giovani, per «valorizzare le capacità individuali» e «regolare i sistemi di cooptazione».

FISCO. Revisione delle tasse sugli immobili, lotta all’evasione attraverso un minore uso del denaro contante. Il premier e neoministro dell’Economia Monti ha tracciato gli obiettivi del governo in materia fiscale. Per sostenere la crescita, si punta a una riduzione del peso delle tasse sul lavoro e sull’attività produttiva, finanziata da «un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà». Per quanto riguarda l’Iva, si pensa all’innalzamento dell’aliquota del 10 all’11%, considerato che l’aliquota ordinaria è stata già aumentata (dal 20 al 21%) e che quella al 4% riguarda i beni di prima necessità. Per la patrimoniale, si ragiona sui patrimoni oltre un milione di euro, che potrebbero essere tassati per la parte eccedente al 5 per mille.

L’INTERVISTA. 
Giuseppe Di Taranto è economista e professore alla Luiss. Il programma presentato dal nuovo governo riuscirà a far uscire l’Italia dalla crisi?
«Spero sia sufficiente. Ma su questa crisi ho grosse perplessità. Temo che non basti un governo di destra, di centro o di sinistra a risolverla. La riprova è che nonostante ora abbiamo un presidente con grandi competenze e gradito all’Europa lo spread continua ad essere a livelli molto alti».
Cosa servirebbe allora?
«Quello che manca è una governance europea. Abbiamo fatto l’unione monetaria, ma non un governo europeo. Servono regole più elastiche che governino l’unione. Oggi la crisi si sta espandendo a Francia, Austria, Belgio».
Quindi potrebbero non bastare i sacrifici richiesti?
«La verità è che in Italia il debito pubblico sta diminuendo. Il nostro rapporto deficit-Pil è al 4,5. In Gran Bretagna è all’8,4% in Francia al 7. La speculazione non nasce solo al di fuori dell’Europa ma anche dall’interno. La forza dei bund tedeschi permette alla Germania di attirare capitali pagando un interesse che è solo dell’1,8%. Quindi i tedeschi hanno a disposizione capitali pagando interessi bassi e possono reinvestirli. Non a caso pare, e sottolineo pare, che nell’ultima asta dei Btp a 5 anni molti siano stati comprati dalle banche tedesche. Dunque ci sono paesi che ci guadagnano. Le dico un’altra cosa. Se non ci fosse stato l’euro, il marco si sarebbe rivalutato del 40% e la Germania non sarebbe stata di certo il maggiore esportatore d’Europa come invece adesso è».
Ma l’Europa riuscirà a darsi nuove regole?
«L’euro e la Ue sono stati dei tabù. Ma evidenziarne i punti deboli, non vuol dire volerne la fine, ma cercare di salvarli. Quale altro paese ha regole così rigide che impongono un rapporto deficit/Pil al 3%? Non gli Usa, non il Giappone. Regole così bloccano la crescita. Un manifesto fatto da premi Nobel quando nacque la Bce diceva che la banca centrale europea non poteva solo occuparsi della lotta all’inflazione, ma anche della crescita e dell’occupazione. Invece la Bce chiede rigore ai singoli stati per combattere un’inflazione che di fatto non c’è e poi dice loro di occuparsi del problema della crescita».

 fonte:leggo