Massimo Ranieri e il coraggio del teatro

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Giovedì 10 novembre al Verdi di Salerno, la prima del nuovo spettacolo dell’artista napoletano “Chi nun tene coraggio nun se cocca ch’ ‘e femmene belle”

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

“….Ma la vecchia de la vavosa subbeto disse: “Ah schefenzosa de sta manera non truove partitoncanne te resta lu marito! Si aie voglia de te allucà tante smorfie nun aje da fa. Fora le zeze e fora lu scuorno. Anema e ccore, faccia de cuorno!”. E’ questa una strofa de’ “Lo guarracino che jeva per mare”, che potrebbe introdurci all’ultimo spettacolo di Massimo Ranieri, “Chi nun tene coraggio nun se cocca ch’ ‘e femmene belle”, nato nel 2009 su richiesta della direzione artistica del Ravello Festival, ispirato dal tema di quell’anno il coraggio, in scena da giovedì 10 a domenica 13 novembre al teatro Verdi di Salerno, con ulteriori repliche il 9 e il 10 gennaio. Lo spettacolo ideato e scritto a quattro mani con Gualtiero Peirce è un rècital intimista che è dedicato ai grandi sconfitti eternati nei diversi linguaggi dell’ arte, in cui Massimo Ranieri che si divide tra canzone, racconto, memorie, duelli, è accompagnato unicamente da una piccola formazione composta da cinque elementi che vede alle chitarre Massimiliano Rosati, al pianoforte Flavio Mazzocchi, al basso Mario Guarini, alla batteria Luca Trolli e infine Donato Sensini ai fiati. “Il coraggio, nella sua forma più profonda è un sì detto alla lacerazione dell’esistenza, accettata come una necessità affinché si possa portare a compimento la realizzazione dell’essere che ci è proprio”. Le parole di  Kurt Goldstein  aprono la strada ad un vero e proprio viaggio in cui ci accompagnerà Massimo Ranieri che si apre con “Je so’pazzo”, successo d’esordio di un giovane e coraggioso Pino Daniele per chiudersi con l’inno alla vita  “Gracias a la vida” della cilena Violeta Parra, un chiaro invito ad una ri-esistenza, ad una ri-nascita. In mezzo un percorso tra l’eroismo degli ultimi, dei sognatori, passando per le voci del teatro di Raffaele Viviani, con “’O sapunariello” per passare alle “voci” di “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo, con un altro protagonista che si inserisce automaticamente nella serie degli uomini imbelli, senza lavoro e senza reddito. Lo dice lo stesso Pasquale Lojacono“Nella vita ho tentato tutto, i mestieri più umili: aggio fatto pure l’impresario teatrale….Tutto: non mi è riuscito niente. Sono ammogliato e aggi’ ‘a da’ a mangià a muglièrema e pure a me. ‘A vita è tosta e nisciuno ti aiuta”. Ed ecco il Cyrano di Rostand, il suo coraggio nell’impossibile amore verso Roxane, che giunge ad una reciproca consapevolezza solo nel momento della sua morte, seguito dalla versione cantata schizzata da Francesco Guccini, e ancora, la poesia sonora di Palazzeschi e della Merini, prima dell’omaggio a Gaber con “Lo shampoo”. Poi, Ranieri traccerà un itinerario che si snoderà attraverso quei luoghi e quelle tematiche, celebrate nelle canzoni napoletane, esaltando il carattere creativo della poesia popolare, che si perpetua perennemente attraverso molteplici e costanti modificazioni, elaborazioni e ricreazioni, diventando patrimonio espressivo della collettività, ogni qualvolta un singolo individuo li ricanti e li riempia della sua stessa personale spiritualità.  Musiche e versi, da “’O zappatore” a “Era de maggio”, dalla celebre macchietta di Armando Gill “E allora?”, sino all’intensità di “Terra mia”, che con i loro contenuti hanno raccontato semplicità ed esoterismo, essoterismo e magia, rituali sacri e profani, feste popolari, in cui le suggestioni, le intonazioni di un vernacolo che è più una lingua che un dialetto si trasforma in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di questa magica Partenope, il cui canto è completato dal vigore ritmico e da quella sua particolare aggressività espressiva  che sa trasformarsi “coraggiosamente” in sfida.

 

By olga.chieffi@virgilio.it