Salerno Pastificio Amato torna una scatola vuota

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Carmen Ielpo Ed è di nuovo tutto fermo. Mulino, linee produttive, approvvigionamenti. Dal due novembre il Pastificio Antonio Amato è tornato ad essere una «scatola vuota».Proprio come a gennaio scorso, quando il blocco della produzione rappresentò l’acme di una crisi fino a quel momento appena sussurrata e che invece esplose con tutto il suo carico di conseguenze ancora oggi tutte da dipanare.I tempi della vendita sono prossimi, lunedì la prima asta, così come è ormai dietro l’angolo il 17 novembre, data in cui scade il contratto di fitto stipulato con l’allora Antonio Amato spa dall’imprenditore siciliano Giovanni Giudice. Il blocco della produzione è funzionale proprio a questo momento particolare della vita dell’azienda, in cui l’affittuario sta per cedere il passo a un nuovo acquirente. Che, potenzialmente, potrebbe essere egli stesso. «Ci stiamo preparando alla dismissione». Poche parole per spiegare la situazione attuale e un netto «no comment» sulla possibilità che possa essere proprio lui il futuro acquirente della Antonio Amato. Giovanni Giudice non scopre le carte, ma conferma che il blocco della produzione «era previsto dagli accordi. Il mio contratto scade il 17 novembre. Devo riconsegnare l’azienda così come l’ho presa in fitto». Quindi le procedure non lasciano spazio ad alcuna flessibilità: la fabbrica va consegnata vuota, ovvero senza materie prime in stoccaggio e i lavoratori devono concludere il loro rapporto di lavoro con l’azienda senza nessuna pendenza. Per questo quasi tutti i dipendenti, ad eccezione di alcuni amministrativi che sono ancora al lavoro, sono in cassa integrazione fino al 17 novembre. Molti di loro hanno lasciato la fabbrica qualche giorno prima della partenza della Cig per smaltire le ferie arretrate. Gradualmente sono stati svuotati i silos, secondo un piano stilato in accordo con i lavoratori stessi è stata avviata a conclusione la produzione con la materia prima a disposizione e da ieri le macchine sono di nuovo ferme. In via Tiberio Claudio Felice si registrano movimenti in uscita, con i camion che stanno completando le consegne delle commesse già chiuse, ma non ci sarà nessuna entrata. I dipendenti conoscevano da tempo la situazione, anche se vedere ancora una volta, nel giro di un anno, la produzione fermarsi totalmente, deve essere stata comunque una brutta sensazione. I timori si mischiano alle speranze a pochi giorni dall’asta, seppure la loro posizione è stata messa al riparo da ogni possibile rischio, almeno in ordine al mantenimento del posto di lavoro, dallo stesso bando di vendita. Con la clausola che obbliga chiunque voglia acquistare l’azienda a conservare tutti i posti di lavoro, il curatore fallimentare ha demandato al successivo esame congiunto tra nuova proprietà, dipendenti e sindacati, ogni successivo accordo. Tutta l’attesa, dunque, è per lunedì prossimo. Alle 12 scadono i termini per la presentazione delle offerte e la più attesa resta quella di Giovanni Giudice e della sua Mps. Gli investimenti fatti in questi nove mesi di fitto d’azienda, farebbero pensare a una scelta scontata da parte dell’imprenditore siciliano. Ha dalla sua il favore dei dipendenti e una certa «simpatia» confermata, magari in maniera fin troppo palese, su alcuni tavoli istituzionali. Ma in questa storia, e in particolare attorno a una vendita che parte da una base d’asta di 40 milioni di euro, non c’è davvero nulla di scontato. Potrebbe esserci sempre qualcuno disposto a rilanciare sul prezzo. E che le altre nove aziende interessate al pastificio, secondo l’elenco stilato dal tribunale all’apertura delle buste per le manifestazioni di interesse appunto, non stanno a guardare, è confermato dal fatto che tutte, in questi mesi, hanno compiuto una «visita di controllo» in azienda. C’è chi l’ha fatto schierando il top del proprio management aziendale, come Rummo o Baronia, due ex concorrenti dell’Antonio Amato, chi invece ha preferito forme meno eclatanti di interesse, ma tutti hanno voluto accertarsi con i propri occhi che gli elementi attivi dell’azienda fallita, messi in vendita dalla curatela, fossero così come descritti nel bando. Il Mattino