Costiera amalfitana la dura lezione delle Cinque Terre. Cosa sarebbe accaduto qui?

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Scorrono le immagini dell’alluvione devastante nelle Cinque Terre, e una domanda preoccupa in questi giorni gli abitanti della Costiera amalfitana: cosa accadrebbe se le stesse violente piogge, 400 millimetri di acqua in sei ore, arrivassero lungo questa costa così simile a quella ligure sia morfologicamente che urbanisticamente? Dopo l’alluvione dello scorso anno che ha devastato Atrani e parte del territorio montano di Scala, il Governo ha stanziato 19 milioni di euro per assicurare il «ripristino di condizioni minime di sicurezza» in questi territori.

Ma questi fondi previsti dall’ordinanza del 22 dicembre 2010, sono stati spesi solo in parte. Se quella perturbazione di qualche giorno fa si fosse spostata un pò più a sud, il territorio amalfitano si sarebbe trovato impreparato. Nonostante la Costiera amalfitana sia stata dichiarata, per il suo alto rischio idrogeologico, tra le maggiori emergenze ambientali in Europa, ancora oggi non esiste un vero e proprio monitoraggio del territorio che faccia scattare subito l’ allarme per le popolazioni. Cinque i pluviometri – che servono per misurare la quantità di pioggia caduta – sono installati solo in alcuni comuni. E si trovano ad Amalfi, Ravello, Positano, Cetara e Vietri sul Mare. Ma da soli, come spiegano gli esperti, non sono in grado di stabilire il drenaggio del terreno, quindi la pericolosità del momento. E così non si è in grado di capire, senza un controllo video lungo i fiumi, la gravità dei fenomeni e l’inizio delle precipitazioni intense.«Non abbiamo ancora le strutture tecniche, non ci sono piani di evacuazione e la popolazione non conosce come comportarsi in casi del genere». Il responsabile dei volontari della Protezione Civile di Amalfi, Antonio Acunto, non usa mezzi termini: «Siamo indietro nella prevenzione in maniera impressionante»

«Avevamo proposto ai comuni l’acquisto di sensori elettrici da posizionare lungo i fiumi che attraversano i nostri abitati, così da avere sotto controllo la situazione e il pericolo a monte. Abbiamo acquistato con i nostri soldi anche il software utile alla centrale che serve per il monitoraggio di tutta l’area, ma nessuno ci ha mai dato una risposta, e rimane inutilizzato in sede. Eppure basterebbe poco per avere un sistema di allarme efficiente». E così i comuni che ad oggi hanno un piano di Protezione civile – anche se la popolazione è poco informata, in assenza di esercitazioni e di conoscenza di cosa prevede il piano di evacuazione – sono Amalfi, Maiori (vecchio di quattro anni), Vietri sul Mare, Positano che ha istituito anche il centro operativo comunale e un ”emergency manager” che si occupa di organizzare le esercitazioni nelle scuole e con i volontari, e Cetara che ha anche un sistema di allerta via sms e ha predisposto che in caso di pericolo, dal campanile della Chiesa Madre suonino di continuo le campane. Gli altri comuni lentamente sembrano attrezzarsi. Come Tramonti che qualche mese fa ha istituito il gruppo dei volontari.

E sembra strano constatare come ad Atrani, ancora oggi, nonostante il Piano degli interventi finanziati, manchi ancora di un «presidio di controllo e monitoraggio» (finanziato per 550mila euro), di una sede e di un nucleo di Protezione Civile (100mila). Da anni i cittadini riuniti nel comitato ”Sos Dragone” lanciano appelli che rimangono inascoltati. Anche la Diocesi di Amalfi Cava de’ Tirreni, tramite l’arcivescovo Orazio Soricelli ha fatto sentire la sua voce chiedendo alle istituzioni di «voltare pagina» e di essere concreti. E come esempio ha promesso ai cittadini di Atrani l’arrivo di un pluviometro e di un centro di educazione ambientale. «Il dramma che stiamo vivendo è anche l’abbandono delle montagne – spiega Michele De Lucia, sindaco di Positano – dove c’è il dissesto alla fine crolla tutto. Occorre che tutti i comuni abbiano un monitoraggio complessivo e una regia così da intervenire con efficacia». Ma non bastano i ”propositi”, occorrono ora i fatti. «Quello che stiamo vivendo è un’incuria di Stato, perché da un anno dall’alluvione dove ha perso la vita mia figlia – dice Lello Mansi – è stato fatto ben poco. La morte di Francesca non è servita neanche a far prendere coscienza di come abbiamo ridotto il territorio e continuiamo a perserverare nell’incuria e nella mancanza di monitoraggio dell’ambiente». Maria Rosaria Sannino, Il Mattino