Intervista ad Antonio Fomez, a cura di Maurizio Vitiello.

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Maurizio Vitiello ha intervistato il grande artista Antonio Fomez, ora a Milano 

 

MV – Puoi raccontare il tuo esordio?

AF – Dopo aver conseguito il diploma di Maestro d’Arte, ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli, conseguendo il Diploma nel 1961. Sono stato allievo del post futurista Emilio Notte e di Ferdinando Bologna, docente di Storia dell’Arte. Nel 1957 ho scritto e disegnato “La parabola dei ciechi” di Brueghel, mentre dal 1958 al 1961 ho completato un lungo saggio sul “Ritratto di giovane” del Rosso, corredato da disegni acquerellati. Nello stesso periodo ho seguito con interesse la pittura futurista e in seguito ho elaborato i primi quadri informali e la pittura nucleare con gli sgocciolamenti. Questo tipo di pittura nacque a Napoli su iniziativa di Mario Colucci e di Guido Biasi, che fondarono con altri il Gruppo 58, collegandosi con il Movimento Nucleare del milanese Enrico Baj.   

 MV – I tuoi primi passi sono stati difficili, problematici? 

AF – Non solo i primi passi lo sono stati, ma anche quelli successivi. Pensa che in una mostra personale del 2008 a Milano alla galleria Annunciata, che tu hai visto, il titolare dello spazio incaricò Walter Guadagnini di scrivere il testo nel catalogo che fu pubblicato. Il bravo critico bolognese, specialista della pop art e curatore di varie ed importanti mostre di livello mondiale, quando vide i miei lavori degli anni ’60 in studio, asserì imbarazzato che non li conosceva, ma che in futuro, in occasione di altre mostre sulla pop-art, se ne sarebbe ricordato. Ma, torniamo all’esordio dei primi passi, che avvenne nel 1956 in una collettiva alla Galleria Blu di Prussia, con un testo in catalogo di Raffaele Mormone e dove incontrai il critico napoletano Carlo Barbieri, tra i primi ad apprezzare il mio lavoro e a diffonderlo su “Il Mattino” e nel Gazzettino campano della RAI. All’inaugurazione della mostra al Blu di Prussia con altri giovani espositori, come Giuseppe Desiato e Sergio Brancaccio, colleghi all’Istituto d’Arte, intervenne l’attrice Paola Borboni, la quale mi puntò gli occhi con maliziosa simpatia e affermò che i miei quadri erano stupendi. Il critico a bassa voce mi disse: “Questa recita anche quando guarda i quadri”. Ottenni il primo riconoscimento nazionale a Roma, nel 1960, vincendo il primo premio in una mostra riservata agli studenti italiani e stranieri delle Accademie di Belle Arti e delle Università italiane.  

Grazie alla stima del critico napoletano, esponevo i miei lavori per invito o per accettazione in importanti mostre nazionali come il Premio Spoleto, il Premio Michetti, il Premio Termoli, il Premio Marche, la “Biennale di Pontedera” e altre, vincendo, talvolta, qualche premio … In quelle giurie, oltre a Barbieri, c’erano l’onnipresente Luigi Carluccio, Marco Valsecchi, Giorgio Marchiori.  

La mia prima mostra personale risale al 1961 presso la Galleria San Carlo di Napoli, dove, oltre ai quadri, esposi una ventina di pastelli a cera. Durante il periodo della mostra ricevetti, due visite interessanti: la prima è quella di Lea Vergine, che recensì la mostra su “Il Popolo” e sulla “Fiera Letteraria”; la seconda, più sorprendente, fu quella di Ferdinando Bologna, il quale, dopo aver apprezzato i miei lavori, mi portò a pranzo in un ristorante a Port’Alba, e mi offrì un posto come assistente di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Napoli.  Sorpreso, gli risposi: “Sono onorato e La ringrazio per l’invito, che non posso accettare, perché, se aderissi, dovrei abbandonare la pittura che è la mia passione primaria”. Terminata la mostra, ritirai i quadri, ma non i pastelli a cera, eseguiti in Spagna, in occasione di un viaggio premio offerto dall’Accademia di Napoli. Purtroppo, di quei disegni me ne ricorderò in seguito e solo nel 1980 il gallerista me ne restituirà quattro … ma non quelli più belli.    

MV – Mi puoi raccontare del tuo passaggio a Milano.  

AF – Nel 1961 partecipai ad alcune collettive a Milano nella giovane Galleria Prisma di Via Brera, che mi vendette alcune tempere, ma non ne ricavai una lira; ebbi, tuttavia, l’opportunità di conoscere un collezionista milanese che mi  chiese di inviargli un quadro, allora esposto al Premio “Autostrada del Sole” nel palazzo della Quadriennale di Roma, con un contrassegno di L. 30.000. Incoraggiato da tali piccoli risultati, nel 1963, mi trasferii a Milano, entrando in contatto con i critici d’arte Luciano Budigna, che in Rai curava il bellissimo programma d’arte “L’Approdo ”con Garibaldo Marussi, tra l’altro direttore della rivista “Le Arti” che ai tempi era molto diffusa in edicola. Dopo “L’Approdo”, non c’è stata in tv alcun’altra trasmissione informativa di livello come quella.     

MV – Qual è stato il primo contatto con Milano e quali personaggi hai conosciuto? 

AF – All’inizio del soggiorno milanese rimasi stordito e stupefatto perché chi cambia città muta anche le sue abitudini e, talora, non pare più lo stesso, ma un altro. Il primo impatto fu, pertanto, traumatico, perché con un incarico di insegnante facevo tutti i giorni il pendolare da Milano a Sant’Angelo Lodigiano, dal nomignolo non certo beneaugurato di “Santangiulin lader e asasin”, passando ogni mattina dalle gelide brume della campagna lombarda, per poi ritornare nel pomeriggio nelle arterie suburbane della città.  Proveniente da Napoli, dove la maggior parte dei pittori cura il pigmento pittorico, la flagranza del colore e la luce, nel capoluogo lombardo artisti come Scanavino e Peverelli usavano colori scuri, mentre la pittura dei giovani Romagnoni, Vaglieri e Ceretti mi appariva brutta e trascurata, ma con nuovi spunti narrativi: non interessava la bella superficie dipinta, ma l’ideazione e la progettazione dell’opera. Nel 1963 Milano era una città viva e di respiro internazionale, dove erano di casa importanti personaggi, che non era un problema conoscere come il critico Giorgio Kaisserlian, membro in tutte le Giurie del Premio San Fedele con Carlo Munari, il collezionista Pansa di Biumo e il gesuita Bruno. Né bisogna trascurare che i personaggi celebri, come Carrà o De Chirico, s’incontravano nelle gallerie durante le loro mostre. Da non dimenticare che il posto giusto per incontrare questi personaggi era il Bar Giamaica (ora è un inguardabile locale di lusso) e le trattorie di Via Brera, dove gli artisti lasciavano qualche tela in cambio di un pranzo. In questi posti arrivavano Giacomo Manzù, Roberto Crippa, Gianni Dova, Piero Manzoni, Giuseppe Minguzzi, Bruno Cassinari, registi, musicisti, collezionisti, e tante altre persone interessanti.   

MV – Puoi delineare tutti i tuoi vari periodi o cicli con le relative serie? 

AF –  Ecco i miei cicli: 

I          “Informale e materico”, dal 1956 al 1963. Dal 1957 al 1958 esegue alcuni disegni da Brueghel, e nel 1959 dal Rosso Fiorentino e da altri grandi Maestri. 

II         “Pop-art”, dal 1963/64 al 1966. 

III        “Di ritorno da Venezia” (con rilievi e     balconcini), 1966/67. 

IV        “Madonne e altarini”, 1967. 

V          “Quadri bianchi a rilievo con scalette”, dal 1967 al 1969. 

VI        “Pseudomultipli,acqua e pesci rossi”, 1967. 

VII       “Oggetti,sculture,monumenti alla guerra”, 1968/69. 

VIII     “Spruzzi colorati su quadri bianchi”, 1972. 

IX        “Gioconde”,impronte colorate”, 1974. 

X          “Omaggio a P.della Francesca”e altre citazioni, 1974. 

XI        “Poeti”, 1974/76. 

XII      “Fantasmi”, 1976/78. 

XIII     “I ciechi a Marechiaro”(da Brueghel), 1979/80. 

XIV      “Mors naturae(da Ruoppolo a me)”, 1981/83. 

XV       “Sostituzioni dal Rosso e da altri”, 1983/85.Pagella dei critici 

XVI      “Tavole imbandite con Santini”, 1985/86. 

XVII    “Made in Japan”, 1987. 

XVIII   “Scenografia in Piazza della Scala,Carnevale Ambrosiano Milano, 1988. 

XIX      “Courbez” (Courbet+Velazquez), 1988. 

XX       “Serpenti &Parenti”, 1996/97 (ceramiche policrome, terracotte, bronzi e fontane).

 XXI    “Teatrini &  Nature”, 2000.  

XXII   “Fino all’ultimo bambino”, 2003, tele rovesciate e collages. 

XXIII  “Turismo e giochi proibilti”, 2007  

MV – Quale serie haraccolto ilmaggior successo critico e/o mercantile?

AF – Non è facile rispondere ad una tale domanda, perché la mia attenzione, più che sulla critica o sul mercato, è stata sempre rivolta al lavoro ed alla ricerca e, come si evince dai cicli, ho spesso realizzato opere nuove. Per tale esigenza, nel corso degli anni, per taluni, io sarei uno sprecone di idee, perché mai mi sono soffermato su un solo tema, utile a livello di diffusione nel mercato, anche se non l’ho mai inseguito e, per essere più libero nella ricerca, ho insegnato nelle scuole statali.  A Milano suscitai però maggiore interesse negli anni 1963/64 quando, dopo l’informale-materico passai ad un nuovo tipo di figurazione, essendo tra i primissimi non solo in Italia, ad utilizzare il linguaggio della pop-art. A differenza di Liechtenstein, che ingrandiva fortemente l’immagine e per tutta la vita lo ha fatto, come tantissimi altri artisti ripetitivi, ho sempre cercato nuove idee da sviluppare. Da parte mia, l’utilizzo del fumetto e delle icone consumistiche, ha lo scopo di rimandare al produttore tali immagini, con un gioco ironico. Alla messa in scena di tali forme, assiste una sorta di omino ribelle, oppure integrato, che talvolta diventa un uomo politico che arringa le folle e promette case e lavoro. Ho riscontrato recentemente, che le opere pop di quel periodo, rappresentano per il pubblico di oggi un’autentica novità, prima perché i giovani non le conoscono, ma anche perché sono state esposte soltanto tra il 1964 e il 1966, e dopo in qualche mostra antologica. A Milano partecipai a varie edizioni del “Premio San Fedele”, un duro e interessante banco di prova riservato ai giovani sotto i trent’anni, ottenendo un secondo premio nel 1968 con la pseudo scultura “Monumento al soldato bianco”.  Negli anni 1966/67, quando furoreggiava la moda dell’op-art (nel 1966 aveva vinto alla Biennale di Venezia Le Parc), sono alle prese con un ciclo di opere ispirato al tema “Di ritorno da Venezia”, nelle quali, oltre alla paccottiglia kitsch, uso il collage, rilievi di balconcini e bamboline. Sicuramente, dopo il periodo “Fumettistico”che esaurii nel 1966, il ciclo che ottenne più consensi, è quello dei quadri monocromi bianchi che iniziarono nel 1967, in una mostra alla Galleria Agrifoglio a Milano, dal titolo”Quadri lavabili in serie”, dove appaiono le prime scalette; su tali quadri, qualche anno dopo Umberto Eco mi dedica un lungo saggio sui quadri bianchi. Nel clima della contestazione studentesca del 1968, quando taluni artisti promotori teorizzarono che l’arte era diventata una merce, mentre gli stessi producevano gioielli che esponevano in Via Montenapoleone, fui forse  il primo ad utilizzare singolari rilievi immersi in sacchetti trasparenti contenenti acqua, oltre che contenitori, multipli e oggetti assolutamente comuni e invendibili. Sempre tra il 1967/68, esposi alcune vasche contenenti pesci rossi e acqua, che presentai in una collettiva alla Galleria Artecentro di Milano, alla Galleria Toselli di Milano (allora Galleria Nieubourg) e subito dopo in una personale alla Galleria Zunini a Parigi e alla Galleria Carabaga di Genova, dove esposi un canotto con acqua e pesci.    

MV – Mi racconti qualche episodio curioso che riguarda il tuo lavoro negli anni ’60? 

AF –  Mi voglio rovinare e te ne racconto tre, sicuramente mettendoti in crisi col tuo giornale per gli spazi … e col dilemma amletico: tagliare o non tagliare? Nel 1966 al Premio Ramazzotti allestito al Palazzo Reale di Milano, presentai il quadro “Monumento al Buon Ramazzotti”, dove, da un fondo nero appariva una bottiglia del famoso amaro, circondata da Diabolic, Nembo Kid, Braccobaldo, scatole di detersivi, e altre icone consumistiche coeve, oltre al solito omino ribelle. Il quadro riscosse interesse da parte del direttore di Diabolic che avendo saputo di questa presenza, mi mandò un fotografo in mostra per un servizio fotografico da pubblicare sulla sua rivista, trattandomi da divo; quando però vide le foto, restò deluso, perché credeva che io avessi costruito delle storie sul suo orribile personaggio, e non se ne fece più nulla. Taluni pittori e visitatori ignoranti, invece mi accusarono di furbizia, perché con quest’opera, volevo entrare nelle grazie del produttore dell’amaro. In realtà ciò in qualche modo avvenne, in quanto la figlia di Ramazzotti, mi scrisse una lettera nella quale mi chiese il quadro in cambio di amari e sambuche + 50.000, dal momento “… che pensiamo che il Suo quadro non potrà essere utilizzato per altre mostre né Le sarà facile vendere ad altro acquirente.”  

Il secondo episodio curioso avvenne due anni dopo nel 1968, all’inaugurazione della Biennale di Venezia, dove fui accreditato dall’Ente quale critico d’arte, per scrivere un pezzo che pubblicai sulla rivista”Formaluce” di Milano. Venezia in quei giorni era tappezzata sui muri di tanti manifesti, tra i quali ce n’era uno enorme, ma molto segnaletico di Remo Bianco, che esponeva nel padiglione dell’Italia. Al centro dello spazio bianco del manifesto il pittore aveva collocato un bel gruppo di bambolotti come i miei, insanguinati dal rosso, sicuramente di forte impatto visivo. Perdonami la vanità: dal traghetto alle sale, tutti si complimentarono perché pensarono che il quadro fosse mio … e mi assicurarono che sarebbero passati dalla sala dove c’era la mia personale, che non c’era. Nel pomeriggio mi concessi un attimo di relax, passando dall’affollato bar dei Giardini e sedendomi a un tavolo per gustare un caffé come tanti altri miei conoscenti. Molti di questi hanno in mano L’Espresso”, in quei tempi in formato gigante, e taluni si complimentarono con me. Mi chiesero se fossi amico di Bruno Zevi o di Renato De Fusco, in quanto sull’Espresso appena uscito, c’era una recensione del primo, con due grandi quadri riprodotti, uno era il mio ed un altro di Brueghel, ripresi dal libro di Renato De Fusco “Architettura come mass medium”. Cascai dalle nuvole e risposi che li conoscevo di nome, ma non li avevo mai visti né ci avevo mai parlato.   

Infine il terzo episodio. Filiberto e Bianca Menna mi ricevettero di buon mattino nella loro abitazione romana. Il marito in pigiama, rise moltissimo per quanto c’era capitato e ci disse: “È tutta colpa dei tuoi Ciechi a Marechiaro”. Cos’era successo?

Nel 1982, Filiberto Menna, dopo aver presentato con Antonio Del Guercio al “Lavatoio Contumaciale “di Roma, il mio volume “Mors naturae, 1982 (tavolata post-moderna), mi offrì generosamente il pernottamento in un suo monolocale, sito alla periferia di Roma.  Dopo la manifestazione, finita oltre la mezzanotte, una cognata di Filiberto mi accompagnò al monolocale e se n’andò, lasciandomi le chiavi. Entrai al pianterreno di una camera molto bella, tinteggiata di bianco, arredata con molto gusto e di suppellettili essenziali, con poche opere d’arte presenti, tutte di qualità. Appena messo piede in quell’ambiente piuttosto asettico, venni  assalito da un forte senso di disagio. Così decidetti, per non intaccare l’ordine e la pulizia dello spazio, di non usare il bagno e forse dormire per terra sulla moquette blu, e che il mattino successivo non avrei preparato il caffè. 

Ma, per ovviare a quest’ultima dolorosa rinuncia, mentre tiravo indietro la porta, uscii in mutande per riprendere dalla Giulietta Alfa Romeo alcune arance napoletane, dono affettuoso della mia povera mamma. Purtroppo la capatina per quelle buonissime arance mi portò una sfiga bestiale, perché non riuscii più a rientrare nel locale, giacché la porta, con la chiave nella toppa all’interno, non poteva più aprirsi dall’esterno. Che fare? Alberghi in quella zona per me sconosciuta non ce n’erano, né d’altra parte, l’ipotesi di andare in giro seminudo a cercare una stanza, o piombare alle due di notte in casa di Menna, così conciato, non era neanche il caso di pensarlo. Così mi rifugiai nell’auto, dormendo cinque ore, in pieno inverno, coperto solo da un telo di plastica, usato per avvolgere i quadri.  

MV – Quali le opere più importanti che hai eseguito dopo? 

AF – Nel 1972 e nel 1974 preparai sei mini opere che saranno riprodotte sulle “Bustine di Minerva”, per conto dalla Saffa di Magenta (Milano). Nello stesso periodo (giugno 1974) partecipai ad un programma televisivo della Rai: “Non tocchiamo quel tasto”, condotto da Enrico Simonetti e Valeria Fabrizi, durante il quale improvvisai in diretta la dissacrazione della Gioconda di Leonardo; nel 1980  dipinsi il quadro di grandi dimensioni “I Ciechi a Marechiaro”, ispirato ai “Ciechi” di Brueghel, che si trova al Museo di Capodimonte di Napoli. Segue nel 1981 il ciclo”Mors Naturae”(da Ruoppolo a me), che esposi a Napoli alla Galleria numero 7, con molte presenze napoletane, compresa la tua e quella di Franco Girosi.  

Nel 1985, in occasione della Fiera d’Arte di Bologna, pubblicai “La Pagella dei critici” col Giudizio Finale, sulla quale gli artisti (Baj, A. Pomodoro, Cavaliere, Del Pezzo, Dorazio e altri) assegnavano i voti ai maggiori critici italiani. Nel 1988, in occasione del Carnevale Ambrosiano di Milano, realizzo una scenografia in Piazza della Scala, mascherando il monumento a Leonardo con un telo piramidale e apponendo sul capo del Maestro di Vinci una gran cesta con la frutta colorata. Seguono altri cicli tra cui particolari rivisitazioni, nature morte e tavole imbandite, ispirati a celebri opere di Courbet e Velasquez.  Negli anni 1996/97, ispirato da una situazione complessa, presento il ciclo scultorio “Serpenti & Parenti”, con ceramiche e bronzi, che sono trasmessi da Tele più nel 1998, in occasione del programma Blu, curato da Gillo Dorfles.  Nello stesso anno C. Ruju su Tele A di Napoli mi dedica un ampio servizio.  

MV – La mostra più importante realizzata? 

AF – Elenco le tre mostre che ritengo tra le più rappresentative. La prima è un’Antologica al Museo di Gallarate (ora Maga), nel 1985 (testi di Barletta, Del Guercio, Di Genova, Zanella, Fomez, Dorfles, Eco, Fagone, Gualdoni, Menna, Sanguineti e Vergine); segue un’altra antologica al Museo di Pietrarsa di Portici “Benvenuti a Portici”, nel 1997 (testi di testi di Gillo Dorfles, Umberto Eco e Vincenzo Trione), in uno spazio fantastico, dove presento per la prima volta le sculture” Serpenti & Parenti” la terza è la mostra “Tavole imbandite con Santini” del 1986, al Sagrato del Duomo di Milano (testi di Dorfles e Eco).    

MV –  Come si può definire la tua ricerca attuale? Forse citazionista o, meglio ancora, post- moderna? 

AF – In calo le rappresentazioni pittoriche di autori sponsorizzati dai partiti (oggi sostituiti dai critici mercanti), stanno scemando l’interesse per le gigantesche carte fotografiche, dal forte impatto scenografico che, nonostante la palese vacuità, sono ugualmente vendute a prezzi salati agli ingenui collezionisti dell’ultima ora. Nel campo della pittura la sciagura maggiore è quella di operare, oltre che su certi  temi, se non nel sogno utopico di una nuova godibilità della materia cromatica, sulla trasformazione del paesaggio naturalistico e della figura umana e, nel peggiore dei casi, della sua geometrizzazione. Negli ultimi lavori il mio interesse è rivolto al già fatto, rinunciando all’invenzione, ma, un’altra via percorribile potrebbe essere quella di non creare niente e magari pescare idee dall’immondizia. Probabilmente anch’io non conosco la risposta alla tua domanda: se non è facile per gli altri etichettarmi, figurati se sono in grado di farlo io. Quanto al citazionismo, ti suggerisco di consultare la pagina che Umberto Eco mi ha dedicato nel suo libro “Il secondo diario minimo” del 1992, che troverai, divertente e, a suo modo, informativa.    

MV –  Che pensi degli artisti contemporanei e del mercato? 

AF – Anzitutto è bene precisare che l’arte e il mercato non procedono parallelamente perché hanno intenzionalità e percorsi differenti.  Scrive Panza di Biumo, collezionista di fama mondiale da poco scompars: ”Non si può creare una buona collezione di arte contemporanea con l’idea di investimento. Anche perché questo tipo di arte è soggetto più di altre alle fluttuazioni e alle mode.  È un’arte proiettata al futuro.  E per capirla bisogna abbandonare i vecchi schemi”.   

Io credo nel divenire di quell’arte che sa emanciparsi alla lezione del passato senza abbandonarsi a un futuro illusorio. Alla luce di ciò, oggi il mercato dell’arte non può essere ostaggio di pochi e  influenti addetti ai lavori che decidono quali pseudo artisti sponsorizzeranno inventandosi quotazioni taroccate. Insomma, si tratta di fenomeni mediatici che rappresentano aspetti modesti dell’arte contemporanea che trovo assolutamente poco interessanti, se non obsoleti, come performance, happenning, allestimenti e quant’altro, rivolti all’effimero, alla spettacolarizzazione e, in definitiva, a “fare soldi” e non cultura, cosa che invece tentano di fare gli artisti che, nel frattempo, succhiano i chiodi. Insomma, un fenomeno costruito a tavolino in conformità a efficaci strategie di marketing che si alimenta sul terreno di quelle mode culturali che periodicamente attraversano i nostri cieli.       

MV – Quale prossima mostra prevedi?  

AF – In questo periodo ho molti quadri già realizzati in mente e aspetto l’occasione per lavorarli, per poi riunirli in uno spazio pubblico con altri di grandi dimensioni, malgrado oggi, per via dei tagli alla cultura, attraversiamo momenti di gran difficoltà.  Infine, ti ringrazio per quest’altra disponibilità nei miei confronti, mentre scopro che hai un record che mi riguarda: nel giro di trent’anni hai scritto tanto per me.