Successo a Salerno per lo“Sconcerto” di Toni Servillo

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Salerno, 30 ottobre– I percussionisti sono i primi a comparire in scena a luci accese e non è un caso, perché ad essi sarà affidata la scansione del tempo in un’esecuzione decisamente fuori dal comune. Il direttore entra con la dignità di un sacerdote che si accinge a celebrare un culto, preceduto dagli altri orchestrali del San Carlo di Napoli, e subito suoni aggressivi si levano dall’ensemble, scompaginando all’apparenza l’idea stessa di spartito. La voce calda e desolata dell’uomo sul podio intreccia libere associazioni mentali su di un male di vivere che non può più essere eluso e del quale la musica è eco e medicina. Toni Servillo offre un’interpretazione memorabile in “Sconcerto”, lo spettacolo che dirige e che si basa sulla musica di Giorgio Battistelli e sul testo di Franco Marcoaldi, giunto oggi alle 18.30 all’ultima replica presso il Teatro Verdi di Salerno. Il direttore da lui impersonato potrebbe essere definito uno Zeno Cosini moderno, ancora più dolorosamente consapevole della natura conoscitiva della malattia. Il protagonista infatti percepisce fin nell’intimo delle proprie fibre il morbo che invade l’intera società: il linguaggio disancorato dal senso, la vacuità di parole che vorrebbero costruire e non possono che mettere a nudo la mancanza, il vuoto di ciò che dovrebbero rappresentare. Mentre incarna una sconfitta della comunicazione che è acquiescenza alla mercificazione dei valori, abdica di fatto al suo ruolo di guida e attraverso la musica si fa portavoce del rimosso, del disgusto, del dolore, della disappartenenza, come nel momento in cui chiede ai musicisti di esprimere il bianco suono della morte di quelli a cui il lavoro costa la vita e si accorge di quanto sia difficile essere nelle cose, coglierne la segreta essenza. La messinscena vuole guardare a una laica castità, a una limpidezza che è equilibrio con la natura, emozione al riparo da qualsiasi deformazione. Solo la musica può indicare la strada verso quest’obiettivo, solo le note permettono di comprendere, vivere, ridare nuovo volto ai luoghi e alle ore. Lo splendore dell’armonia ridona scopo e forza, eppure la conclusione dell’opera non è consolatoria: se è la musica l’unica dimensione in cui l’uomo possa ritrovarsi, tutto ciò che non rientra in quel campo è ormai inesorabilmente contaminato da una corruzione che è egoismo e cecità. O si è stranieri, ricorda Servillo, e si paga fino in fondo il prezzo di non vendere il proprio pensiero, o si è complici di un gioco illusorio in cui la concretezza dell’essere si perde. E la desolazione di un’epoca che ha tradito se stessa resta lì, non disposta ad aprire le proprie orecchie per aprirsi a nuovi mondi.

Gemma Criscuoli