Condannato per calunnia chi dice di avere smarrito un assegno dato invece in pagamento

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Viene condannato per calunnia chi dichiara di aver perso un assegno che ha in realtà dato in pagamento. Un reato che scatta a prescindere dalla mancata querela per appropriazione indebita da parte del mentitore. La Corte di cassazione con la sentenza n. 39237 (si legga il testo sul sito di Guida al diritto) spiega il risvolto, per nulla innocuo, di una bugia che potrebbe avere come effetto quello di trasformare in ladro o ricettatore chi in tutta buona fede ha incassato il titolo consegnato spontaneamente.

Ininfluente l’assenza di querela
Inutile il tentativo di giustificarsi della signora catanese che, almeno un paio di volte, si era tolta lo sfizio di andare a denunciare ai carabinieri il falso smarrimento. La donna pretendeva che i giudici tenessero nella debita considerazione l’accortezza di non sporgere querela, un gesto da interpretarsi come un “riguardo” usato nei confronti dell’amministratore della ditta a cui aveva consegnato il titolo. Inoltre, sempre secondo la ricorrente, il reato di cui poteva essere sospettato il legale dell’azienda entrato in possesso dell’assegno poteva essere al massimo quello di appropriazione indebita. Ma non è così e la Suprema corte, coglie l’occasione per spiegare perché.

Quando si configura il reato di appropriazione indebita di una cosa smarrita
Il reato di appropriazione indebita di una cosa smarrita – sottolineano gli ermellini – si configura solo nel caso il bene sia uscito definitivamente dalla sfera della disponibilità del legittimo proprietario e che questo non sia più in condizione di rintracciarlo. Circostanza che non può certo verificarsi nel caso di un assegno che contiene tutte le informazioni che consentono di risalire al titolare del conto, per questa ragione chi se ne impossessa illegittimamente commette il reato di furto o di ricettazione. Va male alla ricorrente anche la contestazione verso il giudice di primo grado, accusato di non aver ammesso la madre come unico teste a suo discarico. Dagli atti risultava, infatti, che era stata la donna a rifiutare «l’invito».

fonte:sole24ore