Il linguaggio salvifico della Musica

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Trionfa Toni Servillo con “Sconcerto” al teatro Verdi di Salerno, unitamente all’orchestra del Teatro di San Carlo. Un testo polisemico quello di Franco Marcoaldi che chiama i pochi uomini ancora capaci di pensare ad agire concretamente

 

Di Olga Chieffi

“Non sarebbe la musica una lingua perduta? – scrive nella sua estetica il D’Azeglio – Una lingua della quale abbiamo dimenticato il senso e serbata soltanto l’armonia? Non sarebbe una reminiscenza? La lingua di prima? E, forse, anche la lingua di dopo?”. Toni Servillo nelle vesti di direttore alla testa di un gruppo di strumentisti del Real teatro Di San Carlo, guidata da Marco Lena, tra cui i musicisti salernitani Giacomo Mirra, Nicola Ferro e Pasquale Bardaro – ci fa scoprire che l’indicibile, cui l’uomo sempre aspira, non si lascia dire nel dire umano, ma in esso si mostra, di un mostrarsi che spegne la voce e lascia un’ombra (una mancanza, un rado) nel linguaggio stesso, ombra che abbaglia chi si muove e intensamente cerca nel linguaggio, giungendo alla musica, che nasce e finisce nel silenzio. E’ questa l’essenza di “Sconcerto” una pièce scritta da Franco Marcoaldi, con musiche di Giorgio Battistelli e la regia dello stesso Toni Servillo, con un sorprendente Peppe Servillo al corno inglese e contraddittorio ironico del maestro, la cui prima è andata in scena giovedì sera sul palcoscenico del teatro Verdi, dinanzi ad un pubblico superficiale e poco attento (i percussionisti hanno iniziato a luci accese in sala per dare proprio il senso della prova d’orchestra, mentre in platea si continuava, in piedi, a parlare del più e del meno), solo in seguito, attanagliato dal dire del direttore Servillo. Il lavoro possiede diverse e numerose chiavi di lettura: quella più immediata è, certamente, la denuncia di una società decaduta in ogni campo, ove tutto si equivale e nulla vale, che apre la porta all’indifferenza, e di conseguenza all’incultura e alla scomparsa di critica e dialogo. Sono i nostri, tempi USA e getta (anche la coscienza e i sentimenti: “disvivere più che vivere”), caratterizzati dalla caduta di ogni garanzia istituzionale, di ogni autorità, di ogni protezione, della vita quotidiana intesa come consumo veloce, consunzione oscura, spendita e ricarico inerti, abbandono, cieca soddisfazione-sopraffazione. L’invito di Servillo, per chi mantiene ancora vive le proprie categorie mentali è a non sbattere la porta ritirandosi sconfitto nella propria torre eburnea, ma ad agire concretamente per cambiare l’attuale condizione, che tutto racchiude in una massa informe, putrida, grigia e silenziosa, dominata dalla prevalenza del cretino, dell’ignorante e del furbetto propositivo. Un’altra chiave ci inizia, invece, al gioco filosofico di Michel Serres e della sua noise, quel clamore che ci colpisce, di cui non dominiamo l’origine, né la sua crescita incontrollabile, il rumore, il rumore di fondo, così ben realizzato dagli archi all’inizio della pièce, quel bailamme che non si arresta, i nostri segnali, i nostri messaggi, le nostre parole, i nostri termini che divengono soltanto un’altra risacca, e ancora l’evocazione del nichilismo nietszchiano, prima attraverso la “seconda inattuale”, attraverso cui ha introdotto i concetti di memoria e tempo e di storia, baluardo moderno contro il Nulla, seguita dall’assunto principe della svalutazione dei valori. Nichilismo è, dunque, il processo storico nel corso del quale i supremi valori tradizionali – Dio, la verità, il bene – perdono il valore e periscono. L’altra chiave, quella più vicina al nostro personale sentire, è quella musicale, con la ricerca sperimentale che ha compiuto Battistelli, di suoni al di qua di ogni senso singolare, attraverso il canto ritmico delle percussioni a far da padrone, in lotta contro un tempo irreversibile. E’ la ricerca, l’articolazione di un ritmo personale, il voler esprimere una pronuncia tutta personale che sollecita parallelismi con la ricerca linguistica del Novecento eurocolto, in cui tanto valore è attribuito al colore, al timbro. Un’idea di suono intesa come la voce personale degli artisti e riflettenti quella dialettica voce-strumento, strumento-voce, offerta dal recitare di Toni Servillo. Gli strumentisti si mettono a nudo, suonano, commentano, ridono sino al silenzio: se la musica tace il cervello scoppia, si spappola. Ma il silenzio non esiste. Ecco l’urgenza di abbandonare ogni intento di controllo del suono e tentare di scoprire i mezzi che consentano ai suoni di essere se stessi. E nel dire le cose, nel dire il silenzio presente nei suoni delle cose, la parola nel suo domandare deve riaccendere la meraviglia . Meraviglia che non è solo incanto o superamento estatico della ragione, ma è e continua ad essere riflessione: la riflessione del cogito che prova insieme l’angoscia del silenzio – ossia della morte – e la gioia della parola nel suono delle cose. Come salvarci dall’erosione del tempo e dell’indifferenza? E qui citiamo il nostro filosofo Aldo Masullo: umanizzando le occasionali emozioni, siano esse l’incontro con lo sguardo puro di un animale, il sublime della natura, una lettura, la partecipazione ad uno spettacolo teatrale. Non v’è infatti “fenomeno”, ovvero “vissuto”, emozionale e non, che non sia tale perché è sentito come “mio”, proprio di un sé. Movendo le emozioni e ritrovandosi in esse, l’erosione del tempo scomparirà, i rapporti saranno nuovamente possibili, grazie alla differenza e al dialogo, che si risolverà in discorsi d’Amore, unico viatico valido per il futuro dell’ Umanità. Applausi tiepidi da parte di un pubblico che, purtroppo, non è riuscito a trovare alcuna chiave di lettura dell’opera se non quella di andare a teatro per “vedere” solo la maschera di Toni Servillo.

By olga.chieffi@virgilio.it