Il new deal di Vincenzo Capezzuto

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Abbiamo incontrato il danzatore e cantante salernitano alla vigilia dell’XI Galà Internazionale di Danza musica e teatro che questa sera lo saluterà protagonista al teatro Verdi di Salerno

 

Di Gemma Criscuoli

La fondazione di una città, o per meglio dire di un mondo, in cui il mito assume tutto il peso del reale, e performance mosse dalla ricerca, dall’incontro, dal desiderio, sono le linee guida dell’XI Galà internazionale di danza, musica e teatro che si terrà questa sera alle 18.30 presso il Teatro Verdi. Nell’iniziativa Vincenzo Capezzuto reggerà le fila  di un discorso artistico aperto alle più diverse sollecitazioni. A gennaio sarà a Parigi presso Le Chatelet per presentare il nuovo disco dell’ensemble cui ha da tempo legato la sua carriera, l’Arpeggiata, in cui saranno proposte antiche musiche tradizionali sudamericane in una veste, come di consueto, moderna, ma rispettosa della cultura d’origine. La prima parte dello spettacolo, che lo vedrà nel ruolo di solista, sarà dedicata a “Acqua che dagli occhi”, frutto di Soqquadro Italiano, il progetto artistico del danzatore salernitano  e del regista Claudio Borgianni, dove le origini di Salerno si legano a Proserpina, Plutone, Mirra e Adone in un appassionato interloquire con un passato solo all’apparenza lontano.

Signor Capezzuto, come sarà strutturata la prima parte della serata?

““Acqua che dagli occhi” si ispira agli intermezzi tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento che caratterizzavano le opere di allora. L’ideale barocco agli albori del XVII secolo è la base su cui la messinscena è stata creata e tutti gli elementi che la compongono, dalla danza al canto, sono legati da un equilibrio sottile. L’acqua ha un parte fondamentale e sul tulle che avvolgerà il proscenio, dietro il quale gli artisti attueranno anche momenti di improvvisazione, saranno proiettati dei video che rimandano a una continua metamorfosi. La proiezione e l’azione dal vivo produrranno un duplice livello di rappresentazione mai del tutto scisso”.

È possibile cogliere nelle immagini che si sovrappongono ai corpi un perpetuarsi dell’atto creativo che accomuna il tempo della fisicità e il non tempo dell’immaginario?

“L’allestimento è stato concepito in modo funzionale, ma si presta ad accogliere interpretazioni differenti. È bene considerare l’arte come qualcosa in cui non si dia nulla per scontato”.

Quali saranno i momenti più significativi della seconda parte della manifestazione?

“Sarà emozionante assistere alla prima assoluta del passo a due da “La bella e la bestia” interpretato da Gabriella Limatola e Sobir Utabaev (impegnati anche in Giselle) e a Voices, la coreografia di Michele Merola che fa da preludio a un lavoro molto più ampio. Qui esperienze eterogenee si intrecciano in una danza allo stato puro, sena alcuna drammaturgia. Mi sta inoltre a cuore Songs, in cui mi esibirò con Giulio Righini e Philippe Kratz. Silvia Azzoni e Alexandre Riabko saranno inoltre i protagonisti di una coreografia sull’Adagio finale della Terza sinfonia di Gustav Mahler e di un Notturno di Chopin”.

Lei è un apprezzato interprete della musica barocca. Quali difficoltà ha incontrato nell’affermarsi in questo campo?

“Il barocco ha fraseggi impegnativi e note complicate che certo imponevano una disciplina fuori dal comune. La voce naturale era molto richiesta nel primo Seicento. La mia tessitura potrebbe essere quella di un contralto, ma ho la mezza ottava di un soprano  e, dunque, il mio timbro e di conseguenza la mia interpretazione non è facilmente inquadrabile. L’orchestra è stata la migliore scuola, lo stile è richiesto dall’ensemble”

Il Galà ha ormai modificato la propria formula, aprendosi a linguaggi eterogenei. A cosa è dovuto questo cambiamento?

“Dopo dieci anni abbiamo compreso che il pubblico meritava sempre di più e abbiamo voluto fare della danza il punto di partenza per accostarsi a nuove scelte. Dobbiamo agli spettatori la messa in gioco costante delle nostre risorse”.

By olga.chieffi@virgilio.it