Su Andrea Zanzotto. Un poeta nel segno della parola come metafisica dell’anima, Ricordo di Pierfranco Bruni.

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo un pensiero su Andrea Zanzotto, recentemente scomparso, di Pierfranco Bruni, Consulente Culturale della Presidenza della Camera dei Deputati, Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e Coordinatore Progetto Minoranze Linguistiche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. 

 

La morte Andrea Zanzotto 

Un poeta nel segno della parola come metafisica dell’anima 

 

di Pierfranco Bruni 

 

È morto Andrea Zanzotto. Mi riporta ad intrecci di letture e di scelte. Mi permette di fare i conti con il tempo e le epoche delle parole e della vita. Avevo avuto modo di antologizzare e di occuparmi di Andrea Zanzotto (nato a Pieve di Soligo il 10 ottobre 1921)  con una dovuta accortezza sia sul piano linguistico che poetico già alcuni anni fa quando pubblicammo con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali due antologie di Poesia Italiana del Novecento tradotte in spagnolo, la prima (in occasione della Fiera del Libro di Santo Domingo), e in albanese la seconda. 

Altre occasioni per contestualizzare un ermetico fuori dall’ermetismo. O un poeta che è stato attraversato dall’ermetismo lasciandosi a volte contaminare e allontanandosi dalle stesse contaminazioni con una “disciplina” letteraria che è quella di non riconoscersi in alcun movimento o corrente e far della stessa parola un segno tangibile di una comunicazione che diventa una ferita e una dolcezza nascosta tra le pieghe dell’anima. Come avrebbe detto oggi Cesare Zavattini parlando della sua poesia nelle forme di un linguaggio abitato dai sentieri della terra e della lingua. 

Un poeta che ha superato le confusioni delle intuizioni per lasciarsi catturare dalle percezioni ma soprattutto dalla indissolubilità di un Novecento che ha tradotto le tragedia nell’intreccio dei destini che recitano il tempo e la morte sulla scacchiera del gioco infinito dell’essere perduto e perdente ma sempre vigile con lo sguardo dentro la parola e con la parola negli occhi. 

Questo è un segno tangibile che è possibile leggere anche nei suoi ultimi testi riferendomi anche all’ultimissimo:“Ascoltando dal prato. Divagazioni e ricordi”, a cura di Giovanna Ioli, Interlinea, Novara 2011, nel quale il preludio o la nostalgia sembrano incontrarsi. Dal 1951 con “Dietro il paesaggio” sino al 2011 il viaggio diventa non indefinibile in termini di poesia dell’indefinibilità dell’essere e della metafisica del concreto nel tempo ma una antropologia di un umanesimo che ha bisogno della parola che è espressione di una “dialettica” etnica all’interno di una esistenza fatta comunque di storie che si trasfigurano nel senso e nel sentimento di una memoria mai immaginaria e sempre simbolica. 

Il simbolo non ha bisogno di sperimentalismi. Ecco perché negli anni Sessanta Zanzotto prende le distanze dalla formulazione di uno sperimentalismo dei cosiddetti “novissimi” e la poesia è una funzione oltre ad averla. Non c’è poesia se non poesia individuale. E la personificazione del verso è il diario costante di una matrice che richiama la costante percezione del tempo che è il proprio tempo e non un tempo assoluto. In questo tempo assoluto la parola si disperde mentre nel tempo individuale ogni parola si fa specchio dell’anima. O in lingua o in dialetto (ovvero l’altra lingua) Andrea Zanzotto ha posto sempre l’accento sulla indivisibilità della parola stessa. 

Il suono, l’eco, il tocco della voce sono caratteristiche di una poesia che si lega alla sensualità del linguaggio. Ecco perché il linguaggio stesso è metafora della solitudine. Si parla con se stessi e dentro se stessi per comunicarsi. In questo comunicarsi c’è una visione religiosa del linguaggio. Questa visione religiosa è un dato “desertico”, ovvero è come se il poeta giungesse alla comunicazione vivendo dentro i destini del deserto. 

Mi ricordo di “Filò e altre poesie” del 1981. un mio dare e un mio dire per comprendere una parola reiterata ma destinata all’ascolto come scorciatoia non di un lessico o di un fonema ma di una esistenza che sa di libertà. La poesia assume il verso della salvezza perché non ha bisogno di un “impegno” dentro quella ironia che era molto cara a Federico Fellini. Il gioco come ironia e come drammaticità. Sì, con Fellini ha giocato sulla scacchiera degli sguardi e delle intese in una reciprocità di attese (ricordo il suo “Filò. Per il Casanova di Fellini” del 1976 con cinque disegni dello stesso Fellini) nelle quali il personaggio della parola si ricostruiva nell’essenza del colloquiare. La parola, in Zanzotto, è un personaggio. 

Come nelle leggende o nelle avventure di  “La storia del Barba Zhucon e La storia dello zio Tonto” del 2004, dove sembra raccontare e raccontarsi in una infanzia infinita ma è l’avventura del dare una parola come gesto fonico e metaforico che definisce il senso. Così nei suoi “Colloqui con Nino” del 2005. “Il Galateo in bosco” del 1996 ha una sua articolata manifestazione in una semantica che è sottosuolo dell’anima in cui la stessa verbalizzazione è un ungarettismo portato agli estremi. Dunque, Zanzotto costringe l’ermetismo a fare i conti con una contemporaneità in cui la poesia non ha discorsività ma inconsapevole comprensione nell’affidare la parola allo scavo non della mente ma dell’anima. 

Da Lorca a Leopardi, da Ungaretti a Petrarca, Da Eluard a Rimbaud. Un tracciato che parte da Virgilio e Dante e lo trasporta proprio nella funzione dell’impossibilità dell’Ermetismo ad essere superato ma attraversato sì. È questo uno degli elementi non storici, della critica, ma estetico – linguistici che si trovano dentro la parola recuperata, come nostos, di Zanzotto. Non una poetica soltanto. Ma il linguaggio di una poetica nella vita di un uomo che ha sempre intrecciato la lingua o le lingue al suo esistere come “Mistieròi-Mistirùs” in una antropologia della religione della parola. Questo mistero è il vero incantesimo nella poesia di Zanzotto. Un incantesimo che si misura comunque con la cifra del disincanto. Una poesia nel segno di un vissuto.