AMANDA E RAFFAELE ASSOLTI. E LA KNOX TORNA NEGLI USA: "ITALIANI, GRAZIE" VIDEO

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PERUGIA – Non l’hanno uccisa. Amanda Knox e Raffaele Sollecito non sono colpevoli: assoluzione piena dopo 4 anni di carcere e una condanna a 26 e 25 anni. Per i giudici dell’appello non sono stati loro il 2 novembre del 2007 a uccidere Meredith Kercher, studentessa inglese di 22 anni arrivata nel capoluogo umbro per studiare. Delitto «erotico, sessuale, violento», consumato nella palazzina di via della Pergola. Le accuse non hanno retto una volta invalidate le prove scientifiche. L’impianto probatorio costruito dalla Procura e dalla polizia, che ha portato in carcere con condanna definitiva a 16 anni il terzo imputato Rudi Guede, è crollato. I giudici, i due togati, Claudio Pratillo Hellmann e Massimo Zanetti, e i sei popolari (5 donne e un uomo, tutti giovani e dalle professioni più diverse, dalla segretaria all’elettrauto) hanno creduto nell’innocenza dei due giovani e nella mancanza di elementi certi a dimostrare il loro coinvolgimento. AMANDA: “GRAZIE ITALIA”. All’indomani della sentenza di assoluzione per l’omicidio di Meredith Kercher e a poche ore dalla sua partenza per gli Usa, Amanda Knox ha fatto avere una sua lettera alla Fondazione Italia Usa, i cui dirigenti sono stati costantemente al suo fianco durante i quasi quattro anni di detenzione. Ecco il testo integrale della lettera: «A tenermi la mano e a offrirmi del sostegno e del rispetto attraverso le barriere e le controversie c’erano degli italiani. C’era la Fondazione Italia Usa, e molti che hanno condiviso il mio dolore e che mi hanno aiutato a sopravvivere con speranza. Sono sempre grata della loro premurosa ospitalità e del loro coraggioso impegno. Chi mi ha scritto, chi mi ha difesa, chi mi è stato vicino, chi ha pregato per me. Vi sono sempre grata. Vi voglio bene. Amanda». LE PAROLE DI DACLON. «Amanda mi ha detto che ci teneva molto a ringraziare pubblicamente i tanti italiani che l’hanno sostenuta ed appoggiata in questi anni di ingiusta detenzione e che hanno creduto in lei e nella sua innocenza. Mi ha confermato che in futuro intende tornare nel nostro Paese», ha detto Corrado Maria Daclon, segretario generale della Fondazione Italia Usa, che l’ha accompagnata ieri sera in automobile dal carcere di Perugia a Roma, dove la ragazza americana ha trascorso la notte. «Durante il viaggio da Perugia a Roma – ha aggiunto – Amanda era serena, pur con tutte le forti e contrastanti emozioni che si possono intuire per una persona che vede la libert… per la prima volta dopo quattro lunghi anni rinchiusa ingiustamente dentro una cella». LACRIME IN AULA. Amanda Knox, condannata comunque a tre anni, già scontati, per calunnia (nei confronti di Patrick Lumumba), alla lettura della sentenza è scoppiata a piangere. La ragazza aveva atteso il verdetto cantando e suonando nella cappella del carcere. Nelle sue dichiarazioni spontanee, ieri mattina, davanti alla Corte aveva detto «Voglio solo tornare a casa. Non voglio essere punita per qualcosa che non ho fatto». Più o meno quanto dichiarato anche da Raffaele Sollecito: «Non ho fatto del male a nessuno, mai nella vita. In carcere è morte». Quindi, si era detto pronto a togliersi quel braccialetto con scritto il suo nome e quello della ex fidanzata «liberi». Un «piccolo omaggio» che avrebbe voluto fare alla Corte. Sollecito aveva atteso la sentenza da solo, in cella, e alla lettura è apparso impassibile, di ghiaccio. Sempre pacate le dichiarazioni dei famigliari della vittima. Alla lettura della sentenza sono rimasti annientati: resta un mistero cosa accadde la sera dell’omicidio a Meredith e poco contano le parole di rammarico degli avvocati di Amanda e Raffaele. Il padre di Sollecito ha chiesto di poter parlare con loro: «Meredith mi resta nel cuore». L’avvocato Giulia Bongiorno ha sottolineato, invece, come la sentenza di primo grado «sia stata un grave e imperdonabile errore giudiziario». Ad ascoltare il verdetto centinaia di giornalisti, molti dei quali statunitensi e grandi accusatori del sistema giudiziario italiano. Nonostante il fuso orario, migliaia di americani hanno seguito in diretta tv quanto accadeva. Allegria e pianti tra i fan di Amanda a Seattle. «Great», il primo commento alle telecamere della sorella: «L’incubo è finito». Diversa la reazione della piazza italiana, quella di Perugia, che ha contestato duramente l’avvocato Bongiorno: «Vergogna», ha gridato, certa della colpevolezza e della furbizia dei due imputati. I pubblici ministeri hanno già annunciato il ricorso in Cassazione. Nel frattempo, però, i due ragazzi tornano liberi ed è probabile che Amanda voli presto, forse oggi, a Seattle. I REPERTI CHE HANNO RIBALTATO IL PROCESSO. In aula i familiari di Meredith Kercher, la madre Arline, la sorella Stephanie e il fratello Lyle, avevano assistito praticamente attoniti alla lettura della sentenza. I giudici hanno inflitto tre anni di reclusione alla Knox per la calunnia a Lumumba. Pena comunque già scontata. Il processo d’appello ha avuto il suo snodo nella perizia genetica disposta dalla Corte il 18 dicembre del 2010 su richiesta delle difese mentre era stata loro negata in primo grado. Esame che ha riguardato il coltello indicato dall’accusa come l’arma del delitto e il gancetto del reggiseno indossato da Meredith quando venne uccisa a Perugia, la sera del primo novembre del 2007. I giudici avevano infatti accolto la richiesta delle difese richiamando la regola posta dall’articolo 533 del codice di procedura penale. Quella che prevede la condanna «soltanto se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio». I giudici avevano quindi rilevato che «la individuazione del Dna su alcuni reperti e la sua attribuzione agli imputati» risultava «particolarmente complessa per la obiettiva difficoltà da parte di soggetti non aventi conoscenze scientifiche di formulare valutazioni ed opzioni su materie particolarmente tecniche senza l’ausilio di un perito d’ufficio». I periti, dopo avere stabilito di non poter ripetere gli esami svolti dalla polizia scientifica, hanno ritenuto «non attendibili» i risultati raggiunti. In particolare per il Dna attribuito a Sollecito, misto a quello della vittima, sul gancetto del reggiseno e di Meredith sulla lama del coltello. Valutazione fatta esaminando i documenti già agli atti. I periti hanno così definito «inattendibile» il profilo genetico attribuito alla Kercher perchè «non supportato da procedimenti analitici scientificamente validati». E per il Dna di Sollecito hanno parlato di «erronea interpretazione del tracciato elettroforetico relativo al cromosoma Y». Per entrambi i reperti, poi, secondo i periti «non si può escludere che i risultati possano derivare da fenomeni di contaminazione». Conclusioni che hanno dato ragione a quanto sempre sostenuto dalle difese di Sollecito e della Knox, nonchè dai loro consulenti. Una prova scientifica «sgretolata» dai periti della Corte d’assise d’appello di Perugia come ha più volte sostenuto l’avvocato Giulia Bongiorno, l’ex avvocato di Andreotti che ha curato la difesa di Sollecito. Eliminando quello che il legale ha sempre considerato «l’unico indizio» a carico del giovane pugliese. Una perizia dalle conclusioni considerate «ineccepibili» dai difensori della Knox, gli avvocati Luciano Ghirga e Carlo Dalla Vedova. Per capire perchè i giudici abbiano assolto Sollecito e la Knox sarà necessario attendere le motivazioni della sentenza. Appare però chiaro fin d’ora che il ragionevole dubbio ingenerato dalla perizia abbia avuto un ruolo forse determinante. Certamente maggiore dei testimoni sentiti in appello su richiesta delle difese, come l’ex pentito Luciano Aviello e Mario Alessi, l’assassino di Tommaso Onofri. Un dubbio forse in grado di mettere in discussione anche le altre prove raccolte dai pubblici ministeri e alla base della sentenza di primo grado. Come le parole di Guede che aveva collocato i due giovani sulla scena del delitto, le impronte dei piedi nudi in casa e le testimonianze. Una sentenza quella d’appello che i magistrati (che avevano chiesto la condanna all’ergastolo) sono comunque pronti a impugnare in Cassazione. Intanto però da stasera Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono di nuovo liberi. AMANDA: “VOGLIO SOLO TORNARE A CASA” Quattro anni dopo, lo sguardo da ‘femme fatalè lascia il posto ad un volto serio, provato dalla tensione e dalle lacrime: «ora voglio solo tornare a casa, tornare in possesso della mia vita e riacquistare la mia felicità». Amanda Knox guarda fuori dal finestrino quando un’ora e mezzo dopo la sentenza che le ha ridato la libertà, lascia il carcere di Capanne. Ma il suo sguardo è già lontano, come se l’Italia fosse ormai soltanto un ricordo. L’aspetta l’America, che ha seguito in diretta la lettura della sentenza, prima criticando la giustizia italiana e poi applaudendo la decisione della Corte d’assise d’appello. Atteggiamento corretto dal Dipartimento di Stato che ha «apprezzato l’attenta considerazione della vicenda nell’ambito del sistema giudiziario italiano» e dal legale di Amanda, Carlo della Vedova, che ha sottolineato che «c’è stato sì un errore» ma è stato «il nostro sistema giudiziario a permetterci di correggerlo». E l’aspetta la sua Seattle, dove i ‘Friends of Amanda’, con tanto di maglietta, si sono riuniti in un cinema per tifare per lei. Tutto questo, però, sarà oggi, quando un volo la porterà al di là dell’oceano. Per ora, però, c’è solo un pianto sfrenato, cominciato in aula ed esploso nel furgone della polizia penitenziaria che l’ha riportata in carcere per prendere le sue cose. Un pianto lungo, forte, pesante. «Per tutto il giorno è stata un fascio di nervi, tesa all’inverosimile aveva paura che anche stavolta non ce l’avrebbe fatta – racconta don Saulo, il cappellano del carcere con cui in questi anni Amanda ha costruito un rapporto particolare – e così quando ha capito che era libera è esplosa». A don Saulo, Amanda aveva lasciato i suoi ultimi pensieri: sul mondo e sulla Bibbia, sugli uomini e sull’amicizia« racconta il prete. »Spero di non rivederti mai più qui dentro« gli ha detto prima di andare in tribunale. E così è stato. Alle 23.15 Amanda esce dal carcere: destinazione prima il casale che i Knox hanno scelto come base perugina e poi Roma, in attesa di partire per gli Usa. Con la libertà riconquistata, le lacrime lasciano spazio alle accuse: »ho sopportato l’insopportabile – rivela al segretario della fondazione Italia-Usa Corrado Maria Daclon – Una delle cose che mi ha fatto più soffrire in questi anni è stato non essere creduta ed essere considerata colpevole d’ufficio, all’interno ma anche al di fuori delle aule di tribunale«. Parole che vanno di pari passo con quelle dette nelle dichiarazioni spontanee: »Ho subito accuse ingiuste e senza fondamento. Sto pagando con la mia vita per colpe che non ho commesso«. »Siamo grati che questo incubo sia finito – rincara la sorella Deanna – Amanda ha sofferto per tre anni per un crimine che non ha commesso«. »Io non fuggo dalla verità e non sono mai fuggita. Io insisto per la verità. Dopo quattro anni disperati insisto nella nostra innocenza perchè è vera e merita di essere riconosciuta« aveva detto Amanda stamattina ai giudici nelle dichiarazioni spontanee. E stavolta le hanno creduto. »Ora voglio solo tornare a casa«. RAFFAELE: “MI HANNO RESTITUITO LA VITA” «Sto cercando di riprendermi. Sono ancora spaesato»: Raffaele Sollecito è uscito da poco dal carcere di Terni per fare ritorno a casa, in Puglia quando accetta di parlare al telefono con l’ANSA. Lo fa dall’apparecchio che il padre gli passa, lasciandone un altro con il quale sta parlando con le cugine. «Ci speravo in questa sentenza – afferma Raffaele, la voce calma, senza emozioni particolari nonostante 1.200 giorni in carcere -, speravo in qualcosa di positivo. Finalmente mi sono riappropriato della mia vita». Sollecito dice di non avere desideri particolari ma poco prima di lasciare il carcere di Terni dove è rimasto detenuto per quasi quattro anni aveva confidato a uno dei suoi difensori, l’avvocato Luca Maori, che il suo primo desiderio è di vedere il mare. «Ora voglio stare solo con la mia famiglia – dice ancora Raffaele -, voglio solo quello. Non ho altre esigenze particolari». Alla lettura della sentenza, accolta da grida di gioia a Giovinazzo, la citt… di Sollecito, Raffaele non ha capito subito che era stato assolto. Glielo ha fatto capire il suo legale Giulia Bongiorno, l’avvocato di Andreotti, alzando le braccia al cielo con i pugni chiusi. Un gesto che a molti ha ricordato quel «abbiamo vinto presidente» urlato ai microfoni davanti alla Cassazione. In quelle fasi concitate, Raffaele non ha avuto modo di scambiare nemmeno un’occhiata con l’ex fidanzata Amanda. Pure lei assolta e pure lei frastornata. «Forse la rivedrò – ha detto Sollecito – ma ancora non lo so. Ora voglio solo stare con la mia famiglia». La sua famiglia e il padre Francesco, che in questi anni non si è perso praticamente nemmeno un’udienza dei processi a suo figlio. «Me lo sto portando a casa – dice il medico pugliese -, finalmente me lo hanno restituito. Ora Raffaele sta riassaporando la vita». Una vita che significa anche fare una telefonata alle cugine. «Non usava il cellulare da quattro anni – dice Francesco Sollecito trovando quasi un mezzo sorriso – e quando gli ho passato un i-Phone 4 non sapeva proprio usarlo». Cosa fare domani, Raffaele e Francesco Sollecito non lo hanno ancora deciso. Ma c’è tempo. GUEDE UNICO COLPEVOLE. Chi ha ucciso Meredith Kercher? Sicuramente Rudi Guede che sta scontanto in via definitiva 16 anni per l’omicidio. Ha confessato. Ma se Raffaele Sollecito e Amanda Knox non erano in quella casa di via della Pergola, chi ha ammazzato la studentessa? Solamente lui oppure si devono cercare altri colpevoli ancora? «E’ stata un’amica di Amanda», ha spiegato Carlo della Vedova, il legale della Knox subito dopo la lettura del verdetto, sostenendo che sempre la giovane americana ha cercato di indirizzare le indagini verso un’altra persona. «Non è nostro compito indicare il colpevole. Quello è il dovere della accusa», ha però poi tagliato corto quando gli è stato richiesto. Ed è fuggito via dalla sua assistita, pronta a tornare tra le braccia di mamma e papà.

di Chiara Prazzoli FONTE LEGGO