Guido Arbonelli retrato tanguero

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Il clarinettista perugino, in coppia con l’eccellente mantice di Massimo Santostefano ha chiuso, nel salone del Circolo Canottieri Irno, la XIII edizione dell’Irno Festival diretto da Tiziano Citro

 

Di Olga Chieffi

L’uso del clarinetto e della fisarmonica si giova della formula del duo, come in una versione più popolare e comunicativa del binomio sax soprano e pianoforte. Tiziano Citro, per la chiusura del cartellone del suo Irno festival, giunto alla XIII edizione, rassegna che rischia di sparire, insieme a diverse altre manifestazione di altissimo interesse culturale, per il disinteresse delle istituzioni, che scelgono da qualche tempo di sovvenzionare non per la qualità del progetto, ma per quantità di consensi da raccogliere in un prossimo futuro, si è affidato a due strumentisti umbri, il clarinettista Guido Arbonelli e il fisarmonicista Massimo Santostefano. Il programma presentato da Guido Arbonelli, è stato dominato dalla cultura tanguera, con il Tango Nuevo di Astor Piazzolla, rappresentato da quattro gemme della sua opera, quali Libertango, Esqualo, Primavera portena  e Oblivion, con uno sguardo al prima e al dopo Piazzolla con un omaggio a Carlos Gardel e la sua “Por una cabeza” e “Tango pour Claude” di Richard Galliano. E’ questo un florilegio di opere che fanno parte del sentire di tutti noi, con Libertango, il cui segreto è stato completamente svelato nella sua introduzione, in cui Massimo Santostefano ha incantato il pubblico proprio nel suo non offrirgli troppo facili, e in fondo rassicuranti, appigli transtilistici, ma calandolo in un ideale momento di sintesi tra i molteplici rimandi che il musicista umbro intende riecheggiare nel suo stile. Stile del duo alla cui estetica non sono ovviamente estranei uno spiccato senso della tradizione jazzistica, simbolo del suo personale viaggio, alla scoperta di due fortissimi radici popolari, quella argentina e quella nero-americana, di cui il tango di Piazzolla si nutre e trae quel profilo così marcato.L’ l’elemento vincente della performance tanguera, a volte eccessivamente calligrafica, è stato certamente la ricchezza dell’apparato tematico delle opere di Piazzolla, vivificato dal cimento di Arbonelli, nonché dalla propensione trasparente per un eloquio diretto, a volte anche troppo, dominato da un suono sempre aperto, squillante, quasi stentoreo del clarinetto in si bemolle, unitamente a quello basso, in cui la perizia strumentale è prevalsa sullo scavo concettuale e sulla transidiomicità del repertorio tematico, esecuzione in cui sono venuti un po’ meno, quei momenti regolarmente in bilico – dato caratterizzante della musica argentina – fra un lirismo allentato e dolente, talora fino alla rarefazione, e picchi di alta drammaticità e forza penetrativa. Suono del clarinetto, invece indovinato per  Escualo, quella sfida perenne tra mantice e solista, simbolo di quel popolo che si è messo finalmente in moto, in “Viaggio”, con la sua musica, il suo simbolo, il “Mito” del tango che allora nasceva. L’omaggio a Piazzolla è stato intersecato da “Italian polka” di Sergej Rachmaninov, in cui Arbonelli, ha esibito un suono quasi da “liscio”, e ancora la spiegata melodia di Ada Gentile “Ho scritto una canzone”, dedicata a Ennio Morricone per il suo ottantacinquesimo compleanno, in cui si è esibito al clarinetto basso. Dalla nascita della musica il binomio variazione-improvvisazione ha attraversato l’intera letteratura musicale  e se nell’atto della variazione come scrive Nielsen “Si debba vedere più che una elaborazione del tema un ripensamento di esso, ripensamento che porta a superare il punto di partenza, cioè il dato di fatto iniziale che nella variazione dovrà essere in sé compiuto, in un certo senso autosufficiente, un microcosmo già formato che va interpretato e rinnovato mediante una valorizzazione delle sue risorse e possibilità”, l’estemporaneità dell’esecuzione e l’immediatezza dell’invenzione riconducono questa particolare prassi esecutiva alle caratteristiche proprie dell’improvvisazione, dunque all’elaborazione di nuovi temi che,  generati dall’idea di partenza, se ne discostano al punto da non conservare, in apparenza, alcuna affinità. Queste due pratiche assurgono a simbolo del jazz, ed ecco che il duo proporrà le variazioni  di Mike Garson, celebre pianista “extra-colto”, sul tema del XXIV capriccio in A minor di Niccolò Paganini, una pagina povera di contenuti, ma d’immediato impatto sul pubblico. Massimo Santostefano ha regalato, al numeroso pubblico in sala, un prezioso portrait di uno dei pionieri della fisarmonica in Italia, il folignate Luciano Fancelli con Acquarelli e 10 km dal finestrino, il personale Chattanooga Choo-Choo di questo pendolare della musica, che strizza l’occhio allo swing italiano. Ed ecco Soffio di Tiziano Citro per clarinetto solo, una pagina eseguita da Guido Arbonelli in prima assoluta, dove soffio sta per fhysis, natura, in una mescolanza simbolica che è alla ricerca del nuovo linguaggio, capace di integrare il mancare attuale con la gioia degli inizi. Finale dedicato alla musica klezmer, con il suono di Arbonelli perfetto per questo genere, rappresentato da due suites di Enrico Bindocci  “Kyprus suite1 e 2” e da tre pagine dello stesso clarinettista “Klezmer”, “Il valzer della sposa” e “Nigun”. Applausi e bis con Libertango e ancora “Por una cabeza”, in cui Arbonelli, lasciando solo il bravo Santostefano, si è trasformato in vero e proprio tanguero, danzando con una signora del pubblico.

by olga.chieffi@virgilio.it