Piano di Sorrento, vita o morte sulla Savina Caylyn

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Il comandante Lavadera: “Pagate o ci uccidono”, in apprensione la famiglia di Gianmaria

 

PIANO DI SORRENTO – Siamo ormai nelle mani di Dio perché quello che sta accadendo nelle ultime ore nel Corno d’Africa ha il sapore quasi di un’ultima spiaggia per i marittimi imbarcati sulla Savina Caylyn, come si evince dall’ultima telefonata di domenica pomeriggio del comandante Lubrano Lavadera. Una drammatica telefonata giunta alla moglie Nunzia Nappa (come riporta Il Mattino) nella quale il marito – insieme a tutti gli altri membri dell’ equipaggio, tra cui ci sono il primo ufficiale di coperta Eugenio Bon di Trieste, il direttore di macchina Antonio Verrecchia di Gaeta, il terzo ufficiale di coperta Crescenzo Guardascione di Procida e l’allievo di coperta Gianmaria Cesaro di Piano di Sorrento – non sembra avere più la speranza di ritornare vivo. Con la voce sempre più debole e le forze che giorno dopo giorno si vanno affievolendo per le varie conseguenze (deperimento organico, malattie varie, torture ed altro), riesce dall’altro capo del telefono a parlare con la moglie, anch’essa provata, come tutti i familiari, tra cui quelli di Gianmaria, che sono sulle spine ormai dall’8 febbraio. I temi ricorrenti sono sempre: i soldi, le torture e la morte, e quest’ultima è quella che fa più paura, perché in quei marittimi dal cuore dilaniato in tutte le maniere si sta facendo strada come un incubo questo presentimento, di non tornare più vivi a casa. “Per l’amor di Dio, aiutateci a non morire –queste le drammatiche parole del comandante durante la telefonata – Cara Nunzia dillo a tutti: all’armatore ed alla Farnesina. Se entro una settimana non si chiude la trattativa, qui a bordo inizieranno le torture sistematiche di tutti i membri dell’equipaggio”. Il tono si fa sempre più allarmante: “Questi ci preannunciano che ci ammazzeranno ad uno ad uno. Santo Iddio, perché? Che male abbiamo fatto per non essere aiutati? Siamo persone che sono andate a guadagnarsi il pane onestamente in un tipo di lavoro duro, pieno di sacrifici, sul mare”. Come si può leggere in queste righe queste parole possono essere non solo del comandante ma anche degli altri membri detenuti dai pirati, i quali non esitano un momento a picchiarli e come uno di loro ha detto: “Non posso passarti gli altri, sono stati picchiati e non ce la fanno ad alzarsi da terra”. Il momento è tragico, la moglie del comandante gli voleva passare la figlia, ma i novelli bucanieri del Corno d’Africa glielo hanno negato, la telefonata ha una stasi di qualche drammatico secondo e poi il comandante riprende: “Nunzia, questi non vogliono che parli con altri, nemmeno con mia figlia. Aiutateci a non morire. Questi ci ammazzano. Se non succede niente, questa è la nostra ultima settimana di vita”. Parole drammatiche che hanno l’amaro sapore di un non ritorno, ma è quello che non vogliono i familiari, che ieri sono stati ricevuti durante la messa officiata dal Cardinale Crescenzo Sepe, il quale alla fine delle preghiera dei fedeli ha concluso così: Signore Gesù, che hai annunziato la liberazione dei prigionieri e hai donato la pace, frutto della Pasqua, concedi a noi, per intercessione del Santo Martire Gennaro, che cadano le catene della prigionia e i nostri fratelli marittimi facciano ritorno alle loro case per godere la libertà. Fa che il gaudio del Giubileo diocesano si trasformi in pienezza di gioia e la Chiesa di Napoli possa renderTi grazie per i tuoi benefici. La Madonna Santa, Stella del mare, sostenga e avvalori la nostra supplica. Tu che vivi e regni per tutti i secoli dei secoli. Amen”. Questo da un lato, dall’altro il muoversi del sottosegretario Mantica, il quale ammonisce con dure parole: “La missione è difficile e nelle nostre mani l’arma migliore è quella della diplomazia. Il governo sta facendo la sua parte. Altri no”. L’allusione è all’armatore che va avanti per fatti suoi perché “egli non può sfuggire alle sue responsabilità. Parli con i familiari che stanno vivendo ore di angoscia. Dica quel che sta facendo, visto che ha avviato una sua personale trattativa. Il governo nonostante le pressioni non riesce a sapere nulla dall’armatore, anche se sa per vie indirette. L’armatore dell’altra nave sequestrata (Rosalia D’Amato) ha un atteggiamento completamente diverso”. Poi conferma che “sul piano diplomatico il terreno è stato preparato per quel che era possibile nelle condizioni politiche del Paese. Abbiamo avviato contatti con le autorità centrali e con quelle regionali, soprattutto nella zona dove la Savina Caylin è sotto sequestro. È l’area dove sono presenti anche gruppi Shabab (gruppo insurrezionale islamista) che potrebbero avere maggiori conoscenze dei sequestratori”. Ed infine chiude dicendo che “con l’ambasciatore somalo ci sentiamo tutti i giorni. Lavoriamo con la diplomazia e con l’intelligence ed è escluso, per ovvi motivi, il ricorso alla forza, anche se ce ne sarebbe la possibilità. L’armatore faccia chiarezza su come stanno le cose, almeno. E il governo cercherà in tutti i modi di sbloccare la situazione sul piano diplomatico”.                                                                                   

 

    

Sottosegretario Mantica                  Cardinale Sepe

 

GIUSEPPE SPASIANO