Dialogo tra Giuseppe Garibaldi e Carmine Crocco e tra Anita e Michelina De Cesare, di Pierfranco Bruni.

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PERCHE’ A 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA NON IMMAGINARE UN DIALOGO TRA GIUSEPPE GARIBALDI E CARMINE CROCCO E TRA ANITA E MICHELINA DE CESARE? 

 

Il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” organizza un Convegno “blasfemo” su: “L’eroe Giuseppe Garibaldi e il brigante Carmine Crocco: due Italiani tra la storia dei vincitori e la storia dei vinti. Oggi quale storia racconterebbero?”

L’eroe Giuseppe Garibaldi e il brigante Carmine Crocco. Il vincitore e il vinto. Quale storia racconterebbero oggi? Un convegno eretico, improponibile e blasfemo? O Crocco non è da considerarsi italiano?  

di Pierfranco Bruni*

 

 

 

Rischioso, provocatorio, eretico e fuori dalla logica dei libri storici e scolastici soprattutto. Delittuoso forse, ma il pensiero che nasce da una riflessione sui fenomeni storici, sulle letture, sulle interpretazioni, sui capricci della non accettazione di versioni ritenute ufficiali mi spinge ad essere radicalmente libero da impostazioni manichee e di dare una lettura controcorrente sull’Unità d’Italia. Controcorrente rispetto alle versioni ritenute ufficiali. 

Premesso che in questa occasione mi interessa marginalmente la questione unitarista, rivolgo lo sguardo a due personaggi che hanno fatto, entrambi, l’Italia. L’Italia così come è. Da una parte il brigantaggio e dall’altro fante cavallo e re. Ovvero da una parte il brigante Carmine Crocco e dall’altra Giuseppe Garibaldi, l’eroe che consegna l’Italia spezzata a Vittorio Emanuele. 

Ma ci siamo mai chiesti, realmente e storicamente, con chi stava l’Italia popolare, l’Italia del popolo, l’Italia dei cafoni, l’Italia di un Sud non borbonico ma sempre coerente a quelle matrici che hanno segnato la storia del silenzio? Con chi stava il brigante Carmine Crocco quando comprende, da garibaldino, di aver lottato per cacciare un re borbone dalle sue terre e si trova ad essere governato dal regime di un re sabaudo? E perché Garibaldi consegna alla monarchia un’Italia spaccata facendola passare per un’Italia condivisa? 

Qui non si tratta di parteggiare per l’uno o per l’altro anche se, si sa, io guardo con molto fascino e molta attenzione storica a Carmine Crocco che non è un personaggio fuori dal Risorgimento o fuori dall’Italia. Come non sono fuori dal Risorgimento il personaggio splendido di Anita, di Giuditta e di Michelina De Cesare. Tre donne che hanno una loro personalità e si inquadrano in un contesto che va completamente riletto. Anita e Garibaldi, Giuditta e Mazzini sono un quadro esemplare di un Risorgimento condiviso? E da chi? E la brigantessa Michelina De Cesare non è nella storia del Risorgimento o nella storia d’Italia? 

Il dato concreto di una meditazione matura è che il brigantaggio politico non fu un fenomeno antiitaliano e Carmine Crocco non parlava il francese o l’austroungarico o lo spagnolo. Parlava la sua lingua che era una di quei dialetti che sono ancora oggi parte integrante della lingua italiana. 

Mi richiedo, dopo tanti anni di studio e di affascinanti polemiche belle e accattivanti, chi sia stato veramente Garibaldi? Carmine Crocco è un brigante. Assodato. Ma cosa significa brigante? Ci serviamo ancora della etimologia francese? Da assodare, invece, è la funzione del brigantaggio politico e da questo punto di vista il prete di Acri Vincenzo Padula ci ha lasciato dei tasselli importanti. Perché Crocco diventa brigante? E perché Garibaldi accetta di capeggiare la cosiddetta spedizione dei Mille? Le “Confessioni di un Italiano” di Ippolito Nievo sono incompiute. Nievo muore tra le acque dell’oblio. 

Credo che non realizzeremo mai un’Italia condivisa fino a quando non peseremo sui piatti di una stessa bilancia l’Italia di Garibaldi consegnata ai Savoia e l’Italia di Crocco che ha combattuto i Borboni e ha lottato contro l’invasione del Regno dei Savoia. Fino a quando non riterremo il brigantaggio politico parte integrante della storia d’Italia resteremo divisi e non si può etichettare Crocco soltanto come brigante e lontano dallo spirito dell’Italia. Per chi combatteva Michelina De Cesare? Contro Anita o per una Italia libera? 

E no. Non ci siamo. Crocco voleva un’Italia libera dentro l’Italia e non un’Italia al servizio della Monarchia dentro la Monarchia. Ancora oggi la storia si presenta con delle posizioni ben definite ma non c’è ancora nulla di ben definito. Le anime del Risorgimento, d’altronde, sono diverse. Lo stesso Mazzini vive il Risorgimento da carbonaro. Lo stesso Garibaldi successivamente si rende conto che ciò che ha consegnato alla monarchia non è l’Italia unita. Avrà consegnato un’idea di Italia. Forse un’Italia “annessa”. Ma quell’Italia dei ceti contadini, dei ceti agrari medi, della cristianità, delle donne nella miseria, del popolo è stata riconsegnata e ridefinita, con l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele, alla sconfitta e disfatta dei Borbone. 

I Gattopardi sono rimasti gattopardi sino alla fine anche se tra due bandiere. Credo che occorrerebbe un po’ di coraggio a parlare oggi della funzione di Carmine Crocco all’interno degli incontri per celebrare l’Unità d’Italia. Il brigantaggio politico non era contro l’Italia, non combatteva al soldo dello straniero, viveva piuttosto la sua Vandea in nome della libertà. 

Voglio essere chiaro fino in fondo. Si dice nel film di Luigi Magni “O Re”: … ma che Italia hanno costruito…?”. E Maria Sofia a Francesco II: “… e se l’Unità d’Italia l’avessimo fatta noi …”. Ovvero se fosse partita dal Sud? Qui il quadro della riflessione potrebbe mutare anche impostazione ma è naturale che il Risorgimento è stato un movimento di popolo mentre l’Unità d’Italia con l’annessione non può considerarsi un movimento popolare, anzi una strategia cavouriana che io non condivido. Questo non significa che la mia identità non è italiana. È profondamente italiana ma le mie radici restano prima nella Magna Grecia e poi nel Regno di Napoli ma sia l’una che l’altro sono dentro l’Italia, in quell’Italia che non ha mai condiviso, pur accettandola, l’annessione. 

Ci saremmo potuti arrivare ad un’Italia fortemente unita ma con una condivisione di libertà e con una conoscenza antropologica, geografica e culturale che però separava, allora, il Regno di Napoli con la Sardegna monarchica, con il Piemonte e con il Lombardo Veneto.

Rischiamolo un convegno su Carmine Crocco senza avere timore delle polemiche o dei guastatori scelti. Immaginiamoci un dialogo tra Carmine Crocco e Giuseppe Garibaldi e una vivace discussione tra Anita e Michelina. Anzi, io proporrei questo tema: “L’eroe Giuseppe Garibaldi e il brigante Carmine Crocco: due Italiani tra la storia dei vincitori e la storia dei vinti. Oggi quale storia racconterebbero?”. 

Blasfemo? Accusatemi pure di essere eretico e blasfemo. Improponibile? Il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” organizzerà, a novembre prossimo, un convegno su questo argomentare e lo farà con lealtà, con onestà storica e con vivacità. Io non sto né con i Borboni né con i Savoia. Il popolo mi appartiene con il sangue dei vinti e la cenere delle rivoluzioni. Come Brassillach o come Chenier o come Berto Ricci sono convinto che non ci sono rivoluzioni popolari anche se la storia ha bisogno di raccontare rivoluzioni. 

Scriveva André Chenier (ghigliottinato a Parigi il 25 luglio del 1794): “Non capisco come mai tanti individui, e anche legislatori, si rendano così poco conto del significato delle loro espressioni, fino ad attribuire continuamente i nomi angusti e sacri di popolo e di nazione a una vile congrega di arruffapopoli che forse non sono nemmeno la centesima parte della nazione …”.

 

* Presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”