Avellinese prigioniero del raìs per un mese Il giallo di Antonio: «Perché era in Libia?»

0

CHIUSANO SAN DOMENICO – Discrezione. Troppa. E probabilmente di certo non figlia della riservatezza che a volte contraddistingue i piccoli centri facendo a botte col pettegolezzo che è l’altra faccia della medaglia. Ma a Chiusano San Domenico se chiedi ai giovani chi è e cosa fa Antonio Cataldo, c’è chi ti risponde poco convinto di non conoscerlo, chi invece, sorride ed alza le braccia, sottolineando che «è un bravo ragazzo, che s’arrangia facendo qualche lavoretto da idraulico e da meccanico. E che spesso viaggia». Questo, mentre all’anagrafe del Comune, dove lavora anche il padre Carlo, Antonio è «disoccupato». Forse anche per questo è andato in Libia a cercar lavoro, ma di che genere, rimane un giallo. Come alcuni aspetti della vicenda che lo hanno visto finire in una prigione del Rais per circa un mese insieme ad altri due italiani, il genovese Luca Boero e Vittorio Carella, milanese. Che ci faceva Cataldo col primo che fa il body guard e che ha lavorato in qualità di addetto alla sicurezza presso noti locali della città della lanterna? Perchè un idraulico ha fatto un corso paramilitare, come dice il parroco della chiesta madre Santa Maria degli Angeli, don Antonio Romano che da buon pastore le sue anime le conosce bene, ma che da buon prete è tenuto anche a mantenere i segreti della confessione? E perchè, al di là della comprensibile tensione, magari scaricata proprio qualche minuto prima apprendendo la notizia in tv, i genitori Battistina Curcio e Carlo Cataldo al citofono di casa, dribblano una normale richiesta di notizie, rinunciando ad un sfogo naturale, magari accompagnato anche dal pianto per il finale doppiamente liberatorio che ha visto protagonista d’una terribile avventura il loro Antonio? Una storia con i contorni di un giallo reso ancora più intrigante dal palcoscenico in cui s’è svolta, la Libia, dove la guerra civile è un gioco al massacro, senza regole, una vicenda che i protagonisti liberati promettono di raccontare al rientro in Italia che potrebbe avvenire già oggi su un aereo insieme ai quattro giornalisti anch’essi sequestrati e liberati «perchè – dicono i tre – solo quando saremo in Italia racconteremo i particolari: ora no, perchè qui non ci sentiamo ancora sicuri». Arriviamo a Chiusano intorno alle 13,10. Temperatura …africana, il paese è deserto, rintanatosi per l’ora del pranzo. Bar chiusi, tranne uno che sembra l’oasi agognata. Quattro giovani sostano ai tavoli. Bevono birra per dissetarsi. Antonio lo conoscono, ma di lui non vogliono parlare e chiedono anche di non scrivere i loro nomi, dimenticando di non averli mai fatti. Uno alla fine rompe il ghiaccio e dice che «quello è un bravo ragazzo, lavoriccchia come può, arrangiandosi una volta facendo l’idraulico, un’altra, il meccanico». Insomma, sbarca il lunario per non pesare sul bilancio familiare di papà Carlo che è dipendente comunale e che oltre alla moglie ha altri due figli più piccoli del primogenito da mantenere. C’è pure il giallo del domicilio. Dove abita Antonio? Non in via Codrazzo 18, come indica la sua carta d’identità, neppure in via Acqualemme, fuori il paese dove insiste un insediamento di case Iacp in cui abitano i genitori che al citofono, seccati e reticenti, del figlio non vogliono parlare. L’ultimo domicilio di Antonio è via Roma 21, una piccola casa al centro del paese, di fronte all’ufficio del Giudice di pace. Scuri tappati, segno pressocchè certo che la casa è chiusa da tempo. Da quando Antonio è partito per la Tunisia? A fare cosa a Bengarden dove, lo dice uno degli altri due italiani rapiti, avrebbero dovuto incontrare qualcuno. Un lavoro da contractor, da body guard di famiglie benestanti libiche? Probabile. Ma quando alla voce, l’unica, della macchina del caffè espresso nel bar s’aggiunge quella di Antonio che al Tg1 delle 13,30 racconta frammenti della sua vicenda, dubbi e perplessità riemergono. Discuterne però, dentro e fuori dal locale è impossibile: Antonio non lo conoscono. Anche se è quello con la barba lunga che di spalle parla in tv.

di Annibale Discepolo – IL MATTINO