Il jazz da camera dei Cabaret Noir

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Il progetto del vibrafonista Pasquale Bardaro è stato ospite del secondo appuntamento dell’Ispani Jazz Festival, animando la piazzetta Nuova di San Cristoforo

 

Di Olga Chieffi

E’ iniziata con un invito del sindaco Edmondo Iannicelli all’avvicinamento dei giovani alla musica, sulle tracce dei suoi ricordi classici della musica delle sfere di Pitagora e della teoria  greca dell’ethos dei suoni, fondata sulla convinzione che la musica provocasse modificazioni dello stato d’animo e condizionasse le facoltà volitive, la seconda serata della IX edizione dell’Ispani Jazz Festival. La raccolta cornice della piazzetta della frazione montana d’ Ispani, San Cristoforo, ha ospitato la performance dei Cabaret Noir, gruppo che prende il nome dall’esordio discografico del vibrafonista e compositore Pasquale Bardaro, il quale si è presentato in sestetto con la vocalist Gioia Mignanelli, unitamente a Giovanni Aquino alla chitarra, Daniele Brenca al contrabbasso, suo fratello Vincenzo Bardaro alla batteria e la sorpresa, fuori programma, della moglie flautista  Sabrina Consoli.  Due ore di musica Cabaret noir, scritta, arrangiata, immaginata come si immaginano le scene di un film o di un’azione teatrale, ma, in particolare, suonata con tale ampiezza di orizzonti e, assieme, tale fedeltà ad assunti stilistici ed estetici di base, da risultare alla fine quasi imprendibile, nella sua misteriosa semplicità. La musica dei Cabaret Noir si avvicina quasi ad un paradosso zen: il vibrafonista che potrebbe essere definito asciutto ed essenziale è, invece, il musicista compositore inquieto, alla ricerca di un orizzonte estetico “alto”, dove diverse radici musicali, culturali ed estetiche riescono a trovare una pur provvisoria sintesi.E’ jazz da camera quello dei Cabaret Noir, da Ordinary Night a The Ironica death, sino a On Sunday Morning, Ballade du Nuage, Relativity, Nameless, Radio Waves, in cui la materia musicale, pur sempre composta ed elegante di Bardaro, in bilico tra citazioni e reinvenzioni, accoglie inaudite soluzioni armoniche, timbriche e strumentali, con il vibrafono che a volte punteggia aerei i momenti di astratta sospensione armonica. Un progetto questo, che continua a misurare la tenuta di un’idea della musica codine luogo d’incontro tra specifiche culture musicali spesso comunicanti e contigue. Un dialogo ravvicinato in un assetto che garantisce comunque solidità strutturale, connettendo parti composte e larghe porzioni riservate all’improvvisazione. Lo stilema del blues o la forma canzone vanno innestati in episodi connessi da temi guida o calati in architetture formali a cui dà sempre colore il vibrafono, o scomposti in moduli ordinati e simmetrici. Intensi gli assoli di Pasquale Bardaro, dallo staccato pulsante economo e barocco, alla testa della formazione che ci consegna uno sfero ben disegnato nel suo frastagliato profilo, ma sempre in perfette proporzioni ed equilibrio. Melodia, ritmo ed armonia non sono, infatti, mai distrutti e rivoluzionati, ma solo spogliati della abituale prerogativa di informare, in modo totalizzante e a priori, il discorso musicale, di costituirne l’unica griglia interpretativa. I Cabaret Noir hanno consegnato all’eterogenea platea di San Cristoforo, una sintassi musicale, capace di regolare sia gli accessi di ciascun membro ad un mondo già creato dall’altro, sia gli inizi di nuove creazioni, per modulare organicamente un flusso d’informazioni di densità naturale e fluida. L’alta qualità della musica sta nel prevalere sulla pura energia di una chiarezza cristallina in cui ogni accadimento si precisa nel contorno e si definisce nel peso, nell’assenza di ridondanze e nella geniale miniaturizzazione dei tradizionali elementi linguistici.

By olga.chieffi@virgilio.it