La Juniorchestra e le gemme del sinfonismo

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Questa sera, alle ore 21, i giovanissimi dell’Accademia di Santa Cecilia, diretti dal M° Simone Genuini, si esibiranno nella piazza di Santa Maria di Castellabate

 

 

 

Di Olga Chieffi

 

La splendida cornice di piazza Santa Lucia di Santa Maria di Castellabate, ospiterà, questa sera, alle ore 21, i 140 giovanissimi della JuniOrchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, diretti dal M° Simone Genuini. La formazione, dopo il trionfo, a Villa Guariglia di Raito, nel corso della XIV edizione dei Concerti d’Estate, dove, si è esibita, divisa per ensemble, questa sera sarà al completo, assoluta protagonista dell’evento, promosso dall’assessorato alla Cultura del Comune di Castellabate, si avvale anche del patrocinio della Provincia di Salerno. Il programma verrà inaugurato dall’esecuzione della V sinfonia di Beethoven L’orchestra regalerà la celeberrima quinta sinfonia di Ludwig Van Beethoven. È un Beethoven titanico, quello della Quinta. Ma è anche un Beethoven più asciutto e meno enfatico rispetto a quello dell’Eroica. La forma stessa è essenziale, senza espansioni retoriche, la coerenza interna rigorosa. I temi sono netti e concisi, come lo scarno inciso d’apertura, un motto di sole quattro note. Così si apre il primo movimento, l’Allegro con brio. Ancora sull’inciso «del destino» è fondato il primo tema, che percorre interamente la Sinfonia rendendola ulteriormente più solida ed unitaria. Proprio a questa estrema concentrazione tematica, a questa sobrietà di caratteri va ricondotta la grande efficacia espressiva che la Sinfonia in do minore esprime. Il primo tempo è forse la più perfetta applicazione della valenza tragica della tonalità di do minore, e della dialettica beethoveniana, basata sul contrasto di due idee, una veemente e una implorante; ma questa perfezione è dovuta innanzitutto alla configurazione icastica del tema – i celebri “tre più uno” colpi iniziali, esposti all’unisono – poi a una tecnica di elaborazione che fa percepire ogni dettaglio come logicamente consequenziale, necessario e imprescindibile; la seconda idea è solo un diversivo, nel fitto reticolato dell’elaborazione, che viene tuttavia interrotta da improvvisi silenzi e singole voci strumentali, dalla valenza angosciante ed interrogativa. In questo contesto l’Andante con moto, in la bemolle maggiore, non ha la semplice funzione di stemperare la tensione, ma piuttosto di mantenerla sempre sottesa; per questo il tema dei violoncelli che costituisce la tranquilla idea portante del movimento, cede più volte il passo ad una improvvisa accensione degli ottoni, che preannuncia l’esito di tanti conflitti. Con lo Scherzo si torna non solo alla tonalità minore iniziale, ma anche al medesimo inciso tematico, solo variato ritmicamente; è questo il movimento chiave per donare coerenza alla Sinfonia. Da una parte, infatti, il “motto” iniziale acquista, nella riproposizione, una valenza fatalistica (ma non bisogna dimenticare lo studio sul timbro, come il sibilo dei contrabbassi all’inizio, o il Trio contrastante, con entrate fugate); dall’altra parte il movimento sembra spegnersi nel nulla, con il “motto” sussurrato dai timpani, e sfocia invece in un episodio di transizione, tanto breve quanto decisivo, che congiunge direttamente i due ultimi tempi, attraverso un calibratissimo ed entusiasmante crescendo. Si approda dunque, col Finale, alla risoluzione di tutti i conflitti esposti, con una trionfale fanfara che è in realtà la conversione ottimistica dell’idea iniziale; non a caso, nella mirabile costruzione in forma sonata di questo finale, il secondo tema non è più, come nel primo tempo, in opposizione al primo, ma piuttosto complementare ad esso. L’unico momento di interruzione di questo entusiasmo consiste nella riapparizione di un frammento dello Scherzo, come ricordo delle ombre e delle sofferenze da cui sono venute le conquiste finali. Ma per sottolineare ancora la sapienza costruttiva di questo movimento, converrà riferirsi alla riesposizione, che ripropone il crescendo della transizione ma in forma abbreviata, per evitare la debolezza di una replica testuale, e ricordare l’energia propulsiva dei tantissimi accordi iterati delle ultime battute, sui quali grava il peso liberatorio non solo del movimento ma di tutta l’arcata evolutiva del capolavoro sinfonico. Si continuerà, poi, con l’ouverture del Nabucco di Giuseppe Verdi, nell’anno celebrativo dell’Unità d’Italia, accogliente quel tema che è il “Va’ pensiero” capace di muovere un intero popolo, prima di procedere con la brillantissima ouverture del Candide di Leonard Bernstein , che accoglie in sé una moltitudine di stili e caratteri che si reggono tra loro come in un castello di carte, in bilico tra l’allegria spensierata dell’operetta, il turbinìo spettacolare del musical il profondo lirismo del teatro classico. Gran finale con il Bolero, pezzo popolarissimo di Maurice Ravel. Il 22 novembre 1928, infatti, il pubblico dell’ Opera di Parigi assistette ad un balletto sulle note di un Bolero di quindici minuti: un unico, continuo e graduale crescendo, costruito su una melodia chiara ed inarrestabile. La musica appare di stupefacente semplicità, disegnata con i pochi tratti di un ritmo ostinato che si ripresenta sempre uguale a se stesso. In realtà cela un finissimo gioco di combinazione degli strumenti dell’orchestra, che entrano uno dopo l’altro ad arricchire il suono, in una trascinante progressione, dal flauto ai sax tenore e soprano, fino all’esplosione finale, che accenderà l’applauso di una piazza interamente ai piedi della JuniOrchestra.

 

By olga.chieffi@virgilio.it