"CILENTO – POESIA DI PAESI". IL NUOVO LIBRO DI LIUCCIO

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“CILENTO- POESIA DI PAESI” è il titolo della nuova raccolta di poesie di Giuseppe Liuccio. Pubblicata da Galzerano, l’editore cilentano con il quale Liuccio ha dato alle stampe ben 16 libri, alcuni dei quali hanno registrato un notevole successo di pubblico e di critica, a cominciare da “Chesta è la terra mia!” (tre edizioni. 6.000 copie vendute, quattro premi ricevuti, una riduzione teatrale con 480 repliche, un cd realizzato. 50 spettacoli all’estero, tradotto in varie lingue, ecc.), la nuova raccolta sarà in libreria a metà della prossima settimana.E’ possibile farne richiesta direttamente all’editore (Tel.097462028 o all’indirizzo di posta elettronica: galzeranoeditore@tiscali.it)

 

Per gentile concessione dell’editore anticipiamo l’introduzione a firma dell’autore

 

 

 

ZINGARO» D’AMORE E DI CULTURA

 

“Con l’avanzare dell’età matura, che galoppa vertiginosamente ed inesorabilmente verso la vecchiaia, si fa sempre più malinconicamente lancinante la nostalgia della terra lontana e diventa amara la «diaspora» nell’«esilio dorato» di Roma, che, per altri versi, riserva non pochi vantaggi sul piano delle relazioni umane e degli scambi culturali. Però mi manca l’atmosfera dei paesi, del loro patrimonio di valori, della calda e coinvolgente umanità della gente, attaccata alle tradizioni, che scandiscono i giorni, i mesi e gli anni e costituiscono una sorta di «religione laica» di vita.

 

Forse anche per questo torno spesso nella terra d’origine, quasi per un bisogno irrefrenabile di rinsaldare i legami con le radici e per il desiderio di un bagno di autenticità nei valori che scandirono i ritmi dell’infanzia e della giovinezza. E giro, amante solitario alla ricerca dell’Eden perduto, per i tanti paesi della mia terra: quelli che si adagiano pigramente nelle anse paciose di mare o sfavillano luminosi sugli scogli a precipizio, quelli che si affacciano dalle colline agli slarghi delle vallate e delle pianure, protesi ad impossibili abbracci con il mare lontano, quelli, infine, che si nascondono nelle forre delle montagne o minacciano di ruinare dai cocuzzoli delle alture. E, pellegrino curioso, setaccio i centri storici dove una lapide, un portale di pietra, uno stemma gentilizio, il frontale di una chiesa, una colonna, l’acciottolato di un vicolo levigato dal passo di secoli, l’architettura di un campanile sono fiotti di luce capaci di diradare le fitte ombre del passato e di offrire agli studiosi spunti fecondi di ricerca. Registro il tutto e mi si stringe il cuore e, a stento, mitigo stizza da indignazione perchè questo patrimonio non sempre viene valorizzato appieno, ma il più delle volte è colpevolmente dimenticato o, addirittura, sconsideratamente violentato. E mi fermo spesso nella serena pace delle chiese, fatta di penombra e silenzi che fecondano ricordi, nelle sontuose cattedrali, cariche di storia e d’arte, nelle collegiate decorose nelle linee architettoniche e negli arredi lignei, frutto dell’estrosa manualità di artigiani e di artisti, nelle cappelle dei villaggi, trafitte, alle vetrate povere, dai bagliori della primavera e fresche di profumi di campagna. Lo faccio per azionare la moviola delle memorie, perchè le nostre comunità sono vissute per secoli all’ombra della chiesa madre, a cui hanno consegnato i segreti dei tanti dolori e delle poche gioie. E nelle statue dei santi, nelle icone che arredano gli altari, negli ex-voto che tappezzano le nicchie, nei cori lignei, nelle pianete e nei piviali ricamati, nelle croci d’argento, nelle pissidi d’oro è scritta la storia minuta di secoli delle nostre comunità.

 

Ma catturo anche umori, afrori, odori, sensazioni che veleggiano sulle ali del vento e mi investono e travolgono e scatenano emozioni se solo mi affaccio ad un belvedere precipite a volo d’abisso, se presto orecchio al fluire di un fiume/torrente zigzagante ad irrigare freschi maggesi, se mi ferisce di dolcezza un vigneto a mostra di prodigio di pigne lustre di sole gonfie di umori o canta musica dolce un uliveto sbrigliato nel fogliame dalla brezza o se nei pianori a ricamo di lavanda la mandria vaga tranquilla alla pastura brada, cane e pastore vigili a distanza all’ombra amica di leccio fronzuto.Questo territorio, che dal mare trasmigra alle colline e si arrampica sui monti, è stato il tormentato teatro di guerre e dominazioni, eroismi velleitari e rivoluzioni represse nel sangue, di scorrerie e razzie di pirati, di feudatari arroganti e di signori illuminati, di santi eremiti e di briganti sanguinari. E nel loro nome, nel corso dei secoli, si sono scritte pagine di storia grande e minuta. Ma la più bella è quella dell’uomo nella quotidianità della fatica del vivere, nell’epopea del lavoro con la interscambiabilità della vanga e del remo, a testimonianza dell’anima anfibia di un territorio, che vive sospeso tra monti e mare, valli e colline con la ramificazione feconda di fiumi e torrenti.

 

Io l’ho visitato tutto, interrogando il cuore dei paesi, quasi tutti ricadenti nell’area protetta del Parco Nazionale del Cilento e Vallo del Diano, respirandone nel profondo il profumo dell’anima e, zingaro di ricordi del passato e sogni del futuro, rabdomante di memorie, ho battuto la verga sulla falda giusta ed è esplosa la polla genuina nell’argento festoso della luce. E lo zampillo si è fatto poesia. E questo è il frutto del mio nomadismo d’amore e di cultura, che ha l’unico scopo di dare dignità letteraria ad una terra, la mia, che, nella ricca e varia articolazione dei paesi, è stata poco frequentata da narratori e poeti”

 

Roma, 4 luglio 2011                                                        

 

Giuseppe Liuccio

 

 

 

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