Il “Meridionalismo” vero e i meridionalisti falsi.

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A causa della violenta e devastante “piemontesizzazione” di tutta la penisola italiana, si è sviluppata nel tempo una corrente di pensiero definita meridionalismo, che è, in effetti, una reazione allo stravolgimento economico e sociale in cui si sono venuti a trovare i territori dell’ex Regno delle Due Sicilie: Napolitania (parte continentale) e Sicilia, diventate “Meridione” dello Stato italiano subito dopo l’occupazione militare piemontese avvenuta nel 1861.

 

 

 

L’occupazione di questi territori, che avevano una propria lingua, una propria cultura, perché facenti parte di una propria nazione già da 700 anni, avvenne attraverso l’imposizione di uno stato di polizia oppressivo e dittatoriale, dal carattere puramente coloniale, che provocò la legittima reazione della popolazione la quale si rivoltò contro gli occupanti “italiani” che li stavano massacrando e rapinando di ogni sua ricchezza. Il risultato fu che ne scaturì una guerra civile che contrappose i napolitani, ormai senza più un proprio esercito (70 mila soldati fatti prigionieri morirono nei lager piemontesi, come quello di Fenestrelle). Questi patrioti che ammontarono a circa 80 mila uomini, chiamati spregiativamente “briganti”, combatterono per oltre dieci anni contro i piemontesi i quali arrivarono a schierare circa 500 mila uomini, compreso la Guardia Nazionale, un contingente pari a quello che gli americani schierarono in Vietnam.

 

 

 

Questa vera e propria guerra civile produsse decine di migliaia di morti, alcuni affermano che assunse i connotati di una vera guerra coloniale e persino l’ex ministro piemontese D’Azeglio fu costretto ad affermare, nella lettera del 2 agosto 1861 diretta all’on. Matteucci e pubblicata dai quotidiani “La Patria” e “Monarchia Nazionale”: “A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano per stabilire un governo col consenso universale”. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno. Ma, si diranno, e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti e trovar modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia, ma agli Italiani che, rimanendo Italiani non volessero unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate”(*) 

 

 

 

La repressione da parte piemontese fu crudele e inumana e non di meno fu la resistenza napolitana, al punto che il 18 aprile 1863 Vittorio Emanuele II considerò seriamente di ritirarsi dai territori napolitani dicendo: “Noi abbandoniamo un paese che non vuole saperne di noi”. (Due Sicilie 1830-1880, pag. 226, di Antonio Pagano, Capone editore). Ma poi, con la promulgazione della famigerata legge Pica, il “brigantaggio” fu violentemente represso in tutta la Napolitania senza alcuna garanzia di legge (bastava la decisione di un semplice caporale per uccidere una persona solo sospetta). Questa legge fu definita da un giornale di Torino, “Il Diritto”, un provvedimento da stato d’assedio. Quindi il nuovo regno venne a trovarsi sotto due legislazioni diverse, la Napolitania con la legge Pica e quindi stato di guerra, in cui non era in alcun modo possibile praticare una normale vita economica e sociale, mentre al nord c’era lo statuto Albertino con uno speciale protezionismo per le aziende piemontesi.

 

Il risultato fu che il Piemonte ne approfittò per depredare la Napolitania di ogni ricchezza contenuta nelle sue banche, sottomettendola al consumo di prodotti del nord, facendo fallire di proposito numerose aziende. Furono centinaia di migliaia i disoccupati e persino i contadini non potettero lavorare la terra. Persino le scuole furono chiuse.  

 

 

 

Oggi si sente dire spesso che l’italia cammina a due velocità, un nord industrializzato e sempre più competitivo e un sud arretrato e sempre più succube del nord. Questo è dovuto principalmente allo Stato italiano che mai ha voluto fare qualcosa per risolvere veramente la questione meridionale. Nei primi sessant’anni d’italia, benché la denuncia meridionalista giungesse al parlamento torinese prima che a quello romano, si è avuta, da parte dei governi di destra e di sinistra, una protezione economica del nord con conseguente sviluppo sociale, tutto a danno dell’ex Stato delle Due Sicilie. Situazione che è andata precipitando in modo inarrestabile dal dopoguerra a oggi, portando una differenza abissale tra le due zone della penisola in senso politico, sociale ed economico, depredando in maniera subdola i vari fondi destinati allo sviluppo della Napolitania, compreso il ladrocinio di aziende sane e prospere e l’accaparramento delle banche, strumento essenziale per lo sviluppo di un territorio. Oggi l’italia è l’unico Stato del mondo occidentale ad avere un territorio ricchissimo e uno poverissimo; la Napolitania è il più grande territorio europeo che non abbia una banca propria. Ciò è assolutamente intollerabile, giacché tutti abbiamo visto come la Germania è riuscita, in meno di vent’anni, ad assorbire l’impatto della ex DDR creandole le stesse condizioni economiche e sociali dell’ex RFT, uniformando, di fatto, l’intero territorio statale. Risulta dunque in modo evidente che in italia questo non lo si vuole fare, a dispetto dei tanti “meridionali” e “meridionalisti” che si alternano al parlamento.

 

 

 

In proposito è bene ricordare i tanti veri meridionalisti, che si sono alternati nel tempo per cercare di promuovere l’uguaglianza dei napolitani agli altri “italiani”. I più importanti sono il Duca di Maddaloni, il deputato Miceli, Giustino Fortunato, Antonio Gramsci, Gaetano Salvemini, Giovanni Amendola, Don Luigi Sturzo che professò un tipo di meridionalismo cattolico portante all’autonomia (Meridionalisti cattolici. Antologia di scritti “1946-1960”, a cura di Diomede Ivone), Guido Dorso che per primo intuì non una questione meridionale, bensì una vera e propria colonizzazione del Mezzogiorno d’italia.

 

 

 

 Tralasciando i tanti, non per demerito, ma per amore del discorso, cito l’ultimo vero meridionalista approdato al parlamento italiano, sto parlando di Angelo Manna, meridionalista di gran tempra, che dalle fila dell’ex MSI riuscì a dare batoste verbali a quei deputati che ancora puntavano il dito contro quelli che non erano più napolitani e nemmeno italiani del sud, ma ormai diventati “meridionali”, “terroni”, sinonimi di sfaticati, incapaci, sporchi, assassini, affricani, delinquenti per natura. Ecco che Manna capisce l’importanza di presentare un meridionalismo non più all’interno delle varie fazioni sinistrorse o destrorse, ma come compagine politica propria, creando il Fronte del Sud, progetto che purtroppo non riuscì a portare avanti per cause a cui noi umani non siamo in grado di trovare rimedio.

 

 

 

Ma più vicino a noi ricordiamo il primo grande indipendentista che la Napolitania abbia mai avuto dopo la fine della lotta patriottica postunitaria, Nicola Zitara, professore formatosi a sinistra, ma che poi tralasciando ogni colore è riuscito a dare l’impronta indipendentista a quel meridionalismo inconcludente che per anni è stato usato da un’italia corrotta,un meridionalismo che ha soffiato in modo accondiscendente all’ambigua partitocrazia, linfa vitale di un parlamentarismo iniquo, permettendo a quest’italia di sfruttare la disparità economica e sociale per arraffare le risorse dello Stato a vantaggio degli speculatori del nord.

 

 

 

Ora, se in tantissimi anni, nonostante ci siano state denunce, interpellanze parlamentari ed altro, non si è mai risolta la cosiddetta “questione meridionale”, vuol dire che questa è la condizione della Napolitania in quest’italia, vale a dire essere colonia, terra di sfruttamento per permettere all’alta italia di poter essere concorrenziale con gli altri Stati mondiali. Questo ci fa capire l’inutilità di competere elettoralmente nel parlamento italiano per risolverla. Si deve ritenere vano ogni sforzo in questa direzione poiché i falsi meridionalisti di oggi non sono all’altezza di quei veri meridionalisti passati, i quali, anche se niente hanno ottenuto, pur tanto hanno fatto. Quindi, perché affannarsi a correre dietro al vento?

 

Ma ancora oggi c’è una certa presa di posizione su questa via, infatti, alcuni dei partitini cosiddetti meridionalisti, ammettono la sconfitta del meridionalismo, ma pur continuando a cavalcarlo (con tutta la buona fede dei promotori), hanno cambiato il senso della denuncia rinnovandolo, definendolo “neomeridionalismo”, però vorrei capire a che giova sostituire un vecchio meridionalista con un giovane neomeridionalista se il tavolo da gioco è sempre lo stesso? Anzi è peggiorato.

 

L’ultima presa di coscienza che sta avvenendo nei napolitani ha portato a far cavalcare l’onda neomeridionalista da certi individui del parlamentarismo italiano, che con diverse compagini stanno attuando l’ennesima truffa partitica a nostro danno. Riscopertisi neomeridionalisti, si uniscono per proporre quello specchietto per allodole che è il partito del mezzogiorno formato da iosud, noisud e forzasud, cerchio che potrebbe chiudersi con l’arrivo anche di Lombardo, riuscendo a formare un partito antilega. Questo servirà solo a controbilanciare il peso leghista che in questo periodo è ben sistemato nella maggioranza tenendo come ostaggio Berlusconi e la sua cricca. Ciò a cui puntano questi politicastri è arrivare a mettere fuori gioco Bossi; lungi da loro voler tentare di risolvere i problemi del sud, anzi, come una tenaglia i buzzurri verdastri da una parte e loro dall’altra, schiacceranno nel mezzo la Napolitania. Questa è la via del meridionalismo. 

 

 

 

Vi è, quindi, una sola via ed è quella dell’Indipendenza. A molti questa parola spaventa, ma a molti di più è un forte desiderio. I vantaggi dell’Indipendenza della Napolitania sono molteplici. Innanzitutto fermeremo il nostro degrado dovuto al sistema clientelare della politica italiana che da sempre è andata a patti con la malavita, non solo perché non capace di controllare il territorio, ma anche per assicurarsi voti per l’elezione dei suoi candidati collusi. Poi potremmo fare una nostra politica economica che, non essendo più soggetta allo sfruttamento padano, creerebbe nuove opportunità di lavoro e fermerebbe l’emigrazione dei nostri figli migliori. Non avremo più imposizioni di centrali a gas che non servono, inceneritori camuffati da termovalorizzatori, rifiuti speciali del nord nascosti in aree abitate, situazioni per lo più coperte da una stampa manipolata dalle cosche finanziarie del nord. Non avremo più uno stato di polizia che vede ogni cittadino con sospetto. Né una giustizia impantanata e torbida.

 

 

 

Tutto questo non ce lo darà mai questo “meridionalismo” piagnucoloso, puerile come quello dei nostalgici borbonici e di altri, privi di senso della realtà e infognati in un passato che mai più ritornerà. La nostra vita futura dovrà invece essere una lotta, seria, determinata, fatta con ogni mezzo per riprenderci questa indipendenza e per riacquistare la nostra libertà, cioè i beni più preziosi di un Popolo degno di questo nome.

 

 di Antonio Iannaccone 

Inserito da Giovanni Cervero

 

 

 

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