MAFIA, MINISTRO ROMANO VERSO L´IMPUTAZIONE

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ROMA – Il gip Giuliano Castiglia non ha accolto la richiesta di archiviazione, presentata dalla procura, dell’indagine per concorso in associazione mafiosa a carico del ministro delle Politiche agricole Saverio Romano, e ha avanzato richiesta di imputazione coatta. A questo punto i pm entro dieci giorni dovranno formulare la richiesta di rinvio a giudizio. Il Pm aveva motivato la decisione di chiedere l’archiviazione ritenendo che non ci fossero riscontri sufficienti alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, che aveva definito Romano persona «a disposizione» di Cosa nostra e, in particolare, dei capimafia di Villabate, Nicola e Antonino Mandala«. Per la Procura, che comunque aveva sollevato dubbi sulla posizione del deputato, non ci sarebbero gli »elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio«. Il Gip aveva richiesto nelle scorse settimane al pm Nino Di Matteo di produrre gli atti di un procedimento, scaturito dall’operazione Ghiaccio. Romano era già stato indagato nel 1999, ma l’inchiesta si era chiusa con un’archiviazione. La seconda indagine era stata avviata nel 2005 proprio dopo le dichiarazioni di Campanella. Romano è coinvolto in un’altra inchiesta, per corruzione aggravata, nata dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo.

ELEMENTI A SOSTEGNO DELL’ACCUSA Sarà il processo a dover stabilire se il ministro Saverio Romano, oltre a essere contiguo alla mafia, abbia concretamente aiutato Cosa Nostra: condizione indispensabile per configurare il reato di concorso in associazione mafiosa. Lo ha deciso il gip di Palermo Giuliano Castiglia, rigettando la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sul politico fatta dai pm di Palermo, certi di poter provare la sua «vicinanza e disponibilità» verso la mafia, ma di avere pochi elementi per dimostrare che il ministro abbia dato un apporto concreto, rilevante e specifico all’organizzazione: elementi che la giurisprudenza esige per provare il reato di concorso. Il punto di partenza dunque è lo stesso della Procura: il ministro Romano sarebbe stato contiguo e disponibile verso Cosa nostra. Ma il gip supera le valutazioni dei pm e insinua il dubbio che ci fu di più: cioè che l’esponente del governo abbia dato un concreto, rilevante e specifico contributo ai clan. Per il magistrato, che ha motivato con oltre 100 pagine la sua ordinanza, gli elementi a sostenere l’accusa in giudizio ci sono. Nel motivare l’imputazione coatta il gip ha rivalutato tra l’altro tutto il materiale depositato dalla Procura, in particolare l’enorme mole di intercettazioni ambientali effettuate nell’ambito dell’indagine sul capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro che portò poi all’incriminazione e alla condanna dell’ex assessore dell’Udc Mimmo Miceli e alle accuse all’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro. 

Ma quali sono i fatti che hanno convinto il giudice? Il primo risale al 1991, quando Romano partecipò a un incontro con Cuffaro e Angelo Siino finalizzato al sostegno elettorale dell’ex governatore siciliano. Per la Procura – giudizio condiviso dal gip – il ministro era a conoscenza della «caratura» criminale di Siino, definito all’epoca come il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra. Poi c’è il pranzo, citato sempre dai pm, organizzato a marzo del 2001 a Roma con Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, vicino alla cosca del Mandalà. In quell’occasione, racconta Campanella, poi diventato collaboratore di giustizia, Romano avrebbe sottolineato che loro due facevano parte della stessa «famiglia», intendendo, secondo il pentito, la «famiglia» mafiosa. E ancora, Romano avrebbe ricevuto sempre da Campanella la richiesta di sostenere la candidatura di Giuseppe Acanto, uomo vicino al clan di Villabate, nella lista del Biancofiore alle regionali del 2001. Secondo il pm, valutazione condivisa dal giudice, il ministro era perfettamente a conoscenza che l’allora presidente del Consiglio comunale era «uomo d’onore», quindi che la sponsorizzazione di Acanto (peraltro mai eletto) veniva da Cosa nostra. Infine grande spazio, nella motivazione, hanno le vicende dell’indagine su Guttadauro: Romano sarebbe stato infatti a conoscenza degli stretti rapporti tra il boss di Brancaccio e l’ex assessore comunale Miceli, poi condannato per mafia, e tra questi e Cuffaro e non si sarebbe opposto alla candidatura del politico alle regionali. Anzi, ne avrebbe poi esaltato il ruolo all’interno del Gruppo dell’Udc. La disponibilità di Romano verso la mafia sarebbe durata 20 anni. Insomma, per il gip, ci sono gli elementi per fare il processo e per vedere in quella sede se, oltre alla contiguità, ci sia stato il contribuito specifico, concreto e rilevante alla mafia che la giurisprudenza pretende per configurare il concorso esterno.

ROMANO: “ADDOLORATO E SCONCERTATO” «Sono addolorato e sconcertato». Lo afferma Saverio Romano, coordinatore nazionale Pid e ministro dell’Agricoltura, riferendosi al fatto che il gip di Palermo Giuliano Castiglia ha respinto la richiesta di archiviazione nei suoi confronti. «Il gip Giuliano Castiglia non ha ritenuto di accogliere la richiesta di archiviazione formulata dal pm Antonino Di Matteo nel procedimento che mi ha visto indagato quasi ininterrottamente per otto anni anche se l’indagine era tecnicamente spirata nel novembre del 2007 – sottolinea Romano – Questi semplici ma inconfutabili dati dimostrano il corto circuito tra le istituzioni e dentro le istituzioni». «Il fallimento del sistema giudiziario – prosegue – vive nella interminabile condizione che si riserva al cittadino Saverio Romano in un periodo di tempo che nella sua enorme dimensione rappresenta già una sanzione insopportabile anche se l’epilogo sarà quello da me auspicato»

fonte:leggo