La tradizione della banda della Guardia di Finanza

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Grande successo nella villa comunale di Angri per la formazione diretta da Leonardo Laserra Ingrosso, che ha spaziato dalla Norma di Vincenzo Bellini ad un interessante  medley di Duke Ellington

 

 

 

 Di Olga Chieffi

 

I festeggiamenti di San Giovanni Battista, patrono di Angri, si sono conclusi, lunedì sera, nella vilaa comunale della storica cittadina, con il concerto della banda della Guardia di Finanza. Giardini gremiti, con un parterre di autorità comprendente il vescovo della diocesi di Nocera e dell’Agro Monsignor Giuseppe Giudice, il Comandante provinciale delle Fiamme Gialle Generale di Brigata Salvatore De Benedetto, ancora il Generale Raffele Romano e naturalmente a fare gli onori di casa il sindaco di Angri Pasquale Mauri e il presidente dell’Associazione San Giovanni Battista Alfonso Lambiase. E’ innegabile per ogni salernitano, il ricordo di questa formazione che ha firmato la colonna sonora di tante feste di San Matteo, anche per i numerosi strumentisti provenienti dalla scuola di musica dell’Orfanotrofio che vi suonavano. Al rientro in Duomo della processione, dopo l’affidamento della popolazione all’Evangelista, la corsa era verso piazza Amendola, ove si sarebbe svolto il concerto. Il concerto bandistico è stato ormai cassato, e a torto, dai festeggiamenti del nostro Santo patrono da oltre un decennio e memori di quell’appuntamento, tutto salernitano, non abbiamo voluto mancare a galà di Angri. La banda è giunta in villa marciando, ovvero nella sua più popolare e vera funzione, nella elegante divisa storica, sulle note della marcia d’ordinanza, prima di inaugurare un programma che non poteva prescindere nella sua prima parte dai festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia Nell’ Italia dell’Ottocento la musica ha svolto un ruolo importante nel divulgare i valori dell’Italia Unita e ha rappresentato la vera anima popolare del Risorgimento, un movimento nato tra gli intellettuali ma sostenuto con passione dal popolo, che si è ritrovato unito al di là di ogni regionalismo, di ogni schieramento, proprio in musica composta da grandissimi, eseguita da una banda, dagli organetti  per strada, in casa, o nei teatri: la musica aveva svegliato il popolo e la musica era stata svegliata dal popolo. Ecco allora la sinfonia della Norma, di Vincenzo Bellini, opera racchiudente quel “Guerra!Guerra! le galliche selve quante han querce producon guerrier…” il grido che i Galli insieme a Norma urlano contro i Romani oppressori, opera che nel 1859 fu cancellata a Milano, poiché il popolo si unì a quell’urlo, per poi passare all’ascolto del giovane Verdi che portò la sua musica al servizio degli ideali risorgimentali, sia per i temi trattati nelle sue opere, che per i cori e le celebri arie patriottiche, un Verdi che, però, non si servì mai della tematica contingente per raggiungere il successo a scapito dei suoi incrollabili principi, estetici e creativi, con la sinfonia del Nabucco, racchiudente il tema del “Va’ pensiero”, con l’irruenza della frase melodica, la purezza della melodia stessa, la sua estrema cantabilità, la perfetta aderenza con le parole e soprattutto lo stile omofono, ove le voci cantano all’unisono. Tensione, urgenza espressiva, che il direttore di quest’orchestra di fiati, il pugliese di Avetrana, Leonardo Laserra Ingrosso, non è riuscito ad evidenziare né in Norma, tanto meno nella pagina del Nabucco, ove aleggia il tema concitato della maledizione, di cui il nostro Daniel Oren ci ha, purtroppo da sempre abituato ad una esecuzione sopra le righe. La serata si è letteralmente illuminata con il finale del secondo atto della Aida, la celebrata scena trionfale, che pur non cancellando le rughe segnate dal tempo sull’ineguale spartito verdiano, è stato il rilievo d’alcuni momenti buoni dello strumentale. Terminato l’omaggio al nostro ottocento musicale, la formazione ha proposto una pagina originale dedicata alla banda, firmata nel 1997 da Roberto Di Marino, “Band ouverture”, in cui vengono poste in luce un po’ tutte le sezioni, a principiare dagli ottoni, che sfidano i legni, mentre la chiusura è affidata alla ritmica. Passaggio in Argentina con un arrangiamento un po’ leggero, per i nostri gusti, di quel pensiero ossessivo e incalzante che è Libertango di Astor Piazzolla, pagina che ha salutato dei soli, non molto convincenti, dell’ottavino e del sax tenore, mentre una lieta sorpresa è risultato il flicorno soprano. Applausi a scena aperta per l’esecuzione del leit-motive di Mission Impossible di Lalo Schifrin, sempre accattivante nel suo gioco ritmico, prima di chiudere con un portrait di Duke Ellington. Ben congegnato il medley, che ha consegnato alla platea gocce di quell’indispensable Duke, schizzante un vasto universo di dissonanze e di abbandoni, dominati da quella inarrivabile componente di sensualità espressiva, che forse è stata un po’ sminuita proprio da parte delle ance e della sezione dei sassofoni, il cui confronto con le pari sezioni ellingtoniane è, naturalmente, assolutamente improponibile. La sigla dell’orchestra, Take the “A” train, l’impressionismo di Mood Indigo, l’intimismo di Solitude, l’esotismo di Caravan, l’accenno a “Don’t get around much anymore” e per chiudere “It don’t mean a thing if ain’t got that Swing”, datato 2 febbraio 1932, una ricetta per esorcizzare i tempi duri della grande depressione del 1929, e una augurio per noi, che dette inizio alla swing-era. Applauso caloroso del pubblico e bis con l’aria di  Calaf dalla Turandot “Nessun dorma!” , prima dello scambio di omaggi tra le autorità presenti. Ancora una melodia catalizzatrice d’entusiasmo quale è Funiculì Funicolà e l’accorata esecuzione del “Canto degli Italiani”, che ha dato l’avvio ai fuochi d’artificio.

 

By olga.chieffi@virgilio.it

 

 

 

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