Salerno. 36enne morì in carcere lo scorso Natale, aveva chiesto aiuto per due giorni. Rinviati a giudizio due medici

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Salerno. Non era il freddo a provocare ad Alessandro Landi il persistente dolore al petto e una costrizione mandibolare per cui chiese per due giorni di seguito l’aiuto dei medici. Il 36enne di Matierno, che il 25 dicembre dello scorso anno fu trovato morto in un bagno del carcere di Fuorni, aveva in atto un malore cardiaco, una dissezione aortica che nel giro di poche ore gli avrebbe tolto la vita. Ora per la sua morte due medici della casa circondariale di Fuorni dovranno affrontare un processo, accusati di omicidio colposo per avere sottovalutato i sintomi della patologia e non aver disposto sul paziente quegli ulteriori accertamenti che forse avrebbero potuto salvarlo. Ieri il giudice dell’udienza preliminare Piero Indinnimeo ha deciso il rinvio a giudizio, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Elena Cosentino e dei familiari di Landi, costituitisi parte civile tramite l’avvocato Agostino Allegro. Era il 23 dicembre quando il 36enne chiese di essere accompagnato in infermeria lamentando un forte dolore al petto. Il medico di guardia lo visitò ma non ritenne che fossero necessari né gli esami per la ricerca di enzimi cardiaci né un elettrocardiogramma a dodici derivazioni, che per la Procura avrebbero consentito una diagnosi corretta della patologia. Secondo gli inquirenti il medico non avrebbe tenuto conto di quanto veniva riferito in termini di insorgenza e durata della patologia e soprattutto omise, «a fronte di un dolore toracico atipico», di prescrivere un ricovero in ospedale che avrebbe potuto garantire al paziente un monitoraggio costante e un immediato trasferimento in terapia intensiva in caso di emergenza. Il giorno dopo il copione si ripete con un altro medico, che visitò anche lui il detenuto ma non ritenne necessario né il ricovero né ulteriori accertamenti diagnostici. Così Alessandro Landi tornò ancora una volta in cella, ma poche ore dopo, alle 23.30 del 25 dicembre, il suo cuore smise di battere. In carcere c’era finito tre mesi prima, lasciando a casa la moglie e un bambino di 11 anni. Era stato arrestato nell’ambito del blitz Italo che aveva sgominato un vasto giro di spaccio, gli inquirenti gli avevano contestato il reato di sfruttamento della prostituzione perché una delle assuntrici di eroina era finita sulla strada per pagarsi le dosi e pare fossero gli stessi spacciatori a procurarle alcuni clienti. Il Tribunale del Riesame confermò l’ordinanza cautelare e lui restò in cella, ma nessuno avrebbe mai immaginato che a Fuorni potesse trovare la morte. Ora spetta ai difensori Tullio Toriello e Aniello Maiese provare a convincere i giudici che in quella tragedia non vi furono responsabilità dei medici. (Clemy De Maio – La Città)