Napoli. Omicidio di Genny Cesarano: ergastolo per i quattro killer e sedici anni al boss pentito

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Nessuna attenuante, nessuno sconto di pena. In aula avevano accennato un pianto, chiesto perdono, scritto una lettera per dimostrare di essersi resi conto della gravità di quello che avevano commesso. Il giudice li ha condannati al massimo della pena, ergastolo, con una sentenza che non contempla incertezze nella ricostruzione di fatti e responsabilità. È la condanna più severa, quella decisa ieri per gli assassini di Gennaro Cesarano, per tanti «Genny», lo studente di 17 anni ucciso per errore nella piazza del rione Sanità, vittima innocente di un commando che aveva deciso dimostrare i muscoli scendendo in strada a sparare all’impazzata, di fare una «stesa» tanto per usare il termine diventato tristemente comune per descrivere l’azione di violenza della camorra di ultima generazione. Ergastolo, dunque, per i quattro componenti del commando e 16 anni di carcere per il mandante, il boss pentito Carlo Lo Russo, un tempo a capo del clan dei Capitoni di Miano. Due anni e tre mesi dopo l’agguato, il processo si chiude così. Nell’aula 413, all’ultimo piano del Palazzo di Giustizia, piomba il silenzio quando il giudice Alberto Vecchione comincia a leggere il dispositivo della sentenza che condanna al carcere a vita Antonio Buono (l’unico a non aver confessato), Luigi Cutarelli, Ciro Perfetto e Mariano Torre (che solo pochi giorni fa ha deciso di intraprendere la collaborazione con la giustizia). Tutti gli imputati sono appena ventenni. È chiaro che la loro confessione in aula non ha sortito alcun impatto sulla pena. Accolta la tesi del pm Enrica Parascandolo, del pool antimafia guidato dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice, che ha coordinato l’inchiesta assieme al pm Henry John Woodcock e che, durante la requisitoria, aveva sottolineato l’irrilevanza di confessioni arrivate a processo quasi chiuso, di fronte all’evidenza delle prove e senza alcun contributo alla ricostruzione della verità. Il pm aveva anche puntato l’indice contro l’omertà del rione e il silenzio degli amici di Genny, di chi sicuramente aveva visto o saputo ma ha preferito tacere. Quando Antonio Cesarano, il papà di Genny, esce dall’aula a udienza conclusa trattiene a stento la commozione e trova l’abbraccio di un gruppo di studenti della Facoltà di Giurisprudenza che con l’associazione «Un popolo in cammino», un delegato dell’assessore ai giovani Alessandra Clemente e il presidente della III Municipalità Ivo Poggiani hanno voluto testimoniare solidarietà e vicinanza. La sentenza che chiude questo processo appare non soltanto come un atto che rende giustizia alla memoria dello studente 17enne, ma anche come una condanna alla paura che diventa omertà. Nella piazza dove avvenne il tragico raid c’è una statua che ricorda Genny e da qualche giorno, dopo una lunga attesa, ci sono le prime telecamere di sicurezza. Per i familiari di Genny, a favore dei quali il giudice ha stabilito una provvisionale di 300.000 euro a titolo di risarcimento del danno, la sentenza chiude una parentesi ma non allenta il dolore e non riempie il vuoto. Più che come punto di arrivo, c’è un’esortazione a considerarla un punto da cui ripartire, con una nuova presa di coscienza. «Credo che Genny Cesarano sia vittima, prima che della camorra, dell’indifferenza di tutti coloro che continuano a dire che la camorra è qualcosa di lontano da ognuno di noi – commenta l’avvocato Marco Campora, che assiste i familiari di Genny costituitisi parte civile nel processo – Non è cosi. Il fenomeno delle «stese» ha dimostrato che in questa città si spara a Scampia e alla Sanità ma anche nel centro di Napoli, nel famoso quartiere bene di Chiaia. La trasformazione della criminalità – aggiunge l’avvocato – dimostra che si può sparare ovunque e qualsiasi ragazzino potrebbe subire una vicenda così tragica come quella del povero Genny. Bisognerebbe intervenire e sollecitare la borghesia napoletana a fare una riflessione maggiore e preoccuparsi della tematica camorra abbandonando l’atteggiamento di chi pensa che il degrado sia sempre solo colpa di altri». Quando all’alba del 6 settembre 2015 Genny rimase a terra in una pozza di sangue, si pensò che quella fosse una storia che appartenesse tutta alla criminalità. I familiari del diciassettenne dovettero affrontare non soltanto il dolore per la perdita di un figlio ma anche il peso dei sospetti. Per fortuna l’indagine arrivò in tempi rapidi a una svolta. I pm dell’antimafia e gli agenti della squadra mobile imboccarono presto la pista giusta per ricostruire i fatti e fu chiaro che Genny altro non era che una vittima estranea a una camorra violenta e spregiudicata. Con il pentimento di Carlo Lo Russo, poi, si scoprirono retroscena che hanno reso ancora più da brividi la ricostruzione dell’agguato. In quel periodo c’era uno scontro in atto tra gruppi criminali per il controllo del malaffare nel rione Sanità. Pietro Esposito, che sarebbe stato ucciso nel novembre di quel 2015, aveva osato sfidare i Capitoni e suoi fedelissimi si erano spinti fino a via Janfolla per sparare contro la casa di un luogotenente dei Lo Russo. Fu un affronto che il boss non volle tollerare e ordinò ai suoi killer la morte di Esposito. Il commando era composto da giovanissimi. Carlo Lo Russo li aveva assoldati per ricompattare il clan all’indomani della sua scarcerazione, avvenuta dopo molti anni di detenzione. Su di loro esercitava una grande influenza. Agli occhi di quei giovani poco più che maggiorenni Lo Russo era come un re e disobbedirgli era impensabile. Per il capoclan avrebbero fatto di tutto. Dalle intercettazioni in casa Lo Russo si ascolta che sarebbero stati disposti anche a farsi esplodere, «come i kamikaze», «con una bomba in bocca». E fu per non sfigurare agli occhi del capo che quando non riuscirono a rintracciare in strada quell’Esposito che Lo Russo voleva morto, i killer pensarono di realizzare comunque un’azione in risposta agli spari in via Janfolla e si attrezzano per una «stesa» nel cuore della Sanità. Raggiunsero la piazzetta in moto, percorrendo un po’ di vicoli contromano e appena notarono un gruppetto di ragazzi fermi nei pressi del sagrato aprirono il fuoco. Premettero il grilletto ventiquattro volte. Con gli occhi stretti e i colpi che partivano a raffica. E fuggirono via senza voltarsi, raggiungendo in fretta la casa del capoclan sicuri di aver segnato un punto a loro favore nello scontro con il gruppo rivale. Addirittura festeggiarono, alzarono i pugni in aria come erano soliti fare in segno di vittoria e mimarono, al cospetto del capoclan, i movimenti da pistoleri, scoprendo solo dopo di aver colpito e ucciso un innocente, uno studente di 17 anni che con la camorra e le sue perverse logiche non c’entrava proprio nulla, e in piazzetta si era fermato solo per tirare l’alba in compagnia di amici fra una chiacchiera e l’altra. Sotto processo ci sono finiti in quattro, oltre a Carlo Lo Russo accusato di essere mandante. Ma i quattro killer imputati, e da ieri condannati all’ergastolo, non sono gli unici componenti di quel commando di morte. C’erano altri uomini del clan dei «capitoni» in sella alle moto in quella notte di settembre. Gli inquirenti hanno già dei sospetti e con la collaborazione di Mariano Torre si spera di chiudere presto il cerchio. (Viviana Lanza – Il Mattino)