NON CASTE,TAMEN CAUTE-E´ UN ARTICOLO INVIATOCI IN ESLUSIVA DAL MAGISTRATO SERGIO ZAZZERA

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NON CASTE, TAMEN CAUTE- Secondo la Cassazione, non diffama chi non rende identificabile la pretesa vittima- di Sergio Zazzera.

 

 

 

Il dott. Sergio Zazzera, magistrato, giornalista, scrittore, autore di varie opere, ricercatore e collaboratore de “Il Brigante” ci invia il seguente articolo in esclusiva, che riunisce nello stesso, ricerca, simpatia, ironia e legge. Ringraziamo il dott. Zazzera e lo pubblichiamo, così come ricevuto,  per i nostri lettori.

 

 

 

Alberto Del Grosso

 

 

 

 

 

SI NON CASTE, TAMEN CAUTE

 

 Secondo la Cassazione, non diffama chi non rende identificabile la pretesa vittima

 

 Scrive Adamo da Brema nelle sue Gesta Hammaburgensis ecclesiae pontificum: «Quando il nostro pio arcivescovo Adalberto esortava i suoi chierici alla continenza, lo abbiamo spesso udito dire: “Io vi ammonisco, vi chiedo e vi ordino di sciogliervi dai pestiferi legami con le donne, o, se non riuscite a costringervi a ciò, cosa che è dei perfetti, abbiate perlomeno il pudore di rispettare il vincolo del matrimonio”», e conclude: «Si non caste, tamen caute», ovvero: “se non castamente, almeno con prudenza”.

 

Ebbene, sembra proprio che a quest’ultimo criterio si sia ispirata la quinta sezione penale della Cassazione, nel riformare la sentenza del giudice di pace di Brunico del 15 aprile 2010, che aveva condannato per il reato di diffamazione aggravata un muratore della Val Badia, il quale aveva raccontato, nel corso di una cena, di avere eseguito lavori di ristrutturazione in un cantiere e di «avere unito l’utile al dilettevole intrattenendo… rapporti sessuali a tre» con due sorelle che ivi aveva conosciuto. Secondo la notizia diffusa dall’Adnkronos, la querela sarebbe stata sporta da un parente delle due donne, presente alla serata, e la Suprema Corte avrebbe annullato la sentenza del giudice di pace, sul rilievo che l’offesa non era stata udita dalle dirette interessate e che, in ogni caso, dalle affermazioni dell’imputato non era possibile individuare le medesime, poiché egli non aveva menzionato anche il loro cognome, né aveva precisato l’ubicazione del cantiere.

 

La vicenda sembra, dunque, partorita dalla fantasia di Piero Chiara e la singolarità della decisione risiede, a mio avviso, nel fatto che la Cassazione non si sia posta il problema della legittimazione a proporre la querela, che spetta soltanto alle persone direttamente offese dai reati e non pure ai loro parenti. Tuttavia, senza voler mettere pulci nell’orecchio a nessuno, vorrei osservare che, se le due gentili signore avessero voluto divertirsi (meglio: continuare a divertirsi…), avrebbero potuto sporgere, a loro volta, querela contro il parente che, investendo della vicenda il giudice di pace, le aveva (egli sì) “spubblicate”, facendo i loro nomi e cognomi, poi necessariamente proclamati in pubblico dibattimento.

 

 Sergio Zazzera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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