Solfatara di Pozzuoli. I buchi neri della sicurezza, non c’è sistema di allarme né sorveglianza nel percorso

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Pozzuoli. Da set di un surreale Totò a inferno sul serio. Come un’area storica, una meraviglia dell’ambiente visitabile dai turisti in pochi minuti è diventato un luogo di orrore e di paura. La Solfatara è un vulcano, uno dei 40 crateri dei Campi Flegrei – più pericolosi del Vesuvio, come affermano da anni gli esperti – e anche l’unico ancora attivo. Già questo lo rende meno innocuo. Ma è pur vero che in tanti anni non ha mai allarmato nessuno, forse perché non si è mai trasformato in un teatro di sciagure. Eppure qualche preoccupazione dovrebbe destarla. È infatti la zona campione per misurare il bradisismo, costantemente monitorata dall’Ingv per la sismicità e per la composizione delle fumarole e dei flussi di gas. Ed è una vera e propria riserva di anidride carbonica, CO2 e di vapore acqueo, H2O, due gas serra «che però – spiega il vulcanologo dell’Osservatorio vesuviano Giuseppe Mastrolorenzo, venuto a fare un sopralluogo dopo aver saputo la tragica notizia – non hanno mai comportato pericolo per i visitatori né per gli abitanti dell’area, perché si disperdono all’aperto e c’è sufficiente dispersione per renderle innocue». Non così per l’anidride carbonica che si trova sotto la superficie del terreno: «Ce n’è un’alta concentrazione, a volte con sacche sature, presumo come quella dove è caduta la famiglia. Una concentrazione del dieci per cento fa perdere i sensi. Poi si muore, questione di minuti». Il vulcanologo definisce la Solfatara «un’area da allerta gialla, che crea un altissimo rischio vulcanico. Infatti da anni conduco una battaglia – aggiunge – per il completamento dei piani di evacuazione». L’autopsia stabilirà di che cosa sono morti padre, madre e figlio precipitati nel cratere. Anche secondo il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia, il responsabile è quel micidiale gas. I tre turisti avrebbero respirato, una volta caduti in quei tre metri di crepaccio, una concentrazione di anidride carbonica e idrogeno solforato caratteristico delle cosiddette “mofete”, lo stadio finale di una fumarola ossia un’attività vulcanica secondaria. Ci sarebbero stati anche dei fluidi, come nelle due “bocche, la “grande” e la “piccola” della Fangaia, nella buca franata apertasi sotto i loro piedi. Fluidi che però, a differenza di quelli della Fangaia (che superano i 60 gradi di temperatura), toccavano al massimo i 30 gradi. L’accesso, lo conferma il personale della Solfatara, era vietato al pubblico nell’area della cosiddetta “Fangaia” e il divieto, oltre che da cartelli, era segnalato da una staccionata unita da reti. «Forse non abbastanza segnalato – dice il gestore del bar di fronte – Ma in 40 anni che sono qui, e prima di me c’era mio padre, non è mai accaduto niente». Può bastare una recinzione come quella a fermare un bambino, magari più vivace di altri? Una nota del sito dice che “non consente recinti pesanti”. «Qui arrivano 250.000 visitatori all’anno – dice Arcangelo Pisano, guida turistica di Pozzuoli – tra cui molte scolaresche. E ci sono eventi anche di sera e un camping. L’importante è ricordarsi sempre di stare facendo visita a un vulcano». Infatti un sito a rischio, sia pure quiescente, dovrebbe forse prevedere un protocollo di sicurezza. Il vulcanologo cita Yellowstone: lì morti e feriti per i vapori dei getti bollenti negli anni non si contano. C’è un codice di sicurezza federale e del sito forestale e se si è in pericolo si chiama il 911. E alla Solfatara, se si corre un pericolo, chi si chiama? Chi arriva a dare aiuto? Sul posto non ci sono vigili del fuoco, che arrivano su chiamata, come è accaduto ieri dopo la tragedia, e come di solito è nei teatri per il rischio incendi. Martin, un musicista svizzero che con la sua troupe doveva girare un videoclip racconta: «Attendevamo il permesso sui cancelli. Il nostro operatore era all’interno per il sopralluogo ed è accorso ad aiutare la famiglia, li ha presi per le mani e qualcun altro ha cercato di tirare lui, ma non c’è stato niente da fare. È una cosa allucinante». L’operatore è stato ascoltato dalla polizia, alla quale ha detto di essere intervenuto perché aveva sentito le urla. Esiste una squadra per le emergenze? Sul percorso della Solfatara si può scegliere tra due opzioni: la visita con la guida, a pagamento, e quella da soli. I tre si erano mossi senza accompagnatore. Ma esiste una cabina di regia da dove, via telesorveglianza, possa eventualmente scattare un allarme? Un banale osservatore tipo lifeguard da spiaggia, con un fischietto, se qualcuno viola i divieti? Mastrolorenzo afferma che «sì, le precipitazioni intense di questi giorni di temporali ha messo a rischio di frana alcuni costoni. Per questo forse il monitoraggio andrebbe fatto metro per metro». La Solfatara è l’unica area vulcanica del mondo gestita da privati. La famiglia di Giorgio e Anna Angarano l’ha fatta crescere rispetto a qualche decennio fa, aggiungendo attrazioni turistiche, eventi e un impianto di illuminazione per le visite notturne. Un lavoro mandato a monte da un attimo che ha generato una tragedia. Gli amministratori preferiscono non commentare l’accaduto, la terribile giornata con il sito invaso da polizia e magistrati e il dolore di una famiglia, del piccolo sopravvissuto e dei parenti, che sono arrivati per cercare di confortarlo. «Siamo distrutti», fanno sapere. La Solfatara era un piccolo mondo, che sembrava gestibile anche su temi importanti come la sicurezza. Ma la natura si è ribellata e all’improvviso quel piccolo mondo è diventato nemico giurato dell’uomo. (Stella Cervasio – la Repubblica)