Livorno. Attacco del vescovo Giusti: “Chi risponderà della tragedia? La popolazione non avvertita, si sente sola”

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«Chi doveva avvertire la popolazione? Quello che è successo era prevedibile? E adesso chi ne risponderà? Io domenica mattina ero nei luoghi della tragedia, i livornesi si sono sentiti lasciati soli, scavavano e nessuno si era preoccupato di portargli nemmeno una bottiglia d’acqua»: il vescovo di Livorno Simone Giusti non sceglie la diplomazia. «So che governo e Regione — spiega il vescovo — avevano stanziato dei soldi per il dissesto idrogeologico. E invece sembra che si faccia la gara a bloccare tutto, ormai qui anche i gabbiani hanno potere di veto…». La presa di posizione di Giusti, un pisano alla guida della chiesa livornese da dieci anni, sembra tagliata su misura sull’operato di Filippo Nogarin. «Osservo i fatti e mi attengo a quelli — specifica lui — L’allerta data dalla Regione mi pare fosse chiara». La poca “empatia” del sindaco non è passata inosservata in città proprio nel giorno in cui è stato recuperato il corpo dell’ultimo disperso, un pensionato di 67 anni. Bastava fare una passeggiata in zona Collinaia o a Montenero, decine di persone al lavoro con le pale per liberare la zona dai detriti lasciati dalla piena del Rio Ardenza: «Qui non s’è visto nessuno, nemmeno un assessore comunale, nulla», era il ritornello diffuso. Riunioni coi dirigenti del Comune, con i tecnici dei Vigili del Fuoco, giorni interi alla sala operativa della Protezione civile: ha tenuto un profilo pubblico bassissimo Nogarin, perlomeno nei confronti dei livornesi colpiti da una tragedia unica nella storia moderna della città. Questione caratteriale, si assicura in Comune. Chissà. Un certo nervosismo di sicuro c’era, vedi la sua battuta infelice di lunedì di fronte alle domande dei cronisti: «Non sono mica arrivato con la piena…», modo di dire che sta per un “non sono mica scemo”. Comunque sia, il ruolo di cerniera con la Livorno al lavoro per rimettersi in piedi lo ha delegato alla sua vice, Stella Sorgente. Mentre a livello regionale il presidente Enrico Rossi si è fatto vedere due volte nei luoghi più colpiti dall’alluvione. E Rossi, in questo caso per ragioni istituzionali dirette, ha anche affrontato il problema dell’allagamento della centrale Eni, che si trova nell’area industriale di Stagno, alle porte della città. L’acqua sporca, striata di macchie di idrocarburi, circonda le strutture del sito industriale e mette in allarme la popolazione. La Regione ha incaricato la sua agenzia per l’ambiente, Arpat, di rilevare la presenza di inquinanti nell’aria (anche nella zona centrale della città) e di misurare la concentrazione degli idrocarburi nell’acqua. E soprattutto ha preso una decisione forte nei confronti di Eni, che avrebbe voluto aspirare il liquido subito per poi per poi eliminarlo. Prima di questa operazione, infatti, l’azienda dovrà presentare un piano di gestione del rischio «corredato da precisi tempi di attuazione». Significa che l’impianto, già chiuso da lunedì e con i lavoratori messi in ferie, non lavorerà ancora per diversi giorni. «Serve comunque intervenire in tempi rapidi con i pompaggi — ha detto Rossi — per evitare lo sversamento in mare degli idrocarburi che le acque hanno fatto emergere». Intanto ad evitare fuoriuscite dal perimetro del sito industriale sono state sistemate delle barriere. Per ora stanno reggendo ma è meglio sbrigarsi. (Michele Bocci e Matteo Pucciarelli – la Repubblica)