Il vicepresidente della società di salvamento accusa:«Nei lidi campani si pensa più agli ombrelloni che alla sicurezza»

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«Norme non rispettate, scarsa padronanza del nuoto, imprudenza». Sono i tre fattori che, secondo Fortunato Comparone, napoletano e vicepresidente della Società Nazionale di Salvamento, provocano gli annegamenti che, ogni anno, funestano l’estate in Campania. Quattro gli episodi da giugno: uno a metà luglio a Capaccio – morì una turista nel tentativo di portare a riva alcuni bambini in difficoltà – e tre venerdì. Tragedie evitabili, come gran parte di quelle – circa 400 – che si verificano ogni anno in acqua in Italia, considerando mari, laghi, piscine, canali e fiumi. Il 75% in meno rispetto ai primi anni Settanta del secolo scorso, ma comunque troppe, anche in considerazione della circostanza che, negli ultimi 20 anni, il calo si è arrestato. «Il primo problema – accusa Comparone – è che in Campania nelle spiagge in concessione spesso i bagnini sono obbligati a svolgere tutt’altro che il loro compito. Aprono e chiudono le sdraio e gli ombrelloni, portano caffè e panini, gonfiano canotti e materassini. Sono utilizzati come assistenti di spiaggia e sono distratti dal loro lavoro: scrutare costantemente il mare, pattugliare la battigia, controllare che i bagnanti non commettano imprudenze». Quanto alle attrezzature, prosegue, «torrette di avvistamento e rulli con la sagola sono rari. Le imbarcazioni di salvataggio, poi, spesso sono pattini in legno malconci, privi perfino degli scalmi per i remi. Mancano quasi ovunque i corridoi di lancio, che dovrebbero essere impiegati per consentire alla imbarcazione di salvamento di procedere speditamente. E le moto d’acqua? Una dotazione pressoché inesistente nella nostra regione». C’è, poi, il buco nero delle spiagge libere. «Sicurezza vorrebbe – sottolinea Comparone – che ci fosse un bagnino abilitato e qualificato ogni 80 metri di costa. Gran parte delle spiagge libere campane, però, non ha alcun presidio. I Comuni si limitano a segnalare ai bagnanti con i cartelli la mancanza del servizio di salvamento. La gente entra in mare lo stesso e, se si presenta un problema, non c’è chi, in possesso delle giuste tecniche, possa intervenire». Aggrava il quadro la circostanza che, nonostante la diffusione della pratica del nuoto in piscina, non pochi campani hanno un’acquaticità quantomeno precaria. «Saper nuotare – sottolinea il vicepresidente della società nazionale di salvamento – è diverso dal galleggiare. In caso di difficoltà fa la differenza. Se io ho un buon rapporto con l’acqua, nuoto con padronanza della tecnica e della respirazione, è più difficile che vada nel panico al primo imprevisto, anche banale, come un materassino che si rovescia a venti metri dalla riva o una buca sul fondale di sabbia che, improvvisamente, mi fa mancare il terreno sotto i piedi. Posso gestire meglio anche situazioni più impegnative, come una corrente di risacca che mi spinge al largo». Prosegue: «Non si immagina quante volte siamo costretti a rimandare a casa sedicenni che vorrebbero prendere il brevetto di bagnino ma che, in piscina, non riescono a percorrere 25 metri di vasca a stile libero». L’imprudenza è un altro fattore di pericolo. «Nasce – sottolinea Comparone – dalla sopravvalutazione dei propri mezzi o dalla scarsa conoscenza dei rischi. Tante persone entrano in acqua nonostante sia esposta la bandiera rossa. E’ vero che il bagnino può richiamare il bagnante e proibirgli di entrare in acqua, ma quando lo fa nascono spesso discussioni e liti». (Corriere del Mezzogiorno)