Modena. Giallo della morte del nuotatore Mattia Dall’Aglio, inchiesta sulla palestra. Potrebbero esserci più indagati

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La palestra dove è morto Mattia Dall’Aglio, il campione di nuoto ventiquattrenne, è una stanza grande poco più di un monolocale. È una sala con pesi e attrezzi utilizzata dagli atleti del gruppo sportivo dei vigili del fuoco che si preparano nella piscina accanto. Domenica scorsa era chiusa, Mattia era uno dei quattro atleti che poteva chiedere le chiavi al bar e allenarsi. Ha fatto così dopo pranzo, alle cinque e mezza è stato trovato a terra senza vita da un pompiere da poco in pensione. Cosa ha ucciso questo ragazzo che aveva gareggiato fino ad aprile, in forma e apparentemente sano? «Oppure qualcuno l’ha ucciso?», per colpa o negligenza, si stanno chiedendo i magistrati. Per questo il capo della procura Lucia Musti e la pm Katia Marino, a cui è stato affidato il fascicolo, ipotizzano il reato di omicidio colposo e hanno già indagato «una o più persone». Non indicano nomi né piste privilegiate, solo provvedimenti, sottolineano, a garanzia di chi viene coinvolto nelle indagini. L’inchiesta si sviluppa attorno a due filoni. «Capire cosa è avvenuto nel corpo del ragazzo e cosa è invece successo attorno a lui» spiega il procuratore. Saranno l’autopsia e le analisi a chiarire se per esempio Mattia aveva una patologia congenita oppure se aveva assunto farmaci particolari che possono avergli provocato la morte. Il secondo fronte ruota invece attorno a quella saletta dei pesi. «Non è una vera palestra che, come sappiamo, deve avere delle autorizzazioni. Piuttosto una stanza attrezzata alla buona, senza docce né aria condizionata», aggiunge il capo della Procura. Al centro sportivo, gestito da oltre vent’anni dall’Associazione amici del nuoto, nemmeno vogliono pensare che qualcosa sia andato storto per colpa della struttura. «C’è uno spogliatoio con le docce a norma. E l’aria condizionata anche, ma si preferisce far arieggiare — dice uno dei soci — E non è vero che non c’era nessuno, c’era tanta gente in piscina e anche nell’area per le arrampicate, che è proprio a fianco, stavamo facendo dei lavori di manutenzione». Mattia in ogni caso è crollato a terra e nessuno se n’è accorto. Solo l’ex vigile del fuoco Mauro Vincenzi, quando è passato davanti alla porta che era aperta, ha notato quel corpo disteso accanto agli attrezzi. All’inizio ha pensato che si stesse riposando, l’ha chiamato, non rispondeva, ha provato a sentirgli il battito cardiaco. Ha allertato gli ex colleghi nella caserma che è dall’altro lato del cortile e il 118, che ha un presidio all’interno. Troppo tardi. Mattia era figlio unico. Il padre Gianluca non riesce a darsi una spiegazione: «Era sano, da sempre era sotto controllo medico. Aveva l’anemia mediterranea, ma non è una malattia». A vent’anni aveva avuto la mononucleosi e di fatto perso tutta la stagione agonistica. Le ultime gare la scorsa primavera, poi a maggio si era operato al naso per un piccolo problema di cartilagine. I sogni di gloria nel nuoto si stavano affievolendo. Dopo i successi nella rana e nello stile libero, le vittorie ai campionati giovanili, la convocazione due anni fa alle Universiadi in Corea del Sud, adesso stava pensando soprattutto a costruirsi un futuro fuori dalla vasca. Studi completati in Economia e marketing, aveva iniziato a lavorare nell’azienda creata dal padre che realizza componenti per l’industria meccanica e aperto una società per esportare negli Stati Uniti le eccellenze del cibo della sua terra. «Sarebbe dovuto partire prima di Ferragosto. Un viaggio in America e in Canada di piacere e lavoro» si commuove Luciano Landi, il suo allenatore da sempre, che lo aveva conosciuto a 14 anni. «Lo chiamavo affettuosamente Aglio — ricorda — Amava la vita ed era amico di tutti. Stava bene, domenica era andato in palestra solo per tenersi in forma, non stava facendo allenamenti pesanti. Non posso credere che non ci sia più». (Corriere della Sera)