Caivano. Otto immigrati 17enni sequestrano direttore di casa famiglia per ottenere denaro e documenti. Tutti arrestati

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Senza famiglia. Arrivati sulle coste italiane da un mondo lontano a bordo di un barcone e catapultati nella provincia di Napoli senza alcuna garanzia di un futuro possibile. Eppure, pur senza un progetto di vita, vogliono andarsene dall’unico posto che offre loro un pasto sicuro, un letto e qualche spicciolo al giorno. Sono disposti a tutto per un viaggio senza meta, magari verso il Nord Europa. Provenienze diverse, si uniscono e diventano una banda per ottenere quello che vogliono. Sequestrano e minacciano il titolare della comunità che li ospita perché pretendono soldi e un documento valido che permetta loro di allontanarsi. Non sono dei criminali ma commettono un grave reato. Sequestro di persona a scopo di estorsione nei confronti della persona sbagliata. Perché non è il titolare della casa famiglia a poter consegnare soldi e permessi di soggiorno. Il loro sogno di libertà finisce poco dopo con l’arresto e il trasferimento al centro di prima accoglienza dei Colli Aminei. Otto ragazzi minorenni, arrivati in Italia dal Gambia e dalla Guinea. Tutti diciassettenni. Questi i protagonisti di quanto è avvenuto a Caivano, all’interno della comunità di accoglienza “Il tempio della felicità di Mary”. Il titolare della casa famiglia è stato la loro vittima, per fortuna senza subire conseguenze fisiche anche se, dopo gli arresti, è andato dal cardiologo per una visita. Gli otto ragazzi erano i soli ospiti della comunità di via Risorgimento, nella stessa palazzina dove abita il responsabile che ha vissuto la brutta esperienza, Ciro Cristiano, con la famiglia. E’ lunedì pomeriggio: i giovani immigrati non sono armati. Senza alcun preavviso spostano i mobili della sala comune della casa famiglia davanti alla porta, di fatto sequestrando il cinquantenne Cristiano. Lo costringono a sedersi su un divano e a non muoversi. «Stai fermo o ti facciamo male». Lui è terrorizzato. È solo contro otto ragazzi pieni di energie che hanno inscenato una rivolta. Ma non hanno armi, possono soltanto minacciarlo. Sono decisi, sanno quello che vogliono. Per cominciare del denaro, perché i due euro e cinquanta centesimi che passa loro lo Stato italiano ogni giorno non gli bastano. Pretendono più soldi che però Cristiano non ha. E poi vogliono i documenti, i permessi di soggiorno per allontanarsi. Dicono che non vogliono più aspettare. Ripetono: «Incendiamo tutto, distruggiamo la casa», ma non hanno accendini o fiammiferi. Non si rendono conto che, per parecchi di loro, i tempi sono lunghi per ottenere i permessi di soggiorno perché sono arrivati in Italia senza alcun documento di riconoscimento del paese di provenienza. Il titolare non può far altro che aspettare una occasione, anche se i suoi familiari al secondo piano dello stabile dai rumori capiscono che qualcosa non va e chiamano i carabinieri. Cristano coglie l’attimo, un momento di distrazione dei ragazzi che, dopo averlo sequestrato, non sanno cosa fare perché nella comunità non ci sono né soldi né gli agognati documenti. Cristiano riesce ad alzarsi, a raggiungere la porta d’ingresso e spostare il mobile. Scappa, si rifugia a casa convinto che intanto gli otto immigrati minorenni fuggiranno, si allontaneranno dalla casa famiglia. Invece no. Gli otto non vanno via, restano invece nella casa famiglia teatro del sequestro perché, alla fine, la loro idea di fuga non sanno come realizzarla. Nel frattempo arrivano i carabinieri della compagnia di Casoria al comando del capitano Francesco Filippo. I minorenni vengono tutti arrestati. Non reagiscono, la loro piccola rivolta è finita nel nulla, smorzata dall’improvvisazione. I carabinieri li trasferiscono così al centro di prima accoglienza con la pesante accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione. (la Repubblica)