La vita in carcere di Francesco Schettino, da tre mesi a Rebibbia: meditazione, tennis e libri

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Quasi tre mesi passati in una cella a ragionare sugli errori commessi. Era la sera del 12 maggio quando Francesco Schettino si è consegnato al carcere di Rebibbia per scontare i 16 anni di pena confermati dalla Cassazione. Novanta giorni di silenzio. «La mia condanna è dichiaratamente punitiva e non riabilitativa», ha considerato con gli amici. Una condanna che sembra avere accettato, ma senza rassegnazione. «Questa mia condizione era una tappa obbligata – cerca di esorcizzare le sue colpe con le persone care – ma non mi rassegno all’idea che un giorno verrà capita la verità». Intanto il capitano dalla divisa bianca e l’occhio ceruleo, pur stando dietro le sbarre, riesce ugualmente a scatenare reazioni e polemiche. L’ultima riguarda un kayak, il prototipo di una canoa definita molto innovativa, che si chiama Surfcruise e verrà presentata al Salone nautico di Genova a settembre. Fin qui tutto noto. Si sa anche che la società che la ha prodotta è composta al 50 per cento dalla giovane figlia Rossella e dall’altro 50 da Maura Paruzzo, un’imprenditrice torinese nel settore dei lamierati, che si dice appassionata di nautica. Di nautica e forse anche di capitan Schettino, visto che è la fondatrice di diversi gruppi su Facebook, a partire da “Costa Concordia perché dal mare di menzogne esca la verità”. La manager piemontese è una fan della prima ora, ha seguito il processo a Grosseto con attenzione, ha ribadito sui social che bisognava scavare ancora di più per capire come sono andate veramente le cose. E alla fine i due sono diventati parecchio amici. Tanto che Paruzzo ha deciso di finanziare il progetto. «Sebbene – affermi – l’ex comandante non abbia niente a che vedere con la canoa. E’ vero che l’ha provata lui stesso nelle acque di Meta – è la sua tesi – ma è un’idea tutta mia e della figlia». Nel frattempo la Surfcruise si fa conoscere, godendo di pubblicità gratuita. Ma Schettino come passa il suo tempo dietro le sbarre? Ecco, lui legge molto e approfondisce tematiche legate alla meditazione e al trascendentale, due vecchie passioni. «Senza la meditazione non avrei resistito chiuso qui dentro», ammette. Divide la detenzione con altri tre criminali comuni, nel reparto G8, detto “il penalino”, nella cella numero 81. Qui le porte restano aperte tutto il giorno fino alle 22,30. L’ex capitano ha avuto come primo compagno di stanza l’assassino della giovanissima Sara Di Pietrantonio, la guardia giurata Vincenzo Paduano. Ha incontrato più volte Manuel Winston, il filippino condannato per l’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre. «Mi capita spesso di parlarci», ha raccontato. E ha imparato anche chi sia Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia. Prima del carcere non ne conosceva l’esistenza e ora gli capita di condividere qualche momento con l’ex senatore durante l’ora d’aria. Così come si confronta con Bruno Bellinato, un truffatore finito in un carcere a Tunisi, per aver fondato una banca che non esisteva. Fa sport l’ex comandante: gioca a tennis, a ping pong e a calcio balilla. E comunica tanto: invia mail ad altri detenuti. Vorrebbe iscriversi a Giurisprudenza e non è detto che alla fine non lo faccia. «Nel mio reparto ci sono parecchi ergastolani – riflette – Da loro ho capito molto cose, mi rispettano tutti, fanno a gara per offrirmi il caffè, anche se sulla mia persona pesa ancora l’immagine del comandante guascone che abbandona la nave». La sua famiglia va a trovarlo ogni settimana e gli fa sapere che a Meta sono in tanti a volergli ancora bene. Il mare gli manca, quello sì. Gli spazi aperti ora sono un ricordo lontano. Per questo ha il supporto di psicologi ed educatori. E nell’ora d’aria, quando si siede su un prato sintetico dell’istituto di pena, porta con sé una bottiglietta d’acqua nella quale mette del sale. Se la versa in testa, si bagna i capelli e cerca così di ricordare il sapore del suo mare. (Il Messaggero)

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1 COMMENTO

  1. In molti paesi stranieri le condanne penali vengono inflitte in nome dello Stato. In Italia in nome del popolo italiano … come se ciascun cittadino italiano avesse partecipato alla stesura della sentenza ed alla decisione della condanna da infliggere. “In nome del popolo italiano” questo l’incipit di qualsiasi sentenza italiana… una consuetudine bizzarra che mentre mette al riparo l’organo che ha indagato e giudicato, afferma che il popolo, compresa la persona condannata, ha deciso … Il condannato, nelle vesti di cittadino italiano, ha condannato se stesso. Sappia, comandante, che gli immigrati ancora privi della cittadinanza italiana sono gli unici non responsabili della condanna inflitta a lei e delle condanne comminate ed inflitte a miriadi di innocenti e di colpevoli. Si iscriva a giurisprudenza, consegua la laurea in modo da riesiminare tutti gli atti processuali … ma invochi lo Spirito Santo perché sia il suo unico e vero Paraclito.

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