Vesuvio e Positano scattano le inchieste, si rischia fino a 15 anni di carcere

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Vesuvio e Positano scattano le inchieste, si rischia fino a 15 anni di carcere e al pagamento dei danni per decine di milioni di euro. Quelli causati dalla distruzione di incendi devastanti, dal rischio fatto correre, dai soccorsi impiegati. A indagare sui due versanti la Procura di Napoli per il Vesuvio e di Salerno per l’incendio a Positano in Costiera amalfitana, dove ieri la forestale con la polizia municipale ha effettuato sopralluoghi e sequestrato inneschi. La notizia buona è che gli incendi sono terminati. A Positano si stanno vagliando tutte le ipotesi, ma non si esclude nulla, al momento bocche cucite,  si stanno cercando riscontri anche alle testimonianze su incendi dolosi innestati dopo l’incendio partito dopo i fuochi d’artificio e subito domato, martedì poi si è scatenato l’inferno da tre fronti. Arrivare a fare ipotesi da bar non è il compito di un giornale, le facili accuse , guarda caso sempre dopo l’evento tutti sono prodighi di consigli, le lasciamo a chi superficialmente crede di essere anche un investigatore o un giudice. Anche le apparenze ingannano, da avvocato diciamo che prima di emanare una sentenza bisogna avere riscontri oggettivi, anche se per il futuro l’auspicio è che i nostri boschi non vengano messi mai più a repentaglio, vi sono modi fantastici per festeggiare le tradizioni con spettacoli mirabili che altrove attirano migliaia di spettatori come i “Son e Lumiere” a Moint Saint Michel. La possibilità di qualche profittatore della situazione è comunque realistica.  Rimane una ferita , quella di un incendio fra i più gravi della storia, probabilmente il più esteso, oltre 60 ettari, da Santa Maria del Castello di Vico Equense,  dove hanno rischiato di bruciare le case facendo infuriare il sindaco Andrea Buonocore, fino ad Agerola e a Conca dei Marini ed Amalfi , visibile in maniera impressionante dal satellite. Colpa della enorme siccità , ma anche di interventi blandi fatti solo con elicotteri e i volontari che hanno salvato le case a mani nude. Intanto bisogna dire che interventi coordinati, la presenza dei canadair, boschi e sentieri puliti sui Monti Lattari avrebbero sicuramente limitato il danno. Alcuni elicotteri si confondevano fra Agerola e Santa Maria del Castello, nella stessa Santa Maria del Castello tutte le istituzioni, anche quelle locali, hanno sottovalutato il pericolo e inascoltato i residenti, come riferivano loro stessi sui social network , come facebook, terrorizzati con foto di fiamme che circondavano le case dalla Sorgente del Melo e La Ginestra .  Lunedì il nuovo presidente del Parco dei Monti Lattari Cristiano Dello Ioio ha convocato un incontro alla sede al Quisisana di Castellammare di Stabia, albergatore di Salerno , vicinissimo a Vincenzo De Luca presidente della Regione Campania, si spera che Dello Ioio cominci a pensare alla pulizia dei sentieri e dei boschi cosa che non si fa da anni. Sicuramente criminale l’incendio del Vesuvio.  L’ipotesi di reato più grave è quella del dolo per cui si può arrivare fino a 15 anni di carcere per  i criminali piromani che hanno devastato il Vesuvio e il Monte Somma con i roghi appiccati dolosamente nei giorni scorsi. Le accuse mosse nei loro confronti – al momento si procede ancora contro ignoti – da ieri sono cambiate: non si procede più per incendio doloso ma per devastazione ambientale aggravata e per distruzione di un habitat protetto.
Giunti al quinto giorno di indagini, e in attesa di un coordinamento tra inquirenti che stenta ancora ad arrivare, è questa la novità che si registra sul piano investigativo. Tre le Procure impegnate, ciascuna competente per il proprio fazzoletto di terra che poi, a ben guardare, si snoda lungo un territorio di appena due chilometri: quella di Napoli, per le fiamme sviluppatesi nel territorio di Ercolano; quella di Torre Annunziata, competente per i roghi nell’area di Torre del Greco; e quella di Nola, per gli incendi che hanno interessato le zone boschive nel Comune di Ottaviano e lungo le pendici del monte Somma.
Coordinamento. Ma il paradosso è che ognuna per ora indaga per sé. Manca ancora un coordinamento, una «cabina di regìa» tra gli inquirenti. Lunedì è previsto un vertice, che però interesserà solo le due anime dell’Arma dei carabinieri che restano titolari delle indagini. Intorno a un tavolo si ritroveranno i vertici del comando della Forestale e i colleghi dei reparti territoriali. Ieri gli uomini agli ordini del generale Sergio Costa – comandante regionale dei carabinieri forestali – hanno effettuato un nuovo sopralluogo lungo le aree interessate dai fronti del fuoco.
Gli inneschi. Confermato un dato importante, già confluito nella prima informativa che è già sul tavolo dei procuratori Nunzio Fragliasso (facente funzioni a Napoli), Alessandro Pennasilico (Torre Annunziata) e Stefania Castaldi (reggente a Nola): a dare il via all’inferno devastatore che ha distrutto oltre cento ettari di bosco e macchia mediterranea, provocando anche la morte di un numero altissimo di specie animali, sono stati dai nove ai quindici inneschi dislocati sapientemente in modo tale che il fuoco stringesse in una morsa, alimentato da complici correnti di vento, il Parco del Vesuvio. Inneschi non simili tra loro. E dunque, si suppone, posizionati da mani diverse.
Caccia al regista. Per ora è solo un sospetto. Che va inevitabilmente nutrito da elementi probatori. La domanda resta una: dietro il disastro ambientale ci sono più soggetti che indipendentemente l’uno dall’altro hanno agito per concatenazione, o piuttosto nella devastazione delle aree boschive distrutte dalle fiamme c’è un’unica, sapiente mano? Una delle piste battute dagli inquirenti resta quella legata alle discariche abusive di rifiuti (anche tossici) puntualmente dati alle fiamme con l’arrivo dell’estate.
La vendetta. Il secondo filone d’indagine privilegiato è quello che porta invece a scenari, semmai, ancora più gravi ed inquietanti. Qui entra in gioco un orizzonte torbido, inquinato e tossico almeno quanto lo sono stati i fumi che hanno avvolto per giorni il Vesuvio: il grande business dell’abusivismo edilizio fiorito per decenni – senza che nessuno vedesse e denunciasse – all’interno di quell’immenso e prezioso polmone di verde che era l’habitat naturale del Parco del Vesuvio. Il filone è quello che poi si ricollega agli abbattimenti dei manufatti abusivi. Ricapitoliamo. In presenza di un immobile dichiarato abusivo, prima di procedere al suo abbattimento il Parco lo acquisiva – in virtù di un regolamento unico in Italia – al proprio patrimonio, spossessandolo di fatto al proprietario. Tagliandone così, di fatto, a quel soggetto ogni titolarità. Attenzione: qui non parliamo di piccoli abusi edilizi, non di capanne o baracche, ma piuttosto di vere e proprie ville edificate senza alcuna licenza. Ora, e su questo ragionano gli inquirenti, chi è che aveva il permesso di lavorare indisturbato in un’area naturale protetta senza problemi? Due, tre ditte. E, guarda caso, sempre le stesse. Queste aziende – sospettano sempre gli investigatori – hanno potuto andare avanti non senza complicità, ma – soprattutto – dovendo dar conto a soggetti legati ad ambienti non del tutto immacolati. Quello dell’edilizia, nel Napoletano, resta spesso purtroppo un business che deve fare i conti anche con la criminalità organizzata. Ma se, per quanto riguarda il Vesuvio , si ipotizza la criminalità organizzata con una devastazione tale da far cambiare il capo di imputazione,  a Montepertuso potrebbero profilarsi altri tipi di responsabilità. In entrambi i casi comunque sarà quasi impossibile individuare i responsabili. Ci rimane solo questa devastazione, bisogna ringraziare la Madonna che non sono andate a fuoco case e non ci sonno state vittime, e per il future metterci tutti con  l’impegno di tutelare in tutti i modi fino all’estremo il nostro verde.