LETTERA POSTUMA AL LIBERTO SPARTACO

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Torna di grande attualità Spartaco, il liberto che fece tremare tutta Roma.All’Ara Pacis è stata aperta  qualche settimana fa una gran bella mostra interessante già nel titolo: “Spartaco : Schiavi e Padroni a Roma”Indaga e documenta la realtà della schiavitù nella vita quotidiana e nell’economia della Roma imperiale.Colgo l’occasione per riproporre una mia lettera postuma al liberto che ingaggiò una lotta  audace e “rivoluzionaria” in nome della libertà e dei diritti umani.La sottopongo anche all’attenzione dei miei conterranei cilentani,che sono impegnati in una appassionata campagna elettorale ammnistrativa a Capaccio Paestum, là dove, secondo una leggenda, nel Vallone di Tremonti. Spartaco ingaggiò l’ultima battaglia contro Crasso.Data e località sono rimesse in discussione dagli storici rigorosi, nonostante qualche testimonianza, discussa e discutibile,di Plutarco.Ma, a volte, anche la tradizione orale tramandata nei secoli, può acquistare la sacralità di una notizia in cui credere. Io che non faccio lo storico, ma mi diletto di scrittura creativa,ne ho fatto oggetto di poesia e prosa e non condivido il sarcasmo sul tema di chi cede, per amore di polemica elettorale, ad appannare la tradizione di intere comunità della kora pestana. Mi piacerebbe, comunque, che Tutti i  candidati e  tutta la più vasta società civile nella sua ricca, e  varia articolazione(imprenditori, docenti, alunni) facessero una qualche utile riflessione su di un personaggio di grande statura storica, che sia morto nella gola di Tremonti o in altra località nelle vicinanze. .Mi farebbe molto piacere a prescindere, se il futuro sindaco di Capaccio Paestum mettesse in programma la possibilità di portare sul territorio la mostra di grande respiro culturale e di caratura europea. Anche per questo recupero e posto la lettera postuma tratta dal mio romanzo epistulare “TERRE D’AMORE. Cilento e Costa d’Amalfi” Edizioni  Delta3-(Premio Francesco De Sanctis-XI Edizione)

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Caro Spartaco,

facesti tremare tutta Roma, quando, nel 73 a.C., alla testa  dei gladiatori partisti dalla postazione di Capua con l’intento di riscattare le classi più umili e desti anima e corpo alla rivolta, che reclamava giustizia e protagonismo sociale per gli uomini relegati al ruolo di schiavi senza la benché minima dignità umana.

Ci aveva provato prima di te Euno, di origine siriana e, quindi, orientale come te, capeggiando circa 200.000 schiavi dei latifondi di Sicilia, reclamando terra da dissodare, bonificare e fecondare in nome dell’elementare diritto al lavoro. Fallì, sopraffatto nelle battaglie di Enna e Tauromenio, e pagò con la vita la sua generosa battaglia di emancipazione sociale. Sul campo restarono, barbaramente crocifissi, 20.000 schiavi con negli occhi la tragedia della mattanza e nel cuore  l’utopia del riscatto.

Ci riprovarono i Gracchi, Tiberio,prima, e Caio, poi, contestando ragioni e voracità delle classi abbienti, che, in nome del diritto  dei potenti, difendevano con le unghie e con i denti, oltre che con discutibili norme legislative volute ed imposte dalla classe senatoria interessata e complice, se non addirittura asservita ai poteri forti dell’economia (nulla di nuovo sotto il sole ieri come oggi!), gli immensi latifondi illecitamente acquisiti e cinicamente amministrati. E, alla malora i diritti al lavoro ed alla vita dei più deboli! Suscitarono entusiasmo. Incendiarono cuore, anima e pensieri della plebe. Inseguirono l’esaltante traguardo di una più equa distribuzione della ricchezza, che avesse come obiettivo pace sociale e redditività economica della campagna.. Ma finirono per mano nemica, il primo, per omicidio/suicidio implorato dalla spada di schiavo fedele, il secondo. E con loro si chiuse in tragedia una delle tante sacrosante rivoluzioni della storia. Fu tumulata, così, anche la speranza di riscatto delle classi deboli e sfruttate. Correva l’anno 121 a.C.

Cinquant’anni dopo ci provasti tu con un esercito di valorosi, allenati alle armi per scelta di vita e di bisogno. E la fiammata rivoluzionaria divampò in incendio a scuotere guarnigioni sonnolente e a spaventare proprietari terrieri e senatori intenti ad allietare gli otia tra crapule ed alcove, negli accoglienti triclini delle lussuose villae extraurbane.

Ricorsero all’esperienza del più noto generale vivente, Marco Licinio Crasso, e non lesinarono risorse per armare truppe numerose e forti di mezzi e di esperienza militare. E cadesti anche tu sopraffatto dalla superiorità numerica dell’esercito nemico. E l’urlo di vittoria di Crasso rimbombò, dilatato dall’eco, nella gola di Tremonti, tra Capaccio, Trentinara e Giungano, come attesta la fonte autorevole di Plutarco, ma soprattutto la tradizione secolare popolare che ha, a volte, la stessa sacralità della storia. Sfuggisti alla cattura e, per non arricchire con il tuo corpo incatenato il trionfo di Crasso a Roma, con una ultima prova di dignità e coraggio finisti i tuoi giorni per mano propria alle falde del Montestella, esaltando una morte da eroe nella solarità mediterranea e nel trionfo dei profumi della mia terra.

Ti amai anche per questo, oltre che per l’innata simpatia per i vinti, che hanno ingaggiato e combattuto con la forza della disperazione generose battaglie di giustizia sociale. Ho sempre parteggiato per i vinti della vita e della storia, nella consapevolezza che le ragioni stanno quasi sempre dalla parte dei deboli, forti però di passioni e di ideali, più che da quella dei potenti, arroganti di forza e di denaro.

E nel corso degli anni ho letto saggi che parlavano di te, ho visto film che esaltavano le tue gesta, ho gustato spettacoli che teatralizzavano la tua vita; ed il mio pensiero correva sempre a quel paesaggio bello ed accidentato del mio paese d’origine, dove il Solofrone accende iridescenze di sole nel salto ardito di una cascata da altari di pietra dirupanti nell’imbuto della gola di Tremonti. E ti ho immaginato furente di rabbia e folle di utopia ad ingaggiare l’ultima battaglia nel segno della giustizia.

A volte mi sono indignato quando registi con la fregola del kolossal magniloquente ti hanno trasformato, per esigenze di cassa, in un fenomeno da circo mediatico, puntando più sulla potenza dei tuoi muscoli e sull’abilità della tua spada che non sulle motivazioni profonde delle tue battaglie ideali.

 

Il Mezzogiorno d’Italia in generale ed il Cilento in particolare hanno dato vita, nel corso dei secoli, a generose ed interessanti fiammate di ribellismo, individuali e collettive, a cominciare dal filosofo Zenone che si staccò la lingua e la gettò ancora sanguinolenta in faccia al tiranno Nearco per non cedere alle lusinghe ed alle minacce di svelare i nomi dei congiurati di Velia per finire agli eroi delle tante rivoluzioni dell’ottocento. Non abbiamo mai seriamente indagato e riflettuto sul fallimento del ribellismo, che genera e giustifica la reazione, e sulla necessità e l’utilità del riformismo, che, con gradualità, incide nella realtà e la modifica. Ecco un bel tema di dibattito e riflessione: Ribellismo e riformismo nel Cilento, che potrebbe e, secondo me, dovrebbe precedere e qualificare l’evento spettacolarizzato. Anche perché, caro Spartaco, il potere della classe senatoria, che volle  la tua fine, ha cambiato nome, ma è ancora vivo e vegeto qui nel mio Cilento, dove vecchi e nuovi feudatari, politici e non, usano tutte le armi, lecite e meno lecite, per tacitare le voci dei tanti tuoi seguaci, che reclamano a viva voce giustizia e lotta al clientelismo ed al familismo imperanti.

Il dramma è, caro Spartaco, che nella mia terra, dove tu venisti a morire in nome della libertà, si insegue quasi sempre più la voglia dell’apparire che la concretezza dell’essere da parte di una classe dirigente ubriaca di protagonismo da passerelle di vanità. Eppure in tutto il territorio aleggia ancora lo spirito del tuo passaggio ingigantito e mitizzato dalla fantasia popolare che ti materializza tra ponti a scavalco di corsi d’acqua, in grotte a riparo/protezione da improvvisi assalti nemici, in grida di battaglia  dilatate dall’eco nelle gole dei monti.

Per me continui ad essere mito e punto di riferimento per battaglie generosamente combattute e dignitosamente perdute e, soprattutto, fonte di ispirazione per le mie creazioni poetiche

Giuseppe Liuccio

 

 

 

P:S: Chiedo scusa per la lunghezza, ma il tema lo richiedeva. Mi piacerebbe se, nonostante tutto, candidati ed elettori del Comune di Capaccio Paestum e, naturalmente, i cittadini dei paesi della Kora Pestana, che sono ugualmente interessati a quello che succede nel comune capofila  dedicassero riflessioni singole e collettive ai problemi posti da questa mia lettera postuma ed animassero un approfondito e fecondo dibattito sul tema. Me lo auguro di tutto cuore  perché la  storia del passato riemergem a volte, nell’attualità della cronaca del presente:Ed io  aspetto segnali  in proposito per ulteriori riflessioni. G.L