Napoli e Miguel de Cervantes

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L’autore del “Don Chisciotte” si era stabilito a Napoli nel settimo decennio del XVI secolo. Fuggendo dalla giustizia reale che lo ricercava per aver ferito in duello Antonio Segura, era giunto a Roma, entrando al servizio del cardinale Giulio di Acquaviva e Aragona, figlio del duca di Atri don Giovanni Geronimo, di famiglia originaria del Salento. Si mise al servizio del re di Napoli probabilmente quando fu organizzata la spedizione militare che avrebbe vinto a Lepanto, entrando nel “Tercio napoletano”, perché il suo comandante , il colonnello Alvaro de Sande, era fraternamente legato a suo padre. Quale soldato napoletano Miguel de Cervantes combatté con onore a Lepanto e al ritorno della battaglia rimase a vivere nella capitale, dove l’11 febbraio 1573 riscosse dieci scudi di paga. Sempre come soldato napoletano partecipò alla spedizione contro Tunisi e svernò in Sardegna tra il 1573 e il 1574, questa volta sotto le insegne del Tercio di don Lope de Figueroa, ma continuando a recarsi a Napoli per ritirare la paga; almeno in due occasioni, il 15 febbraio e il 10 marzo 1574, si trovava a Napoli per ricevere ciascuna volta trenta scudi. Dopo le operazioni di soccorso alla Goletta, tornò nell’amata città per trascorrervi l’inverno tra il 1574 e il 1575 in compagnia del fratello Rodrigo. Più avanti, dall’amore con una sconosciuta napoletana, doveva nascergli l’unico figlio maschio, chiamato Promontorio, che da grande si sarebbe arruolato anch’egli tra le milizie del re di Napoli. E’ la donna che appare come Silena in Galatea, nel Viaggio del Parnaso e in Un pastore raccontava a Lauro: ella, dopo avergli donato quell’unico figlio maschio, lo tradì facendolo morire di gelosia. Proprio per rivedere il figlio, nel 1608, Cervantes fu spinto ad aggregarsi al seguito del conte di Lemos in un viaggio che tuttavia non si poté realizzare per gli intrighi dei suoi nemici, i fratelli Argensola, e che egli trasformò in viaggio ideale, secondo la delicata espressione di Benedetto Croce.

Infatti se il viaggio non si realizzò, se non tornò per vedere di persona né il figlio, unico discendente; né la donna amata e traditrice; né a rivedere la terra causa di tante gioie d’amore e di altrettante amarezze di gelosia, il ricordo di Napoli rimase costante e sempre denso di stimoli.

Nel dodicesimo capitolo del IV libro di Persiles e Segismonda, Serafido parla della “gran città di Partenope” e di Terracina, stazione della frontiera romana; qui, nel diciannovesimo capitolo del III libro, appaiono sulla scena un gentiluomo capuano chiamato Alessandro Castruccio e la bella sorella Isabella., Ne La Galatea, un solitario eremita racconta come un certo Timbrio arrivasse con prospero vento alla “grande città” di Napoli. Tomàs Rodaja, lo studente pazzo protagonista de Il dottor Vetrata, racconto delle Novelle esemplari, rimaneva stupito nel “vedere Napoli, città, a parere suo e di quanti la conoscono, la migliore… del mondo”. E proprio Don Chisciotte, tra i manicaretti più squisiti il vitello di Sorrento, definisce Napoli “la più ricca e più viziosa città che esista in tutto l’universo”.Ma i ricordi più vivi si trovano nel Viaggio del Parnaso dove, nel terzo capitolo, dispersi i vapori dell0 Stromboli, il cielo si schiarisce e…

Vedemmo allora la pigra languidezza
della bella Partenope, seduta
in riva al mare, che i suoi piedi lambisce
di castelli e di torri coronata
in egual misura, per forza e per bellezza,
dovunque celebre e stimata.

Contemplazione che diventa ancora più vivida al risveglio, nel canto VIII dello stesso Viaggio:

Quando dal sonno mi svegliai non vidi
monte né valle né di numi traccia 
dei poeti altresì non vidi alcuno.
Di fronte a quella cosa sì strana
mi stropicciai gli occhi e parve trovarmi
posto nel mezzo di città famosa.
Meravigliato al pari e dispiaciuto
guardai di nuovo, dubitando fosse
di stravedere alcun timor mi faccia,
ma tra me dicevo: “Non m'inganno
questa città è Napoli la illustre,
di cui percorsi un anno e più le strade; 
gloria d'Italia, anzi del mondo lustro,
ché di quante città comprende il mondo
nessuna v'è che l'adorni com'ella,
placida in pace e dura nella guerra,
madre dell'abbondanza e dei blasoni
con campi elisi e colli deliziosi.

Erano ricordi agrodolci, mentre nella memoria illusa si accavallavano le avventure giovanili nelle taverne del Cerriglio, le belle donne ardenti, le asprezze della vita militare, il figlio unico fattosi soldato come il padre e come il padre potenziale avventuriero nelle battaglie di guerra e d’amore. Ecco il motivo per cui il Cervantes considerava Napoli una città dorata, magnifica perla della monarchia spagnola: perchè coincideva con il tempo della sua gioventù. Nell’occasione esprimeva anche le emozioni di un incontro irrealizzabile:

Mentre tanto pensavo, cheto s'avvicina
un amico, che di nome fa Promontorio,
di giovane età ma già un gran soldato.

Promontorio, il figlio di Miguel e della napoletana Silena; il frutto di un amore folle e carnale maturato a Napoli come una rosa di fuoco attanagliante; l’unico figlio avuto dalla napoletana ardente e bella. Quando Miguel de Cervantes parla di Napoli, a fianco dell’orgoglio dello spagnolo che è stato soldato nell’esercito napoletano del suo re, e a lato del poeta che decanta l’incomparabile bellezza della città sdraiata sul golfo azzurrissimo, racconta qualcosa di più intenso: il lontano amore agrodolce, dal quale era nato questo figlio, unico erede maschio della stirpe. Lo spagnolo si allea con il poeta e con il padre di fronte a una Napoli spagnola, bella, raggiante e sensuale che egli adorava da lontano come luogo migliore di ogni altro del pianeta.

Fonte:IV volume Napoli Spagnola di Francisco Elìas de Tejada 
 Edizioni Controcorrente

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