Amata: gli infiniti colori della Donna

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Questa sera a partire dalle ore 18, inaugurazione del cartellone Arte e Giustizia nel Salone degli Stemmi del palazzo Arcivescovile

 Di OLGA CHIEFFI

In un’epoca in cui è sempre più urgente l’esigenza di promuovere una “cultura della legalità”, si afferma il concetto di «cultura per la legalità». Da questo pomeriggio, a partire dalle ore 18, nel Salone degli Stemmi del palazzo Arcivescovile, sino al 15 giugno, sei appuntamenti racchiusi in un cartellone, che vede la sinergia tra il Conservatorio “G.Martucci” , la Procura di Salerno e l’Arcidiocesi, ci accompagneranno in un ferace percorso sull’ “Arte della Giustizia”. L’arte tutta può diventare un potentissimo strumento di educazione alla legalità nelle scuole e nelle carceri, soprattutto minorili. Il palcoscenico si rivela dunque un mezzo per denunciare e raccontare, attraverso i linguaggi delle arti esperienze di vita e professionali di quanti hanno scelto un percorso di giustizia e di legalità. La serata saluterà alle ore 18, il vernissage della Mostra “Ma-Donne” di Olga marciano. A seguire una conversazione tra donne e intorno all’universo Donna, moderata da Eduardo Scotti, alla quale interverranno il Presidente della Corte d’Appello di Salerno Iside Russo, Imma battista direttore del nostro conservatorio, Donatella Caramia, docente di Neurologia e Neuromusiclogia dell’università Tor Vergata ed Elisabetta Barone, dirigente scolastico del Liceo Alfano I di Salerno. La scaletta del concerto scelto per l’occasione dal pianista Ernesto Pulignano, vedrà alternarsi sotto i riflettori le più interessanti e amate eroine del mondo del melodramma italiano. Apertura con il preludio dell’opera “Le Villi” di Giacomo Puccini, con alcune figure che ritroveremo nel duetto di Roberto e Anna alle parole “Non esser, Anna mia, mesta si tanto” ed alla dichiarazione di Roberto “Ma no dell’amor mio non dubitar” e il secondo tema del brano, con evidenti affinità col Parsifal e una singolare coincidenza con il quarto atto dell’ Otello di Verdi, eseguito dallo stesso direttore artistico al pianoforte. Il soprano Naomi Rivieccio evocherà la Giulietta belliniana con l’aria “O quante volte!” da I Capuleti e i Montecchi, che presenta semplici giri di accordi, arpeggi da poeta che intona sulla mandola la linea del canto, scorrendo indisturbata sulla leggerezza dell’emissione, cui basta un piccolo stacco intervallare per riscaldare il patetico modo minore, tutto del più soave e pensieroso Bellini. Clarissa Concetta Piazzolla sarà la zingara Azucena del Trovatore con “Condotta ell’era in ceppi”. Davvero Azucena porta alla rovina il figlio adottivo con perfetta lucidità? O non è piuttosto lei stessa vittima della propria volontà punitrice? Il risultato si misura nella musica. Qui nel campo col favore delle impressioni notturne ancora vive, suscita le larve capaci di suggestionare Manrico. Naomi Rivieccio sarà, quindi, Lucrezia Borgia, con “Tranquillo ei posa”. L’avvertimento al libretto di Felice Romani all’opera di Gaetano Donizetti recita “Lucrezia rappresenta la difformità morale purificata dalla maternità, il cui scopo rattempera la nerezza del soggetto e non fa ributtante la protagonista. Carla Jaci da Silva è Tosca, nella sua aria più celebre, “Vissi d’arte”, l’unica donna ammessa nell’opera, che ne occupa con prepotenza ogni spazio, in ogni momento, sempre da padrona assoluta, amante focosa ed imperiosa lascia il partner sempre nell’ombra : Cavaradossi è seviziato ma è lei che soffre e recita la sua sofferenza, intonando questa pagina in sé molto efficace e musicalmente ben tornita. “Caro nostro e grande Maestro,/ la farfallina volerà:/ha ali sparse di polvere,/con qualche goccia qua e là,/ gocce di sangue, gocce di pianto…../Vola,vola farfallina,/a cui piangeva tanto il cuore;/ e hai fatto piangere il tuo cantore./Canta, canta farfallina,/con la tua voce piccolina,/col tuo stridere di sogno,/soave come l’ombra,/ dolce come una tomba,/all’ombra dei bambù/a Nagasaki e a Cefù”. Così scriveva Giovanni Pascoli di Madame Butterfly, così canterà Roberta D’Alessio la sua aria più nota “Un bel dì vedremo”. Si continua con Giacomo Puccini, ed ecco giungere Liù, impersonata da Carla Jaci. “Tu che di gel sei cinta” è il canto tenero di Liù, che accarezza il bamboleggiare dei toni interi, l’unica pietà consapevole che la Turandot conosca. Finale con il Gaetano Donizetti dell’Anna Bolena, il duetto tra Anna, la Regina ferita e impavida e la sua ancella e nuova favorita di Enrico VIII, Giovanna Seymour, “Dio, che mi vedi in core”, interpretato da Genoveffa Volpicelli e Concetta Clarissa Piazzolla.

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