Ruggero Cappuccio e la virtù del Sogno

0

Successo di critica e pubblico per la prima del The Dream shakespeariano, riletto da Ruggero Cappuccio e Claudio De Palma, al teatro Verdi di Salerno

 Di OLGA CHIEFFI

The Dream di William Shakespeare, rivisitato da Ruggero Cappuccio e Claudio De Palma, gemma incastonata nel loro percorso sul sogno e affidata ad una coppia carismatica del teatro, composta da Lello Arena e Isa Danieli è durato e durerà molto nel ricordo di quanti hanno potuto viverlo nel teatro Verdi di Salerno. La fantasmagoria di geni e fate, incanti e prodigi, si agita nella notte, in un salone fatiscente di un antico palazzo napoletano, che ha attraversato per intero la parabola della città, dall’epoca d’oro dei quattro conservatori, dei madrigali di Gesualdo da Venosa, dalla Zenobia dei Porpora, dei Piccinni, dei Traetta, dei Paisiello, sino ai bombardamenti del 1943 e all’occupazione americana, testimoniata dallo “scarrafone” del New Jersey, continuata con i “sacchi edilizi” dello sventramento di Napoli, anni di ricostruzione materiale, assai meno morale, in cui gruppi di rampanti palazzinari mutarono violentemente fisionomia alle città, cassando interi quartieri, come anche la storica fontana che stava sotto ‘o palazzo. Se il primo atto è una lunga digressione che ri-conduce Shakespeare a Napoli, attraverso una lingua nuova contaminata, tra napoletano antico, quello di Giovan Battista Basile, e qualche parola in inglese, pronunciata da Oberon-Arena, sul suo colpo di fulmine dopo aver visto la sua Titania-Isa, discendente di celebri burattinai, “Le guarattelle dei Titani”, il loro fidanzamento avversato dal padre e il coronamento d’amore dopo la fuga nel bosco di Persano, passando per citazioni che passano in rassegna diversi drammi del grande bardo, da Amleto a Misura per Misura, da “La dodicesima notte” a “Le allegre comari di Windsor”, solo nel secondo incontriamo la vera narrazione del “Sogno d’una notte di mezza estate” con lo svolgimento della storia di Ermia, Lisandro, Demetro ed Elena, ma in sogno, di notte, evocata dai burattini e dallo splendido Puck interpretato da Fabrizio Vona. In scena l’eterno contrasto tra il reale e l’ideale. “La fantasia effervescente dei pazzi, degli amanti e dei poeti vede cose che la ragione non può concepire” con Titania, che divaga, sul tempo e la morte, dopo, in mancanza d’acqua, aver ingollato del vino. La realtà non racchiude tutto il vero, la virtù del sogno la oltrepassa e le sopravvive. Se anche le larve dell’immaginazione svaniscono al tornar della luce, come i pupazzi che si moltiplicano sulle vetrate del salone di notte, unitamente ai segni del potere di Oberon e Titania, non rimangono esse talvolta così salde nel nostro ricordo, così conturbanti o seducenti al nostro cuore come quelle percepite dai sensi? E le tenebre della notte non sono consigliere, chiarificatrici e rivelatrici al nostro spirito distratto e confuso dal caleidoscopio abbacinante della realtà giornaliera? Il palazzo è un luogo che Oberon e Titania con i loro elfi e i burattinai affittacamere, circondati da inquilini musicanti e attori non vogliono abbandonare, ne sono prigionieri, ci ha raccontato il regista Claudio De Palma, da Venezia, ove sta recitando Macbeth. E’ un palazzo pieno di insidie – le travi, il vino, lo scarafaggio, le scale – in cui la coppia da sempre ha abitato, è invecchiata, è divenuta un giocattolo rotto e ove è condannata a restare per sempre. Una macchina perfetta questa produzione dell’Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, che vede divertirsi con Shakespeare, con le guarattelle di Policinella, eroe marcatamente ambiguo, dalla sessualità polimorfa, in grado di assumere complessi e contraddittori simbolismi connessi alle idee di nascita, di morte e di rinascita, come il Puck inglese, e con l’intera tradizione teatrale partenopea, “gli amici di sempre”, per costruire ed eseguire, empaticamente, una partitura di finissima e lavorata tessitura. Un meta-teatro, realizzato attraverso il palcoscenico, teatro dei burattini e finale, con Isa e Lello senza maschere, danzare in un probabile manicomio, fatto di antiche reti di letto, o salire su di un carro di attori girovaghi, in cui gli dei continueranno a giocare con le trame degli umani, rimanendone imbrigliati mentre gli umani crederanno di muovere i fili dei burattini, rimanendone a loro volta avviluppati. Le ance evocative del clarinetto di Massimiliano Sacchi commentano la piéce, che chiude sugli stilemi gitani, simbolo dell’infinito viaggio del teatro e del suo eterno, “ri-cominciare”, senza fili.