Escursione in quota. Quarto giorno

Dal Rifugio Lagazuòi al Rifugio Nuvolàu

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Rifugio Nuvolau

La vista panoramica a 360 gradi sulle vette dolomitiche che si gode dal terrazzo del Rifugio Lagazuòi è veramente unica. Da un’altitudine di oltre 2.700 metri si possono ammirare cime famose come la Tofana, la Marmolada, il Civetta, la Vetta d’Italia e il Picco Tre Signori.

Il temporale notturno ha lasciato un’aria limpida, frizzante e un cielo di un incredibile blu cobalto contro cui si stagliano le imponenti rocce dolomitiche. Per l’aria tersa, le Cinque Torri di fronte al terrazzo sembrano oggi vicinissime, quasi a portata di mano.

Roberta, Enrico e Stefano hanno già fatto colazione e aspettano Ingrid e Lizzy seduti comodamente sul terrazzo ad ammirare il panorama.

Roberta rompe il silenzio. “Devo raccontarvi una cosa. Nel dormiveglia stamane ho avuto un’intuizione. Non so se tutto è partito da un sogno o se ero già sveglia e cosciente. Ad ogni modo ho avuto come in un flash la soluzione del mistero della morte di Daniele”.

Enrico e Stefano si scambiano uno sguardo di sorpresa.

Stefano: “Davvero? Raccontaci”.

“Nella morte di Daniele sono senz’altro coinvolti Nicolino, il nipote diciottenne di Daniele, e il suo amico. Nella nebbia della coscienza che precede il risveglio ho rivisitato il loro racconto del sabba satanico alla torre. Ero in una fase di dormiveglia ma all’improvviso mi è apparso lampante che quello che i due raccontano sono solo panzane. Mi sono svegliata di colpo completamente e ho cominciato a riflettere: perché raccontano questa storia presa di sana pianta da un film famoso? Ovvio, ho pensato, per depistare le indagini”.

Stefano: “E se uno tenta di sviare le indagini vuol dire che ha da nascondere qualcosa”.

“E’ quello che ho pensato subito”.

“Fin dal primo momento ho avuto l’impressione che il racconto del rito satanico fosse solo un’invenzione” dice Enrico “ora l’intuizione di Roberta che collega il falso racconto alla necessità di nascondere delle colpe è certamente plausibile ma rimane il fatto che non sappiamo niente del movente e della dinamica del delitto. Avete informazioni su Nicolino e il suo amico Franco? Sapete cosa fanno? Vanno a scuola, lavorano, cosa fanno?”

Stefano: “A quanto mi risulta non fanno un cazzo. Sembra che stiano sempre insieme a oziare e andare a spasso”.

“E Daniele? Cosa ha fatto a Riaci negli ultimi dieci anni da quando ha lasciato il convento?” chiede Roberta.

“Ma come?” chiede Stefano “Veramente non hai avuto contatti con il tuo primo grande amore dopo che si è spretato?”

“Avevo i miei problemi matrimoniali, poi la separazione, il divorzio … ero presa da altri pensieri. Sono stata però una volta per pochi giorni a Riaci ma Daniele non c’era. Mi hanno detto che era in Asia, sembra in Tibet.”

Stefano: “Lasciato il convento, Daniele era tornato a Riaci profondamente cambiato “.

Enrico interviene: “Sono stato in contatto con Daniele quando ha avuto la crisi della fede. Quando mi ha detto che aveva deciso di lasciare il convento di Pietrasanta e che sarebbe tornato a Riaci gli ho chiesto: “a fare cosa?” “A vivere” mi ha risposto “con tranquillità, pazienza, altruismo e continenza”

“Perché la continenza?” chiede Stefano sorpreso.

“Sosteneva che per lui il sesso non era un bisogno e che la castità accresce di molto le facoltà dello spirito”.

Rivolto a Roberta con un sorriso malizioso, Stefano dice: “Meno male che non l’hai trovato a Riaci. Immagina la delusione”.

“Hai sempre voglia di scherzare!” replica seccata Roberta, poi rivolta a Enrico: “Dai, continua … cos’altro ti ha detto Daniele?”

“Diceva che noi sbagliamo tutto perché cerchiamo la felicità nelle cose materiali, mentre non in esse sta la felicità, ma nelle cose dello spirito. Diceva che, per questa via, l’umanità va verso l’auto-distruzione. Era convinto di poter vivere facendo a meno non solo del sesso ma anche dei soldi che, secondo lui, sono solo d’impaccio”.

“Ed era riuscito a mantenere poi questo proposito?” chiede Roberta sistemandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio destro.

“Per quanto riguarda i soldi sembra di sì. Faceva qualche lavoretto come muratore o imbianchino, aiutava i contadini anziani che cercano ancora oggi di coltivare, in condizioni proibitive, limoni e viti sui terrazzamenti della costa, ma prendeva solo i pochi soldi necessari a nutrirsi.”

“Come poteva permettersi allora di viaggiare e andare in Asia?” chiede Roberta.

“Durante l’estate metteva da parte i soldi per comprare i biglietti dell’areo affittando le barche ai villeggianti e andando a pesca di polpi. Dopo Natale partiva con un piccolo zaino, con in tasca pochi soldi e i biglietti aerei di andata e ritorno. Stava via quattro, cinque mesi e poi riappariva a Riaci. Ha girato in lungo e largo l’India, il Tibet, la Mongolia, la Tailandia facendo la vita delle popolazioni umili locali, mai un albergo o un ristorante. Mi ha raccontato che una volta ha sperimentato anche a fare il mendicante in India. Quando tornava a Riaci era così magro e olivastro da sembrare un indiano”.

Roberta è impressionata dal racconto e riesce solo a balbettare: “Solo Daniele poteva fare una cosa del genere”.

“Ma ha buttato il saio alle ortiche e ha lasciato il convento perché aveva perso la fede? Cosa è successo? Vi ha raccontato qualcosa?”

“Sì. Abbiamo discusso a lungo in proposito” risponde Enrico “Daniele era molto stringente nelle sue analisi e continuava a chiedersi perché un Dio buono e onnipotente permette il male in questo mondo. Si chiedeva: come può un Dio buono e onnipotente cagionare o permettere un cancro in un bambino di cinque anni? Padre Nicola gli spiegava che il male era necessario affinché l’uomo, vincendo la malvagità che è in lui, resistendo alla tentazione, accettando sofferenze, dolori e sventure quali prove inviate da Dio per purificarlo, possa infine rendersi degno di ricevere la sua grazia. Questa spiegazione non era di alcun aiuto per Daniele … quale malvagità ci può essere in un bambino di cinque anni? Si chiedeva.”

Roberta è perplessa e rimane in silenzio.

Dopo una breve pausa Enrico riprende: “La spiegazione di Padre Nicola gli sembrava una grande stronzata. Una volta è stato mezz’ora al telefono per convincermi, come se io fossi Padre Nicola, che l’idea di Dio che usa il male per mettere alla prova l’uomo è un’assurdità. Diceva che è come mandare uno non so dove per consegnare un plico e poi rendergli la via il più difficile possibile costringendolo a percorrere un labirinto, poi a superare a nuoto un fossato pieno di coccodrilli e, alla fine, a scalare un’alta muraglia. Nota bene l’assurdità della situazione, mi diceva: la resistenza fisica e la forza di volontà del messaggero sono quelle che sono, sono quelle cioè che lo stesso Dio ha determinato per lui. Se costui non riesce a risalire la muraglia e a consegnare il plico, la colpa è solo di Dio che non gli ha regalato volontà e gambe abbastanza forti”.

“Anche le preghiere quotidiane durante i riti religiosi, a un certo punto, gli erano sembrate assurde. Il ‘Gloria’ che cantava in chiesa insieme agli altri frati diverse volte al giorno era diventato una fonte di tormento spirituale e di domande senza risposta. Ma come, si chiedeva, perché un Dio Perfettissimo è ossessionato dalla necessità di essere pubblicamente lodato e glorificato dall’uomo per la sua bravura, la sua onnipotenza? Non posso credere in una cosa del genere … mi ripeteva … che Dio miserevole è quello la cui unica aspirazione è di essere lodato e glorificato dall’uomo!”

“La preghiera del ‘Padrenostro’ era diventata per Daniele inaccettabile. Mi chiedeva, come si può pregare imperterriti, quotidianamente, il padre celeste di darci il nostro pane quotidiano. I bambini implorano il loro padre terreno perché li sostenti? Si aspettano che lo faccia, non provano, né occorre provino, gratitudine perché lo fa, e noi biasimiamo un uomo che mette al mondo figli cui non può o non vuole provvedere. Un creatore onnipotente, se non è disposto a provvedere le sue creature del necessario per l’esistenza, materiale e spirituale, avrebbe fatto meglio a non crearle”.

“Conoscendoti” interviene Stefano “sono certo che tu lo hai aiutato nella decisione di abbandonare la fede”.

“Certo, non ho potuto fare a meno di dirgli che condividevo al cento per cento le sue perplessità sul Dio Persona, il buon Dio Padre: troppo … troppo simile all’uomo … con gli stessi sentimenti, pregi e difetti”.

Roberta interviene: “Ma perché aveva intrapreso una vita di virtù, di altruismo e povertà se aveva perso la fede?”

“Forse era arrivato alla conclusione che sia la religione tradizionale del Dio Padre, sia il materialismo egoistico della nostra società, sono sbagliati. Perché credi andasse ogni anno in India? Si era avvicinato al buddismo”.

Sono interrotti dall’arrivo di Ingrid e Lizzy con gli zaini in spalla e già pronte a partire per il Rifugio Nuvolàu.

Stefano si alza subito e va loro incontro salutandole con la sua solita galanteria sopra le righe. Roberta ne è infastidita. In pratica, questa mattina, tutto di Stefano le dà fastidio. La Roberta di ieri che sognava di essere accarezzata, abbracciata e posseduta da Stefano non esiste più. Quella Roberta le sembra oggi un’altra persona, una sconosciuta moralmente corrotta e licenziosa. Oggi è tornata a essere l’irreprensibile, inappuntabile e perfetta Roberta di sempre. La sua profonda educazione religiosa l’ha fatta risvegliare stamane con un sottile ma fastidioso senso di colpa per essersi lasciata andare la sera prima a fantasie lascive e all’autoerotismo. Sente di aver ripreso il pieno controllo dei desideri della carne e si ripromette di non ricadere più nella stessa situazione.

Infatti Stefano non ha ritrovato stamane gli sguardi di complicità con cui lui e Roberta si erano augurati la buonanotte la sera prima. Negli occhi di Roberta ha trovato una freddezza inusuale ed è rimasto sorpreso e perplesso. “Cosa è successo?” si chiede.

Si ritrovano tutti e tre intorno alle due ragazze tedesche. Ingrid parla l’italiano per essere stata a Roma per tre anni a studiare teologia alla Pontificia Università Gregoriana.

“Ma non siete ancora pronti?” chiede Ingrid rivolta a Stefano con sguardo scostante e con una punta di irritazione. La sera prima si erano dati appuntamento sul terrazzo del Rifugio per proseguire la strada insieme.

“Oggi sono tutti scesi dal letto con il piede sbagliato” pensa tra se e se Stefano. Risponde con tono infastidito: “Dobbiamo solo prendere gli zaini. Siamo pronti da un bel po’, siamo noi che vi aspettiamo da mezz’ora”.

Già la freddezza di Roberta gli ha rovinato il piacere di trovarsi in un posto così bello, ora lo sguardo gelido di Ingrid gli toglie definitivamente la contentezza con cui si era svegliato stamane.

“Ma ieri sera a tavola era gentile, simpatica, mi ha anche sorriso qualche volta. Forse abbiamo sbagliato ad invitarle a unirsi a noi nell’escursione. Se continua con questo atteggiamento la mando a fare in culo e ognuno per conto suo” pensa mentre si butta lo zaino in spalla.

Dopo pochi minuti, sono da poco passate le nove, i cinque amici sono sul sentiero numero 20 che porta alla Forcella Lagazuòi. Questo è solo il primo dei numerosi sentieri che dovranno percorrere per arrivare al Rifugio Nuvolàu.

Roberta ha consultato i suoi appunti prima di partire: lunghezza del percorso: 15 chilometri; tempo netto: 6 ore; dislivello in salita: 635 metri; dislivello in discesa: 810 metri.

E’ rimasta particolarmente impressionata da una foto del rifugio Nuvolàu dove si vede un caratteristico rifugio alpino appollaiato, come un nido d’aquila, su un picco roccioso circondato da alti precipizi su tre lati.

“Come ci si arriva al Nuvolàu” chiede Roberta preoccupata “spero che non dobbiamo arrampicarci su una ferrata”.

“Tranquilla, c’è una salita ripida verso la fine del percorso ma niente di difficile” risponde Enrico “non avrai problemi, non ti preoccupare”.

“Nella foto, più che un rifugio mi sembra un nido d’aquila” dice Roberta.

Stefano: “Questo è forse il rifugio più caratteristico e antico dell’Alta Via. Pensa un po’, non c’è acqua corrente, e l’elettricità è prodotta con un gruppo elettrogeno”.

“Allora non sarà possibile fare la doccia?”

“Eh no. Purtroppo non c’è abbastanza acqua per fare la doccia. La poca acqua disponibile viene portata su al rifugio con una teleferica”.

“Anche la sistemazione è quella tradizionale dei rifugi alpini. Servizi igienici all’esterno, niente camere singole o doppie: solo un camerone da otto posti letto e due camere da cinque posti” interviene Enrico.

“Bene, dormiremo insieme” dice Roberta aspettandosi il solito commento salace di Stefano.

Ma Stefano oggi non è il solito Stefano brillante, ironico ed estroverso. La sua faccia incupita lo fa sembrare anche meno bello ed aitante.

Enrico: “Purtroppo il gestore del Nuvolàu non accetta prenotazione di camere, ma solo di posti letto. Noi abbiamo tre posti prenotati ma non sappiamo dove e con chi dovremo dividere la camera. Il gestore mi ha detto che farà il possibile per accontentarci ma tutto dipende da quanta gente c’è già al rifugio”.

Nella prima parte il sentiero numero 20 è abbastanza stretto e costringe a camminare in fila indiana. In testa Ingrid e Lizzy hanno già preso qualche decina di metri di vantaggio su Roberta che precede Enrico e Stefano.

Non appena il sentiero slarga, Roberta si affianca ad Enrico e dice: “Vorrei tornare alla tua critica di ieri delle leggi morali”.

“Ok” replica Enrico “ma io ieri non stavo criticando le leggi morali per sé, ma la passività con cui vengono accettate che porta a considerarle come imperativi categorici imposti da un’entità trascendentale. E’ la loro qualità di ‘segni’ indubitabili, assoluti che io criticavo ieri”.

“Appunto di questo volevo parlare. Secondo me le leggi morali non sono imposte da chissà chi. L’idea di Bene è insita, è innata nella coscienza soggettiva di ogni singolo uomo. Io, per esempio, so intimamente cos’è il Bene e cos’è il Male e conosco spontaneamente i valori per tendere al Bene”.

“E allora?”

“Se tutti noi abbiamo un’idea precisa e spontanea del Bene possiamo allora immaginare che le leggi morali non sono imperativi categorici ma norme eterne e universali emanate direttamente da Dio in quanto sommo Bene e per questo sacre e assolute”.

Stefano la interrompe: “Quanti aggettivi altisonanti! Non ti rendi conto che sei tornata al Dio Teiera Volante?”

Roberta è evidentemente innervosita dall’intervento di Stefano. Rimane pensierosa per un attimo poi chiede: “Perché non sentiamo la teologa tedesca in proposito”.

“Per favore, lasciala stare” risponde stizzito Stefano “oggi mi ha già fatto girare abbastanza le palle con la sua supponenza. Che cazzo ha da guardare sempre dall’alto in basso come se io fossi un verme? Ma vi sembra normale che si tengano cinquanta metri davanti a noi? Abbiamo la lebbra? Se ci tengono alla nostra compagnia possono tranquillamente rallentare e aspettarci. Certo io non vado ad elemosinare la loro compagnia”.

“Forse sono solo a disagio. Vedrai che prima o poi le amiche tedesche diventano più socievoli” dice Enrico. Poi, rivolto a Roberta, riprende: “Sarebbe interessante parlare della morale trascendentale e del Bene Assoluto ma ci porterebbe fuori dal percorso che abbiamo intrapreso, quello della conoscenza. Però ti faccio due domande. Ci puoi riflettere sopra e ne riparliamo poi quando torneremo sull’argomento. Innanzitutto, se c’è il Bene Assoluto c’è anche il Male Assoluto? Se il Bene è emanazione di Dio, da dove viene il Male? Secondo. Uno degli imperativi morali assoluti è quello di ‘non uccidere’, credo sia il quinto comandamento. Questo è un imperativo che, come tu dici, è insito nella coscienza di ciascuno di noi e dovrebbe essere assoluto, ossia valido sempre e per tutti. Ora come mai all’uomo è permesso uccidere un vitello, un agnello, un coniglio per nutrirsi? Non ti viene il dubbio che la morale sia qualcosa di umano …  che il giudizio di Bene o Male sia definito dalla prospettiva dell’uomo e non da quella universale e assoluta? In altre parole, non ti sembra che il Bene non sia altro quello che è ‘buono’ per l’uomo e che il Male ciò che è ‘cattivo’ per l’uomo?”

Stefano: “Quanti giri di parole per dire che non esistono principi morali assoluti. Questo è il famoso relativismo morale tanto aborrito dai preti perché nega il giudizio divino e la punizione dell’inferno”.

Sono arrivati ad una biforcazione della strada e Ingrid e Lizzy li aspettano indecise sul sentiero da prendere.

“Prendiamo il sentiero 401” dice Enrico consultando la mappa “in poco tempo arriveremo qui alla Forcella Travenànzes e poi alla Forcella Col dei Bòs”.

Riprendono il cammino e Stefano aggiunge: “Nei pressi della Forcella Col dei Bòs potremmo visitare la Galleria del Castelletto”.

“Di che si tratta?” chiede Ingrid “sulla nostra guida non c’è questa indicazione”.

“La Galleria del Castelletto durante la prima guerra mondiale era il pilastro della difesa austriaca in questa zona e dominava le posizioni italiane giù in vallata. Una notte del mese di luglio del 1916, unità dell’esercito italiano fecero saltare la cima del Castelletto causando perdite gravissime agli austriaci.”

“Cosa ci sarebbe da visitare se è stato tutto distrutto?” chiede Roberta.

“La fortezza austriaca era in una galleria ancora oggi visitabile …  ovviamente con lampada.  A me piacerebbe molto visitarla oggi. Si può fare? Chi è interessato?” chiede Stefano

“Dipende dalle difficoltà” dice Roberta.

“Per arrivare all’ingresso della galleria bisogna superare una paretina rocciosa attrezzata con scala e funi metalliche, niente di difficile però” risponde Stefano “Si entra poi nelle viscere della montagna seguendo la galleria che si sviluppa a zigzag per circa 500 metri con un dislivello di 100 metri. Anche qui niente di difficile …  ci sono gradini di legno e corrimano per superare facilmente i dislivelli. Infine si esce in parete a poca distanza dal cratere dell’esplosione del 1916 e si torna indietro”.

“Io venire volentieri” dice Lizzy con il suo italiano stentato.

“Anch’io sono molto tentato” dice Enrico “ma dobbiamo valutare bene tutto. Ho paura che allungheremo il percorso di almeno due ore”.

“Il che significa che arriveremo al buio al Rifugio Nuvolàu ” aggiunge Roberta.

“Anche a me piacerebbe visitare questa strana fortezza” interviene Ingrid “se facciamo tardi invece di arrivare al rifugio possiamo dormire in tenda da qualche parte. Che ne dite?”

“Decidiamo cosa fare quando arriviamo alla Forcella Col dei Bòs … è meglio valutare la situazione dal vivo sul posto” propone Enrico.

Proseguono in gruppo lungo il sentiero che percorre la caratteristica Val Travenànzes circondata da vette austere e da pareti striate di mille colori. L’iniziale diffidenza tra il gruppo italiano e quello tedesco sembra addolcita e qualche sorriso viene scambiato anche tra Stefano e Ingrid. La bellezza della natura incoraggia il buonumore e le intime riflessioni spirituali ma Roberta rompe il silenzio.

“Da quando mi sembra di aver capito, tu Enrico sostieni che la nostra conoscenza è fatta fondamentalmente di idee approssimative, inadeguate”.

“Esatto” risponde Enrico “subiamo passivamente gli stimoli esterni e il più delle volte non conosciamo né la natura della cosa che ci affetta, né il meccanismo con cui il nostro corpo viene affettato. L’unica cosa che conosciamo sono le sensazioni e i sentimenti che proviamo come effetti”.

Enrico non può evitare di fare una pausa per vedere la reazione di Stefano ai termini filosofici usati. Ma Stefano oggi sembra pensare ad altro.

E’ Ingrid che approfitta della pausa per chiedere: “Di cosa parlate?”

“E’ da tre giorni che Enrico ci costringe a seguire un corso di filosofia sulla conoscenza. Io parlerei più volentieri di altre cose … ” risponde Stefano improvvisamente ripresosi dal suo torpore.

“Sehr interessant!” dice Ingrid “A me invece piacerebbe seguire la discussione”.

“Non costringo nessuno … è stata Roberta a farmi una domanda sulle idee inadeguate” dice Enrico accigliato rivolto a Stefano.

Stefano: “Permaloso … scherzavo … non hai il senso dell’ironia. Ok! Vai avanti”.

“La conoscenza fatta di idee inadeguate, che possiamo chiamare di ‘primo genere’, è un tipo di conoscenza ‘passiva’ che si subisce in quanto siamo corpi che subiscono scontri con altri corpi”.

“Mi sembrano concetti difficili … forse voi avete già parlato a lungo di questo. Per far capire anche me mi fai un esempio pratico?” chiede Ingrid.

“Devo fare un passo indietro e parlare dell’individuo. Paolo, per esempio, è un ‘individuo’ costituito da parti corporali, per esempio il cuore e i polmoni, ordinate secondo uno specifico rapporto. Il rapporto tra il cuore e il polmone di Paolo è specifico a Paolo e a nessun altro. Ma scendendo di un livello, anche il cuore e il polmone di Paolo sono ‘individui’ costituiti, a loro volta, da parti corporali più piccole che si reggono in un certo rapporto. Anche la pelle di Paolo è un ‘individuo’ costituito da un’infinità di parti evanescenti e infinitamente piccole come atomi, elettroni, quark”.

“Allora tu fai coincidere l’individuo con la materia?” chiede Ingrid.

“No, la materia o, in termini filosofici, le parti estese costituiscono solo il primo strato di un individuo. Oltre le parti estese ci sono due strati di relazioni. Innanzitutto, nel secondo strato, le parti infinitamente piccole sono tra di loro collegate in uno specifico rapporto. Per esempio relazioni specifiche tra particelle elementari costituiscono l’atomo, relazioni tra atomi costituiscono una molecola e via di questo passo fino a costituire organi sempre più complessi. Ma l’individuo Paolo si configura solo con il terzo strato dove gli insieme infiniti di rapporti differenziali allacciano un rapporto unico che caratterizza un determinato individuo. Tale specifica collezione di infiniti rapporti sarà esclusivamente di Paolo e di nessun altro”.

“Quindi, secondo te, l’individuo Paolo è composto di due cose, la materia o parti estese e le relazioni tra le parti. Che fine ha fatto l’anima?”

“L’anima? Come la definisci l’anima? Cos’è? Se affrontiamo questa questione andiamo fuori tema. Ne possiamo parlare in altra occasione? Altrimenti perdo il filo del discorso”.

“Certo” dice Ingrid “ammettiamo che l’individuo sia fatto di parti estese e rapporti … ma dove vuoi arrivare con queste premesse?”

“Alla conoscenza originata dagli urti tra corpi. Ricordi? Quella che ho definito di primo genere in quanto costituita da idee inadeguate”.

“Meno male” dice Roberta con un sorriso “ho avuto la sensazione che ti fossi perso per strada …”

Stefano: “A me è piaciuta la definizione dell’individuo come architettura di particelle elementari, atomi, molecole e organi relazionati tra loro secondo uno specifico rapporto. Vediamo ora dove vuole andare a parare il nostro pseudo filosofo”.

“Voglio rispondere a Ingrid che chiedeva un esempio pratico di conoscenza del primo genere” dice Enrico.

Poi prosegue: “Come abbiamo visto, un individuo è costituito da un insieme infinito di parti estese. Ora le parti estese esercitano continuamente un’influenza le une sulle altre. Per esempio, un neurone del cervello di Paolo spara continuamente segnali elettrici ad altri neuroni che ne sono influenzati, ma l’individuo ‘cervello di Paolo’ subisce perpetuamente l’azione di altre parti esterne a lui. Subisce anche le azioni dell’individuo ‘pelle di Paolo’, costituito da infinite particelle di pelle.”

“Ora le particelle di pelle di Paolo subiscono l’azione di particelle esterne al corpo, per esempio le particelle di aria o particelle di sole come le radiazioni elettromagnetiche e i fotoni.  Le particelle di pelle non possono essere separate dalle particelle di aria e sono perennemente soggette alla determinazione tramite causa. Nell’esempio che vi propongo, le particelle di pelle subiscono l’urto delle particelle di sole, ne sono modificate, e Paolo ha la sensazione di calore. ‘Che bella temperatura c’è oggi!’ può dire.  Paolo conosce solo confusamente che il sole è la causa della piacevole sensazione di calore che sta provando. Si accontenta dell’effetto e non gli interessa la causa. La reazione di fusione nucleare all’interno del sole che trasforma l’idrogeno in elio e produce l’enorme energia che viene sparata in tutte le direzioni nell’universo è fuori della sua consapevolezza. Per lui esiste solo l’effetto: fa caldo, quanto mi piace! Questa è una conoscenza di primo genere perché l’idea di calore di Paolo non implica la conoscenza della costituzione del sole e della sua azione sulla pelle. Non implica neanche la nozione di come l’urto dei fotoni sulla pelle si traduca nella piacevole sensazione di calore”.

Ingrid: “Interessante! Stai riducendo le sensazioni ad effetti causati da urti tra particelle. Ma questo è determinismo puro!”

“Infatti, è così.” risponde Enrico “Le parti estese, non solo di Paolo ma di tutto l’universo, sono in perenne movimento. Essendo parti estrinseche, cioè esterne l’una all’altra come palline di biliardo, producono continuamente ‘urti’: esisterà sempre una particella che ne colpisce un’altra. Insiemi infiniti di parti estrinseche producono infinite catene di causa ed effetti. Immaginate un tavolo di biliardo con un centinaio di palle che si urtano incessantemente l’una con l’altra. Anche l’individuo pelle di Paolo possiede un insieme infinito di parti estese che, non potendo balzare fuori dal tavolo di biliardo, subiscono l’influenza degli altri insieme cui è connesso necessariamente. Essi esercitano un’azione su di lui e provocano degli effetti. Nel caso di Paolo l’effetto è l’idea di calore. Paolo subisce l’azione della causa esterna come effetto di una catena causale di ‘urti’ estrinseci”.

Roberta: “Posso capire gli urti dei fotoni sulle particelle di pelle ma non capisco come la sensazione di caldo possa essere frutto di una sequenza di urti. Di quali altri urti parli?”

“Da un punto di vista neurologico è corretto dire che connessioni nervose, sinapsi, neuroni, assoni ecc … sono collegati e funzionano secondo le leggi di determinazione causale. Quindi è corretto parlare di urti tra le particelle che costituiscono i nervi e il cervello.” risponde Enrico.

Poi continua: “Un’ultima cosa da dire sulla conoscenza di primo genere è che le idee generate dagli urti delle parti estrinseche, oltre a essere inadeguate, sono ‘passioni’, in quanto si subiscono passivamente. Anche la gioia che prova Paolo sentendo il calore del sole sulla pelle, in termini filosofici, è una passione. Con il ‘secondo genere’ di conoscenza invece vedremo che istituendo con la ragione rapporti intrinseci, interni ai corpi, si possono sviluppare idee attive e superare le passioni”.

“Mi sembra di capire che per passare dalle idee passive ed inadeguate a quelle attive sia necessario uno sforzo della ragione. E’ così?” Chiede Ingrid.

“Esatto!” risponde Enrico “In sostanza, il nostro sistema percettivo tende a dare reazioni rapide, automatiche, passive e non si fa troppe domande. Così è costituita la conoscenza del ‘primo genere’. Raramente si accede al ‘secondo genere’ di conoscenza, che richiede riflessione, una risposta attiva, lenta, raziocinante, che controlla i dati, compara ipotesi differenti, verifica la credibilità. Tendenzialmente cerchiamo di usare il ‘secondo genere’ il meno possibile, perché costa tempo, fatica, energia. E’ più comodo e facile accettare per buono, per sentito dire, quello che gli altri hanno già pensato per noi.”

“E se gli altri si sono sbagliati?” chiede Roberta.

“Questo è il problema” risponde Enrico “anche lo sforzo della ragione delle menti più brillanti non può produrre idee adeguate se si parte da un’idea inadeguata. Per esempio, se si parte dall’idea sbagliata che la Terra è ferma e che il Sole le gira intorno, tutte le speculazioni filosofiche e teologiche basate su quest’idea produrranno solo idee inadeguate del primo genere”.

“Come pure se si parte dall’idea del Dio Teiera Volante” interviene Stefano.

Roberta lancia un rapido sguardo verso Ingrid aspettandosi una reazione alla provocazione di Stefano. Ma Ingrid sembra non aver colto il senso della frase di Stefano perché impegnata a parlottare in tedesco con Lizzy.

Sono intanto arrivati alle pendici della Tofàna di Ròzes dove si erge il gruppo roccioso del Castelletto. Già da lontano si intuisce la struttura della galleria-fortezza usata dagli austriaci durante la prima guerra mondiale. Si vedono chiaramente le feritoie nella roccia usate dagli austriaci per battere con il fuoco dei cannoni e delle mitragliatrici le postazioni italiane nel fondovalle. Si vede chiaramente anche la parete rocciosa attrezzata sotto l’ingresso alla galleria.

E’ il momento di prendere una decisione.

Stefano: “Dobbiamo decidere se visitare la galleria del Castelletto … facciamo una sosta così ne parliamo?”

Appoggiano gli zaini a terra e si siedono sulle rocce di lato al sentiero.

Stefano: “Abbiamo davanti a noi altre tre ore di cammino per arrivare al Nuvolàu … è solo mezzogiorno … se perdiamo due ore a visitare la galleria arriveremo al Nuvolàu intorno alle cinque. Penso che ci possiamo permettere la visita, che ne dite?”.

“Considera pure che abbiamo pianificato una sosta di un’ora al Rifugio Dibona per pranzare” dice Enrico “Secondo te sarebbe possibile fare la visita al Castelletto in una sola ora?”

“Si può provare a fare una visita veloce” risponde Stefano “Siamo tutti d’accordo?”

“Noi sì, vero?” risponde subito Lizzy entusiasta rivolgendosi a Ingrid

Ingrid: “Certo che sì”.

Roberta sembra perplessa e tutti aspettano che dica la sua.

Roberta: “Anche se non soffro di vertigini, non ho esperienza di ferrate ed ho paura di farvi perdere troppo tempo. Io rimarrei volentieri qui ad aspettarvi.”

Dopo un attimo di silenzio è Enrico che interviene: “Va bene Roberta … rimango anch’io per farti compagnia”.

“Grazie, Enrico” dice Roberta con un largo sorriso.

Ingrid, Lizzy e Stefano si incamminano prontamente verso la base della parte rocciosa e dopo poco, indossati i caschi, attaccano la ferrata.

Roberta e Enrico li seguono con lo sguardo mentre rapidamente superano la breve parete ferrata ed entrano in galleria. E’ Roberta che rompe il silenzio.

“Sei laureato in fisica e lavori nell’informatica … da dove viene fuori questa tua passione per la filosofia?” chiede Roberta.

“Mi sono sempre posto domande sul senso della vita. Già da ragazzo mi chiedevo cosa ci sto a fare qui se non ho chiesto di esserci. La vita mi sembrava solo un gran casino e la domanda chi mi ponevo più spesso era: chi mi ha messo in questo guaio e per quale motivo? Al liceo mi piaceva la filosofia e andando all’università, sono stato tentato di iscrivermi a filosofia”.

“Le tue tesi sono molto interessanti e avvincenti. Non vorrei farti anticipare niente … ma sono solo due i generi di conoscenza?”

“No, c’è anche un terzo genere. Semplificando al massimo, c’è il primo genere basato sul sentito dire e sulle percezioni istantanee non mediate dalla ragione; il secondo genere originato da un processo lento e riflessivo basato sulla ragione e infine il terzo genere, quello della conoscenza intuitiva, che è in grado di cogliere la Natura quale espressione della Totalità indivisa e indivisibile. Ma ci arriveremo, se anche gli altri sono interessati, un po’ alla volta”.

Roberta è conquistata dalla gradevolezza della voce di Enrico, dai suoi mutamenti di espressione mentre parla di cose complicate con grande naturalezza, con il tono di una conversazione sul tempo.  I suoi occhi scuri e profondi hanno una vena di tenerezza avvolgente che ricordano a Roberta i lunghi sguardi intensi che si erano scambiati da ragazzi sulla spiaggia di Riaci. Con una certa nostalgia e rimpianto ripensa a quei momenti, prima che si innamorasse di Daniele, quando erano stati ad un passo dal mettersi insieme.

Il sole di mezzogiorno illumina le pareti imponenti della Tofàna di Ròzes, il cielo è sgombro da nubi ed una leggera brezza soffia nei capelli di Roberta.

“Come va con la tua compagna a Ginevra?” chiede Roberta.

“Henriette è ora in vacanza a Ibiza insieme a tre suoi amici, una donna e due uomini. Puoi facilmente immaginare cosa questo significhi”.

Roberta sembra perplessa. “Ma siete ancora insieme?” chiede.

“In teoria sì. Le mie cose sono ancora a casa sua e non abbiamo ancora rotto ufficialmente. Voglio dire che Henriette ancora non sa che, al rientro a Ginevra, … fine della convivenza”.

“Ma come? Se ne va in vacanza con l’amico e poi si aspetta di trovarti a casa ad aspettarla?”

“Tu non conosci Henriette. Se la liberazione femminile significa avere comportamenti del tutto simili all’uomo, allora Henriette è liberata al cento per cento. Un maschio trova naturale corteggiare una donna che gli piace per portarsela a letto, ebbene, la stessa cosa vale, al contrario, per Henriette”.

“Ma una donna che vive un rapporto di coppia non si comporta così. Ovvio che non ti ama!” osserva Roberta “E tu? Sei innamorato di lei”.

“Inizialmente eravamo tutti e due innamorati. Poi lentamente l’amore è svanito … anche a causa delle mie prolungate assenze da Bruxelles “.

“Allora siamo entrambi single?!” osserva Roberta con un sorriso “Che ne dici? Ci mettiamo insieme?”

“Non scherzare su questo argomento” dice Enrico “Sai benissimo che sei stata il mio primo grande amore e che nel mio cuore c’è sempre un posto speciale per te. Per questo non puoi prendermi in giro”.

Roberta si alza dal suo sasso e va a sedersi di fianco a Enrico. Gli cinge le spalle con un braccio e, fissandolo teneramente con i suoi straordinari occhi verdi, dice: “Stupido … ma perché a Riaci non ti sei mai fatto avanti? Sempre a lanciare sguardi pieni di amore … ma mai una parola. Non sai quante volte mi sono arrabbiata per la tua timidezza. Stupido, toccava a te fare il primo passo. Forse il nostro destino sarebbe stato diverso … avremmo potuto essere felici insieme”.

Enrico la fissa con un sorriso teneramente malinconico, intimo e dolce che rispecchia il candore, la sincerità della sua indole. Prima le accarezza una guancia poi la bacia dolcemente sulle labbra. Roberta non si tira indietro e risponde al bacio. In un attimo, la tenerezza si trasforma in passione e, inconsapevolmente, si trovano avvinghiati l’uno all’altra, le mani frenetiche a stringere ed accarezzare, le lingue intrecciate come serpenti in amore.

E’ Roberta che si ritrae per prima. Si ricompone, passa le dita tra i capelli di Enrico, e con il respiro ancora alterato, con dolcezza, sussurra: “No, non è la cosa giusta da fare”.

“Perché no?” chiede perplesso Enrico.

“Non siamo più i due ragazzi che si scambiavano sguardi appassionati sulla spiaggia di Riaci. Gli anni sono passati, siamo cresciuti. Non sei più il ragazzo di paese innamorato della bella villeggiante figlia di papà … e io non sono più la bella villeggiante”.

Enrico rimane in silenzio. Le parole di Roberta lo fanno riflettere … ha ragione, pensa … cosa so veramente di lei? Chi è la Roberta di adesso? Non certo l’adolescente che io ho idealizzato in tutti questi anni. Sto stupidamente cercando di realizzare un sogno infantile?

Questa volta è Enrico a cingere con un braccio le spalle di Roberta attirandola a se.

“Hai ragione” dice “il passato vive nella nostra mente ma non torna mai. Roberta non è più la mia dolce ragazza di una volta. Ma che ci posso fare se la tua sola presenza mi dà gioia … se il tuo sorriso, il tuo sguardo mi emozionano ora, qui adesso?”

Prende le mani di Roberta tra le sue, la guarda con i suoi occhi caldi, scuri e profondi, e dice: “Non sto dicendo di essere perdutamente innamorato di te. Né ti propongo un futuro insieme. Siamo su binari che si allontaneranno irrimediabilmente … è triste … almeno per me, ma è così. Ciò non toglie che io abbia voglia, qui adesso, di abbracciarti, stringerti e baciarti”.

Roberta appare turbata… gli accarezza i capelli, lo stringe a se e insieme scivolano avvinghiati sul prato di lato al sentiero.

Il loro abbraccio travolgente è interrotto dal sopraggiungere di un gruppo di escursionisti che percorrono il loro stesso sentiero. Alzando lo sguardo verso il Castelletto vedono che anche i loro tre amici hanno cominciato la discesa lungo la ferrata. In quindici minuti saranno giù, stima Enrico.

Seduti sul sasso, mano nella mano, si scrutano come se si conoscessero per la prima volta. Roberta è soggiogata dal sorriso sicuro e insieme tenero che aleggia sul volto di Enrico. ‘E’ stata la sua dolcezza amabile o la sua intelligenza la scintilla che ha acceso la mia femminilità?’ si chiede.

Stefano e Lizzy precedono Ingrid di una decina di metri e vengono giù a balzi sui sassi ridendo a voce alta. Enrico e Roberta si sono ricomposti e vanno loro incontro.

“Ho vinto io” dice Lizzy tutta gasata per essere arrivata per prima sul sentiero.

“Si, e la vincitrice merita un bacio” dice Stefano abbracciandola e dandole un bacio sulla guancia.

Ingrid arriva subito dopo e sembra anch’essa allegra, di buon umore.

“Die Festung in den Fels ist wirklich interessant” dice Ingrid “Molto interessante la fortezza nella roccia. E’ rimasto tutto com’era cento anni fa”.

“Lo sai che tra dieci giorni sono esattamente cento anni dall’esplosione della mina del Castelletto?” chiede Stefano.

“E’ veramente impressionante il lavoro fatto dagli alpini per preparare l’agguato” aggiunge Stefano. “E’ tutto descritto all’ingresso della galleria”.

“Racconta”

Stefano: “La mina, di ben 35 tonnellate di gelatina, fu portata nei pressi della fortezza austriaca attraverso un tunnel scavato appositamente. I lavori di scavo iniziarono nel mese di febbraio tra abbondanti nevicate e valanghe.”

“Come scavarono nella roccia? Con il piccone? chiede Roberta.

“No, usarono macchinari di perforazione che furono smontati a valle e trasportati a braccia dagli alpini in una zona protetta dagli sguardi austriaci e qui rimontati. Le squadre di minatori lavorarono su quattro turni di sei ore ciascuno con trenta soldati per squadra. Complessivamente, da febbraio a giugno, furono scavati oltre 500 metri di galleria. Il 3 luglio iniziarono i lavori di caricamento della mina che proseguirono per sei giorni fino al 9 luglio. La galleria che portava alla camera di scoppio venne poi intasata con calcestruzzo e sacchi di terra. La mina venne fatta esplodere alle tre di notte dell’11 luglio 1916 e rispose perfettamente sia rispetto ai calcoli che agli effetti pratici, polverizzando parte del Castelletto e permettendo la sua conquista.”

“Che tempi! Tragici e eroici allo stesso tempo” commenta pensierosa Roberta.

“Guerra molto brutta, amore molto bello” dice Lizzy sforzandosi di usare il poco italiano che conosce.

“Du hast recht Lizzy” ribatte Ingrid con un sorriso “Come si diceva quando eravamo giovani? Fate l’amore non fate la guerra”.

Zaini in spalle e si riparte verso il Rifugio Dibona dove, tra un’ora, è prevista la sosta per il pranzo. Il sentiero ora corre verso est sotto la bellissima parete della Tofàna di Ròzes. Un panorama mozzafiato li circonda da tutti i lati ma nessuno sembra oggi veramente interessato alle bellezze della natura. Lizzy e Stefano in testa al gruppo chiacchierano vivacemente e ridono per l’italiano approssimativo di Lizzy. Ingrid li segue a pochi passi e sembra contenta dell’armonia che si è creata tra i due giovani.

Roberta ed Enrico seguono più staccati. Anch’essi sembrano contenti ma camminano in silenzio, pensierosi. Roberta si sente agitata, scombussolata. L’abbraccio irrefrenabile con Enrico di qualche minuto fa ha annullato tutti i buoni propositi di questa mattina. ‘Non è poi così semplice controllare le pulsioni naturali’ pensa tra se e se. Le sue sicurezze sembrano vacillare: ha sempre pensato che il sesso fosse moralmente accettabile solo in unione con il vero amore. Ora non può negare che gli istinti naturali la fanno vacillare tra il desiderio per due uomini a cui non è legata da sentimenti d’amore. ‘Cosa mi succede? E’ colpa dell’ambiente naturale o della vicinanza forzata con due maschi affascinanti? Sono in una fase di regressione adolescenziale’ si chiede. ‘Oppure questo è un momento di crescita che potrebbe persino portare alla riconferma dell’adeguatezza della mia scelta di essere sola? ’

Ecco, continuare a vivere da sola, evitare ogni coinvolgimento sentimentale, non legarsi a nessuno, questo, nel tumulto di sentimenti che la sconvolge in questi giorni, è l’unica certezza, il punto fermo che rimane saldo. Oggi però ha sentito vacillare anche quest’ultima certezza. Non può negare che la sua parte teneramente sognante, fragile e nascosta è stata messa oggi allo scoperto dalla tenerezza e malinconia di Enrico. ‘E’ con lui che devo stare attenta a non essere coinvolta sentimentalmente’ pensa. ‘Stefano è meno pericoloso in questo senso’.

Osserva Stefano che cammina una ventina di metri più avanti di fianco a Lizzy. Le sue spalle larghe, i fianchi stretti, le braccia muscolose, le chiome bionde e fluenti, la sua andatura esprimono una ‘guasconeria’ piena di energia positiva, senza complicazioni intellettuali. Come non essere attratta dalla sua baldanza e mascolinità traboccante? Non può evitare di provare un sottile sentimento di gelosia nel vedere Stefano e Lizzy che flirtano apertamente.

“Hai visto come vanno d’accordo quei tre?” chiede ad Enrico “Cosa sarà successo nella galleria”.

“Te lo dico dopo aver parlato con Stefano ma posso anticiparti che senz’altro Stefano ha conquistato entrambe con il suo fascino latino”.

Continuano sul sentiero n. 404 fino al Valón de Tofàna dove prendono il 403 e scendono zigzagando fino ad incontrare la stradina che porta al Rifugio che prende il nome dalla famosa guida cortinese Angelo Dibona.

Sono ormai le tre del pomeriggio quando i cinque amici si siedono per uno spuntino veloce ai tavoli del Dibona. Non c’è tempo da perdere in chiacchere perché ci sono ancora più di tre ore di cammino per arrivare al Rifugio Nuvolàu.

Ripartono senza indugi seguendo il sentiero che riporta decisamente verso sud ovest, passa un rudere di pastori e, in località Rózes, incontra una strada militare. Ora, seguendo un po’ la strada militare, un po’ le scorciatoie, il gruppo di amici scende sulla Statale 48 delle Dolomiti ritrovando lo strepitio e i rumori della civiltà. Proprio in questo momento lungo la Statale sta passando una colonna di moto di grossa cilindrata che va verso il Passo Falzarego lasciandosi alle spalle il fracasso e il fumo dei motori.

Per fortuna si tratta di seguire la Statale solo per circa 300 metri verso sud per poi attraversala e prendere il sentiero che punta verso il Monte Averàu. Il sentiero in salita corre tra arbusti e bassi alberi contorti fino all’ampio dosso misto a ghiaie e magri pascoli nelle vicinanze del Rifugio Scoiattoli.

La fatica comincia a farsi sentire. Si cammina in silenzio in fila indiana con il passo cadenzato ma lento di Roberta. Oltre alla stanchezza, è la problematicità del rapporto con Enrico che angustia Roberta. Si rende conto che per Enrico il rapporto con lei non è un gioco come potrebbe essere per Stefano. Lui dice, cogliamo il presente, ok, va bene, ma che significa? E’ vero, quando sono a tu per tu con lui la tenerezza del suo sguardo mi coinvolge. Ma poi? E lui cosa si aspetta veramente da me?  Che confusione! E Stefano? Cos’è questa sottile lama di gelosia che mi turba ogni volta che lo sento ridere con Lizzy? Di una cosa è però certa Roberta: nonostante i proposti di tenuta morale, nonostante la signorina Rottermeier che è in lei, ha bisogno di un sensuale e ardente abbraccio.

Sono quasi le sette di sera quando giungono in vista del rifugio. Lentamente, con fatica, si inerpicano lungo il dosso irto della montagna per salire alla panoramica spianata sommitale dove sorge, a 2575 metri di altezza, il Rifugio Nuvolàu.

Sorto nel 1883 e rifatto nel 1970, il rifugio, circondato da alti precipizi su tre lati, è uno dei più arditi e panoramici manufatti delle Dolomiti.

Sono stanchi morti e entrano nella Stube senza neanche fermarsi un attimo fuori ad ammirare il panorama al tramonto. Il gestore esce dalla cucina dove era intento a preparare la cena per gli ospiti e li accoglie con un largo sorriso.

“Alla buon’ora” dice “siete gli ultimi ad arrivare”.

Consulta un quaderno stropicciato e dice: “Ma siete insieme voi cinque? Io ho due prenotazioni, una per tre posti letto ed un’altra per due posti letto. Ci troviamo?”

“Sì” risponde Stefano.

“Allora …  ci sono tre posti nella camerata da otto e due posti nella camera da cinque. Non posso mettervi insieme perché tutti gli altri posti sono già occupati”.

“Ok, non ci sono problemi” dice Stefano ridendo “Io e Lizzy prendiamo i due posti nella camera da cinque”.

Ingrid lo fissa con sguardo infastidito e Stefano si affretta a dire “Scherzavo”.

Roberta: “Ragazzi, vediamo questi posti letto e indaghiamo dove è possibile rinfrescarsi un po’. Poi, almeno per me, cena veloce e a dormire”.

Dopo cena Roberta lascia i suoi amici nella Stube, ciascuno con il suo bicchiere di birra, e si ritira in camera. Cinque letti sono già occupati da escursionisti addormentati. Qualcuno russa pesantemente e Roberta, nonostante la stanchezza, non riesce a prendere sonno. Enrico arriva poco dopo e si avvicina al suo letto per darle la buona notte. Senza dir niente i due si baciano e si stringono per un attimo, poi: “Buonanotte Enrico” dice Roberta.

Il sonno tarda ancora ad arrivare. Dov’è Stefano? Cosa starà facendo?

Annalise Kerer

Per cominciare dall’inizio: Primo giorno