Campania truffe degli alberghi che ospitavano gli immigrati senza controlli

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Controlli scarsi o inesistenti, le piccole somme di denaro da consegnare agli immigrati intascate da chi doveva ospitarli o distribuite a singhiozzo senza ricevuta, nessuna verifica antimafia, note spese rimborsate senza obbligo di rendicontazione, grazie a «fatture facili». La lunga istruttoria che l’Autorità nazionale anticorruzione ha inviato alla Procura della Repubblica e alla Corte dei Conti, suona come un duro j’accuse al sistema dell’accoglienza migranti in Campania. Nel dossier che condensa le indagini svolte dall’Anac a partire dal 2015, sono finiti nel mirino ben 67 contratti stipulati dal soggetto attuatore della Regione, l’ex assessore alla Protezione Civile, Edoardo Cosenza, con delle strutture alberghiere del Napoletano tra il 2011 e il 2012, tramite affidamenti diretti. Contratti, scrive l’Authority anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, che presentano «carenze, criticità e anomalie», e che ammontano a una spesa complessiva superiore ai 55 milioni di euro. Seppure redatti in una «situazione di emergenza sociale e organizzativa», obietta l’Anac, quegli accordi conclusi mentre la crisi migratoria aveva preso a dilagare non quadrano. Nel corso dell’istruttoria l’ex assessore comunale Cosenza ha ribattuto che i fabbisogni per gestire l’emergenza «non erano programmabili né gestibili attraverso gli ordinari strumenti della contabilità pubblica e degli affidamenti secondo la normale contrattualistica», e di aver agito per conto dell’allora commissario straordinario di governo per l’emergenza migranti, Franco Gabrielli. Ma ciononostante, l’anticorruzione denuncia che quei 67 affidamenti non siano stati convalidati da verifiche antimafia né da «controlli sui requisiti generali e morali delle strutture» che hanno accolto gli stranieri in Campania. Secondo quanto emerso dalle 38 visite nei centri per richiedenti asilo, descritte nelle relazioni di un funzionario della Protezione civile della Regione Campania, agli stranieri si offriva soltanto vitto e alloggio. Di psicologi, assistenza sanitaria, insegnanti d’italiano e vestiti di ricambio neppure l’ombra. E ferme all’anno zero si sono rivelate anche la mediazione culturale, funestata dall’assenza di interpreti, e l’assistenza sanitaria, che in molti centri campani caratterizzati da condizioni igieniche precarie, ha registrato la totale assenza di farmaci. Ma ad insospettire i magistrati dell’Anac è soprattutto il flusso di denaro diretto verso questi centri di accoglienza, talora con qualche eccesso di «generosità». Anche se il computo del numero di ospiti effettivamente presenti nelle strutture è difatti un requisito essenziale per accedere al contributo giornaliero, nessuno si è mai preso la briga di verificare se le presenze dichiarate fossero corrispondenti a quelle reali. Non è un dettaglio da poco, dato che le richieste degli aggiudicatari sono state mediamente superiori ai 43,50 euro al giorno per ogni richiedente asilo accolto, benché la normativa preveda un importo massimo di 40 euro. Somme fino a 46 euro pro-capite, recita la norma, possono essere concesse a fronte di esigenze particolari che dovevano essere puntualmente documentate. Ma altrettanto puntualmente ciò non è accaduto: ci si è limitati a incassare gli «extra», senza troppe domande. Piuttosto controversa, nella relazione dell’Anac, appare anche la gestione dei pocket money, piccoli buoni dal valore di 2,50 euro teoricamente destinati ai migranti per beni di conforto come snack, sigarette e schede telefoniche. La loro emissione, annota l’Anac, fu affidata dalla Regione alla società di Napoli EP.Spa, per un importo di 2,8 milioni di euro. Ma quell’assegnazione, annota l’Authority, avvenne in forma diretta, «dopo una trattativa informale con il soggetto attuatore», ossia l’ex assessore Cosenza, che per i magistrati avrebbe dovuto «ricercare eventuali ulteriori fornitori», nel rispetto della libera concorrenza. Interrogata sul punto, Napoli EP ha specificato di gestire quel servizio a titolo gratuito, ma l’Anac ipotizza che il fornitore abbia «potenzialmente percepito» una qualche forma di beneficio. Nel rendiconto finanziario, nonostante si trattasse di un obbligo previsto nel contratto, nomi e firme dei beneficiari dei pocket money sono assenti. È il fenomeno dei buoni fantasma emerso nel caso dell’associazione «Un’ala di riserva» di Pozzuoli, i cui registri, chiarisce l’Anac, presentano nomi e Paesi di provenienza dei migranti, ma non accompagnati dalle relative firme. Sulla stessa onlus ha indagato poco tempo fa il pm della Procura di Napoli Raffaello Falcone, in un’inchiesta che ha visto rinviati a giudizio quattro imputati. Il sospetto è che intorno ai pocket money, fosse sorto un mercato parallelo, che metteva in tasca ai gestori ampi profitti «a latere». Al netto delle vicende giudiziarie, «Un’ala di riserva» resta a oggi uno dei 65 assegnatari convenzionati con la Prefettura di Napoli, che ospitano in tutto circa 2600 migranti. L’onlus gestisce infatti l’accoglienza di 89 richiedenti asilo sistemati all’Hotel Mango di Qualiano, per ora affidato a un custode giudiziario. E nella lista, anche se in possesso di regolare certificato Antimafia, recita un ruolo da protagonista anche Family srl, titolare nel Napoletano di ben 11 convenzioni, di cui quattro soltanto a Giugliano. Nell’agosto del 2015, la srl finì nell’occhio del ciclone per aver ammassato nel Di Francia park, un ristorante di Giugliano, 350 migranti costretti a stare fino a gruppi di 100 in una hall stipata di letti e brandine. Fondata da un ex installatore di impianti idraulici, Pasquale Cirella, e gestita in collaborazione con l’ex Miss Paesi Vesuviani Daniela Carotenuto, tra il 2009 e il 2014 la Family ha visto balzare il suo fatturato da 44mila a 5 milioni e mezzo di euro. «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno», si vantava il ras delle cooperative coinvolto in Mafia Capitale, Salvatore Buzzi. Una cattiva profezia, che ora lo Stato ha il dovere di spezzare per sempre. Francesco Lo Dico, Il Mattino