"Tra Ulisse, Machiavelli, Marx e Pascoli abbiamo bisogno della politica della profezia” di Pierfranco Bruni,

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Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e volentieri pubblichiamo il testo “Tra Ulisse, Machiavelli, Marx e Pascoli abbiamo bisogno della politica della profezia” di Pierfranco Bruni, Consulente Culturale della Presidenza della Camera dei Deputati e Presidente Nazionale del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”.

 

 

 

Tra Ulisse, Machiavelli, Marx e Pascoli abbiamo bisogno della politica della profezia

 

In questo tempo di massacro culturale

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

 

 

Senza Ulisse alla ricerca di Itaca. Coinvolti e mai sconfitti. Non siamo più neppure la generazione dell’esodo perché la terra promessa. Quella ungarettiana, non è altrove. Resta dentro di noi a raccontarci i destini di un processo politico, culturale, etico che non siamo stati in grado di edificare. Dovevamo edificare una vita, delle vite, dare senso a un progetto per restare seminatori e testimoni. Ma ci siamo illusi di diventare protagonisti in una storia che non siamo riusciti a scrivere porgendo le nostre vele tra le destre e le sinistre e la finzione di una moderazione che la si è voluta attribuire al mondo cattolico. A quale mondo cattolico? Siamo tutti cristiani nolenti o volenti tra le falsificazioni di una filosofia crociata e una antropologia vichiana gentiliana. Ma di chi siamo figli? Ancora di Marx o di Machiavelli? O forse di Dante che resta un tracciato indivisibile ma costruito dentro la nostra formazione scolastica che ha deviato il corso delle esistenze di molti di noi. Della mia, nostra, generazione. E ora siamo a discutere se esiste ancora un secolo breve o un tempo lungo? O se le città sono il superficiale, l’effimero, la leggerezza e il peso nella coscienza dei poeti? Non credo più al fatto che l’ironia ci possa salvare. Da che cosa? È un’epoca nella quale ci siamo abbronzati nelle dissolvenze portandoci dietro retaggi ed eredità che vanno da Grecia a Roma e a un Mediterraneo disperso tra le isole di una malinconia che piange il sangue di Troia ma non ha fronteggiato l’impeto del precipizio del Tempio di Gerusalemme. Non siamo profeti. Neppure alchimisti o sciamani. Noi siamo gli sciagurati di quel 1977 – 1978 che non sono riusciti a debellare un sessantottismo che si era ramificato nel peggiore Machiavelli e che non riusciva a confrontarsi con i veri profeti culturali: da Prezzolini a Papini. Ci siamo arresi al fatto che l’intellettuale dovesse restare nella ragnatela dell’impegno. Invece dovevamo disimpegnarci e ritrovare il senso di una esistenza frantumata tra le brigate rosse e il cambiamento di una ideologia che ha trasformato l’ideologia stessa in massacro massmediologico. Ecco perché siamo alla ricerca di Itaca che non troveremo più non perché non riusciamo a trovarla ma perché è Itaca che non ci accetta più. È inutile, cari Kavafis, o nostri connazionali Pavese e Quasimodo, Cardarelli e Gatto che vi aggrappate ai labirinti della nostra anima. Siamo stanchi e abbiamo perso tanti appuntamenti convinti che la cultura potesse trasformare la politica. Non era così. Non è così. La follia di di Ariosto o di Tasso (perché sempre di follia si tratta) o del grande maestro Cervantes dovevamo coglierla nel vento delle esuberanze e invece ci siamo insuperbiti non consapevoli che la superbia è un cattivo proverbio oltre ad essere un peccato. Non abbiamo, ora, il diritto di criticare. Perché ci siamo esclusi. Ci siamo allontanati. Ci siamo distaccati. L’Arbasino del paese senza degli anni Ottanta e già prima è rimasto nell’educazione del “senza” e l’umanesimo di un contemporaneo come Mazzetti è passato inosservato tra una pedagogia mal compresa di stampo milaniano e una retorica tommasea che resta importante tra il gioco dell’accettazione nell’intreccio tra fede e bellezza. Ma perché continuano a farci discutere di destra e di sinistra? Il tempo della politica è crollato. Rimane soltanto la cronaca del quotidiano. E quale spazio possiamo avere in questa cronaca? Io sono convinto che occorre riprenderci lo spazio del pensare nell’azione. Lontani dall’agorà che miete provvisorietà e improvvisazione. Cosa ci resta? Il disimpegno verso le nostalgie e l’impegno di un futuro che si gioca tra le maglie della politica. Dobbiamo ricostruirci nella politica. Con le nostre età e con i nostri saperi perché ciò che abbiamo intorno è il trionfo della mediocrità. Dopo il trionfo della morte ci resta il fuoco. Siamo dannunziani e smettiamola di dare ancora voce al fanciullino che è diventato il verso senso di colpa di una generazione che non ha colpe ma responsabilità sì. Le lacrime sono il viaggio che abbiamo già vissuto. Ora oltre il pathos e l’eros abbiamo bisogno della fierezza. Abbiamo il coraggio dell’impegno. Abbandoniamo la cultura del sapere e proiettiamo verso il sapere della politica. Senza mai dimenticare nulla. Questa contemporaneità ha bisogno di una generazione che guarda il tramonto ma lo osserva ancora dall’isola. Convinciamoci che Omero avrebbe fatto bene a non ferirci con la storia di Penelope e di Itaca. Sarebbe stato molto meglio idolatrare Nausicaa. Ma la storia non si regge su Ulisse. Bensì sulla tragedia di Didone e la profezia di Enea. Noi apparteniamo ad una generazione che la scuola, l’università, la società hanno tentato di distruggere in tempi noi lontani. Ora che Pascoli è sepolto, nonostante il prossimo centenario della morte, e Marx è definitivamente incomprensibile ci resta la filosofia della negazione per farci approdare alla convinzione che la politica che abbiamo abbandonato, lustri fa, è davanti a noi. Ma con noi protagonisti.